Intercettopoli ormai è uno scandalo molto più grave di “mani pulite”
di Dimitri Buffa (fonte: l’Opinione)
“Io ti do le carte tu metti il mio nome in prima pagina”. Lo scambio illecito tra i cronisti e i pubblici minitseri è prutroppo una costante che risale, come minimo, all’epoca del caso Tortora. Ora però si è tecnologizzato: basta fotocopie di straforo mentre l’ufficiale di polizia giudiziaria fa finta di non vedere. Basta convocazioni di cronisti amici alle cinque del mattino in procura per passare loro le carte al sicuro da sguardi indiscreti. Oramai, a sentire Giuliano Amato, che, forse per caso, è anche l’attuale ministro dell’Interno, tra certi giornalisti e certe procure l’illecito viaggia in rete, con tanto di password e user name. Così il reato che prima si consumava artigianalmente assume un’ontologia da catena di montaggio. Logico quindi parlare a questo punto di “intercettopoli”, ossia di un vero e proprio mercato tangentizio in cui l’interesse privato, da parte del cronista, è quello di fare carriera sbaragliando tutti i suoi colleghi (interni ed esterni alla testata con cui lavora) con una concorrenza che definire sleale è appena un eufemismo.
Da parte del magistrato, invece, l’interesse privato illecito è quello di stare continuamente sotto i riflettori, cosa che, oltre ad appagare il narcisismo del singolo pm, grande mediamente come il super io della mamma di Woody Allen nel terzo episodio di “New York stories”, produce quello strano fenomeno chiamato “gerarchia della notorietà”, per cui nella procura, ad esempio di Napoli, “comanda” chi ha l’inchiesta più citata dai media o nei discorsi al bar dello sport. Non il capo della procura stessa che di solito è come un asino tra i suoni. Sia il giornalista sia il pm d’assalto dunque incassano una tangente in cambio di una violazione penale e disciplinare che consumano allegramente sotto gli occhi della pubblica opinione abbagliata dal falso problema di “moralizzare”. Che poi si moralizzi la vita pubblica del paese, il mondo del calcio, quello dei servizi segreti nella lotta al terrorismo islamico, quello delle vallette in Rai o quello dei concorsi a premi in tv, poco conta, l’importante è trovare un fine che funga da pretesto, da ottima scusa, per giustificare questi inaccettabili mezzi.
La rivelazione fatta l’altro ieri da Amato nella sede istituzionale della commissione affari costituzionali della Camera lascia quindi veramente a bocca aperta: sembra una riedizione del piattino di Prodi e della soffiata su via Gradoli. Può un ministro della repubblica andare a rispondere ufficialmente a delle interrogzioni parlamentari esordendo con: “un uccellino giornalista mi ha detto che adesso i pm passano le password ai suoi colleghi?” No, che non può. Se è veramente un uomo, Amato ci dovrebbe dare il nome, il cognome, l’indirizzo, il telefono e persino il codice di avviamento postale di quello che gli ha dato la dritta. Intendiamoci: non perché non ce lo fossimo tutti già abbondantemente immaginato. Ma perché un’ammissione così esplicita suona addirittura arrogante se si pretende che colui che l’ha ascoltata rimanga nella logica dell’ “aumma aumma”, facendo finta di niente e guardandosi bene dal fare domande indiscrete sui particolari, come si converrebbe a uomini di mondo. Neanche si stesse a parlare delle virtù erotiche di qualche damazza, tenutaria di salotto politico.
E’ auspicabile che Amato capisca tutto ciò e sputtani senza sé e senza ma l’autore della rivelazione. Anche perché ieri c’è stato già qualcuno che si è sentito tirato in causa. Fatto sta che proprio il Gip di Potenza Alberto Iannuzzi ha sentito il bisogno di intervenire sulla cosa. Parlando con l’Adn kronos. Dicendo che “potrebbe trattarsi del solito equivoco. Cioè di alcuni cd rom che vengono distribuiti agli avvocati difensori e persino al pg per comodità, per evitare la mole cartacea dei documenti. Ma è una procedura assolutamente e regolarmente autorizzata”. Il tutto dopo la comunicazione trasmessa dal ministro degli Interni Giuliano Amato al ministro della Giustizia, Clemente Mastella. Comunicazione nella quale il titolare del Viminale riferisce di aver avuto notizia dal prefetto della città lucana, Luciano Mauriello, della diffusione tra i giornalisti di una password per l’accesso agli atti.
Ma questo nome, che ha tanto il sapore di una copertura istituzionale alla soffiata fatta in effetti proprio da questo notissimo quanto tuttora ignoto giornalista, Amato lo ha fatto l’altro ieri in tarda serata dopo che persino i suoi colleghi della maggioranza avevano cominciato a incazzarsi leggermente per tutta la questione che si stava creando. Sia come sia, il Re è tragicamente nudo e ormai solo chi non vuole vedere e fa finta di non capire può continuare a difendere aprioristicamente la pubblicazione a puntate di verbali di interrogatorio segretati di conversazioni telefoniche di umanità varia come segno di indipendenza della magistratura o del diritto di cronaca. In realtà parliamo di vera e propria corruzione, da una parte e dall’altra, di un do ut des che non è certamente più moralmente accettabile di quello che fu accertato durante il periodo della cosiddetta “tangentopoli”. Per questo sembra logico chiamare il tutto “intercettopoli”.

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