Il 25 ottobre il PD ha chiamato i cittadini italiani a manifestare contro il governo. I sondaggi, come è noto, vanno nella direzione esattamente opposta. Ma il principale partito dell’opposizione ha l’esigenza di “battere un colpo”. Fin qui niente di male. Chi sta all’opposizione ha il diritto, e anche il dovere, di proporre una linea politica alternativa a quella dell’Esecutivo in carica. Solo che il PD, come sempre combattuto fra l’anima riformista e quella massimalista, non ha una linea da contrapporre a quella del governo. Non ce l’ha perché c’è chi lo vorrebbe tirare da una parte e chi da un’altra. Unico denominatore comune: la critica non tanto a Berlusconi quanto al berlusconismo, un argomento che fa sempre presa in una parte, sia pure minoritaria ma combattiva, dell’elettorato di centro sinistra. Così, tanto per non sbagliarsi, ecco Veltroni che dalle colonne del Corriere lancia un grido d’allarme sicuramente destinato a fare presa, ad alimentare il dibattito da qui alla manifestazione del 25/10 e a riscaldare i cuori: Berlusconi è come Putin. La democrazia italiana corre seri rischi di essere svuotata dall’interno. Non passano nemmeno 24 ore che Leoluca Orlando rincara la dose: l’autoritarismo berlusconiano non è paragonabile a quello russo ma a quello argentino. L’argomento è serio e merita di essere preso in considerazione, anche se il primo impulso sarebbe quello di farci sopra una bella risata. Veltroni e Orlando sono due politici navigati, non sono certo sciocchi e se, anche solo tatticamente fanno affermazioni del genere per rincuorare le proprie truppe chiamate alla mobilitazione, significa che qualcosa alla base del loro ragionamento ci deve essere. Ed in effetti è proprio questo “qualcosa” che merita di essere compreso. L’accusa, in soldoni, è quella di “decisionismo”, vale a dire affrontare i problemi cercando di dare una risposta che non terrebbe conto delle esigenze, tipiche di una democrazia, di discutere e confrontarsi anche con chi la pensa diversamente o con chi, come i sindacati, è portatore di interessi particolari. Riemerge così l’atteggiamento tipico della sinistra teso a “concertare” sempre e comunque con l’opposizione e con le parti sociali. Una prassi che si è radicata nei comportamenti politici del Paese e che ha impedito ai governi di prendere le decisioni in tempi non storici. Un consociativismo politico-sindacale che, da un punto di vista liberale, ha letteralmente rovinato l’Italia e ne ha impedito l’ammodernamento. Per la sinistra invece è vero l’esatto contrario. Nasce tutto da questa diversa impostazione politico-culturale. Naturalmente non c’entra niente la Russia o l’Argentina, c’entra, invece, un diverso modo di vedere le cose. La differenza è tutta qui. Per il centrodestra si devono snellire le procedure per poter decidere rapidamente, e nel pieno rispetto delle regole democratiche, le cose da fare, per il centrosinistra l’esigenza di snellire, che pure è riconosciuta, non deve inficiare per niente la prassi consolidata. Basti ricordare l’esperienza di D’Alema come Presidente del Consiglio. Ad un certo punto il leader Ds pensò di rendere più moderno ed efficiente il mercato del lavoro ma a fronte del veto della Cgil si fermò subito. Lo stesso, in forma peggiorativa perché ne voleva acquisire il consenso preventivo, ha fatto Prodi nella sua doppia esperienza governativa. Si tratta allora di rispondere a questa domanda: si può rendere più moderno il sistema italiano senza modificare il processo decisionale e il ruolo che il sindacato ha assunto nella società italiana?
Raimondo Magnini

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