Il tema, come spesso accade per le questioni importanti ma scomode, è stato sulle prime pagine dei giornali per due giorni. Eppure la riforma della Costituzione, di questo si tratta, è “la” questione cardine della Repubblica. Tutto è iniziato con la pubblicazione su Repubblica del 29 settembre di un appello di un gruppo di politici e intellettuali, idealmente guidati, manco a dirlo, da Oscar Luigi Scalfaro, dal titolo emblematico “il PD difenda la Costituzione”. Nello scritto si chiedeva al nuovo partito di “mettere in sicurezza la Costituzione dando priorità a una revisione dell’art. 138 della Carta che elevi la maggioranza necessaria per l’approvazione di leggi di riforma costituzionale”. A stretto giro di rotative, il 30 settembre, rispondeva il segretario in pectore della nuova formazione politica, Walter Veltroni “il partito democratico che nasce avrà nella Costituzione repubblicana, nei suoi principi fondamentali, nella tavola dei diritti e dei doveri dei cittadini e nei lineamenti architettonici dell’ordinamento della Repubblica, la costellazione che orienterà il suo cammino. Chiunque sia il segretario chiamato a guidarlo. Non possono esserci e non ci sono dubbi al riguardo. La fedeltà del Partito democratico alla Costituzione del 1948 non solo non contraddice, ma dovrà ispirare il suo impegno per l’adeguamento della seconda parte della Carta, attraverso un definito e limitato, ma coraggioso, programma di riforme costituzionali, da realizzare in Parlamento attraverso la più ampia convergenza politica possibile”. Se c’era ancora qualche dubbio ecco servito chi pensava che il PD potesse essere un partito davvero nuovo in grado di mettere in cantiere le riforme di cui il Paese ha bisogno. Una cosa infatti è certa. Per cambiare l’Italia, per renderla moderna e competitiva con il resto del mondo avanzato, bisogna mettere mano, oltre che alla seconda parte della Costituzione, alla prima, anzi soprattutto alla prima. In quei 54 articoli, e in modo particolare nei principi fondamentali, dal 1 al 12, e nei rapporti economici, titolo III artt. da 35 a 47, ci sono le basi “culturali” dei mali d’Italia. Non c’è dubbio che questa sia una notazione scomoda. Del resto è da quando Craxi pose il tema della “Grande Riforma” nell’agenda politica italiana, era il 1976, che tutti i tentativi di cambiare la Carta, 1985 Commissione Bozzi, 1992 Commissione De Mita/Iotti, 1997 Commissione D’Alema, 1999 approvazione della modifica del Titolo V, 2005 riforma del centro destra poi bocciata dal referendum, tutti i tentativi si sono guardati bene dal toccare i “sacri” ma vecchi principi. Convinzione? Interesse? Mancanza di coraggio? Forse un po’ di tutto o forse, più semplicemente, quieto vivere perché cambiare quelle norme, indichiamo le principali: art. 1 “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”, art. 41 “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale..” art. 42 “La proprietà è pubblica o privata”, vorrebbe dire minare dalle fondamenta molti degli edifici politici ed economici del nostro paese. Tutta la prima parte della Costituzione infatti, e gli articoli ricordati ne sono un esempio, è costruita sulla base di culture politiche, all’epoca maggioritarie, ma oggi largamente superate anche se purtroppo ancora vive e vegete almeno da noi. E non solo superate ma anche dannose per un moderno e ordinato sviluppo economico e sociale. Quelle culture erano tre: la cattolica, la socialista e l’azionista. Pensieri rispettabilissimi ma per i quali l’individuo quasi non esisteva. Provate a scorrere tutta la prima parte della Costituzione. Non ci troverete mai la persona umana in quanto tale, ma solo l’uomo come membro di un gruppo, il cattolico, il lavoratore, l’iscritto al sindacato, il membro di un partito e così via. E’ logico che da una simile costruzione ideale derivassero poi istituti, comportamenti, leggi che vanno solo in una direzione, quella del collettivo che prevale sempre sull’individuale. E’ questa la ragione, filosofica prima che politica, per cui bisogna cambiare la prima parte. Compito non facile, anzi, oggi come oggi, quasi impossibile. Ma ciò non esime nessuno dalla necessità di portare avanti questo tipo di battaglia.
Per chiudere una notazione. In Parlamento è stata depositata una proposta di legge di revisione costituzionale che riguarda proprio l’art. 1. Primi firmatari i parlamentari della Rosa nel Pugno. Gli stessi che stanno aiutando Prodi nelle sue controriforme del mercato del lavoro, delle pensioni e della scuola. Almeno il PD nasce vecchio ma ha, fino in fondo, il coraggio delle sue idee.
Raimondo Magnini

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