
Nel cuore della Seconda Repubblica c’è una verità che l’Italia ha sempre preferito aggirare: mentre il Paese si illudeva di essere entrato nell’era del “nuovo”, Silvio Berlusconi costruiva il proprio potere politico dentro un sistema che aveva già un intermediario pronto, un emissario scelto, un uomo di Cosa Nostra piazzato ad Arcore come fosse un dipendente qualsiasi. Vittorio Mangano. L’uomo che Berlusconi, per anni, ha descritto come un semplice “stalliere”, negando di sapere chi fosse davvero, mentre le sentenze e le cronache giudiziarie lo indicavano come un mafioso di prim’ordine, legato ai vertici di Cosa Nostra.
La ferocia della storia non sta solo nel fatto che Mangano fosse un boss. Sta nel fatto che non arrivò ad Arcore per caso. Non fu un equivoco. Non fu un errore di valutazione. Fu Marcello Dell’Utri a portarlo dentro la villa del futuro leader politico, come cerniera tra due mondi che fingevano di non toccarsi ma che, in realtà, si sfioravano da anni.
Dell’Utri, condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, è il ponte che Berlusconi ha sempre finto di non vedere: il tramite che garantiva a Cosa Nostra un canale privilegiato verso l’impero economico che stava per diventare un impero politico.
E mentre Berlusconi negava, minimizzava, derubricava Mangano a “eroe” per non aver parlato, dentro Cosa Nostra si ragionava su come usare le stragi del ’92‑’93 come arma politica. Le testimonianze raccolte in questi giorni – da Brusca a Graviano, passando per i frammenti riportati da diverse testate giornalistiche – raccontano un progetto di manipolazione che non è solo criminale: è profondamente immorale. L’idea di attribuire le bombe alla sinistra per favorire l’ascesa di Berlusconi non è un dettaglio di cronaca nera, ma è la prova che la mafia vedeva nel Cavaliere un investimento, un’opportunità, un possibile interlocutore. Non un nemico.
Quando Brusca dice che Mangano “aveva fatto sapere che Berlusconi aveva ringraziato e avrebbe dato una mano”, non sta descrivendo un rapporto di vittima ed estorsore. Sta descrivendo un rapporto di utilità reciproca, un gioco di pressioni e convenienze in cui la mafia si propone come forza capace di condizionare la politica e la politica accetta di non vedere, di non sapere, di non chiedere. È questo il nodo immorale: non la prova giudiziaria – che spetta ai tribunali – ma la disponibilità a convivere con l’ambiguità, a lasciar entrare un mafioso in casa propria e a fingere che fosse solo un dipendente.
Dell’Utri non “piazza” Mangano ad Arcore come un favore personale. Lo piazza perché serve. Serve a garantire un canale. Serve a far capire che l’impero Fininvest non è impermeabile. Serve a far sapere che, se necessario, si può parlare. E mentre Berlusconi costruisce la propria immagine di imprenditore illuminato, di leader moderno, di uomo nuovo della politica, dentro la sua villa c’è un emissario della mafia che non è lì per curare cavalli: è lì per curare rapporti.
La ferocia di questa storia sta nel doppio livello: pubblico e privato. Pubblicamente, Berlusconi si presenta come il simbolo della rinascita dopo Tangentopoli, il volto pulito che sostituisce la politica corrotta della Prima Repubblica. Privatamente, accetta – o finge di accettare – che un uomo di Cosa Nostra viva e lavori nella sua casa. Pubblicamente, denuncia la mafia come male assoluto. Privatamente, lascia che Dell’Utri gli costruisca un ponte con chi quel male lo incarna.
E quando oggi Brusca racconta che la mafia voleva attribuire le stragi alla sinistra per favorire Berlusconi, non sta inventando un teorema: sta descrivendo la logica di un’organizzazione che non agisce mai senza un obiettivo politico. La mafia non mette bombe per caso. Le mette per ottenere qualcosa. E se pensa che un leader possa essere utile, lo sostiene. Se pensa che possa essere ricattabile, lo ricatta. Se pensa che possa essere condizionabile, lo condiziona.
Il punto non è stabilire se Berlusconi abbia mai chiesto aiuto alla mafia. Il punto è che la mafia ha agito come se lui potesse essere un alleato. E questo, per un leader politico, è già una condanna morale. Perché un capo di governo non dovrebbe mai trovarsi nella posizione di essere percepito come utile da un’organizzazione criminale. Non dovrebbe mai avere un uomo di Cosa Nostra in casa. Non dovrebbe mai dipendere da un intermediario condannato per rapporti con la mafia.
La storia di Mangano ad Arcore non è un incidente. È una scelta. La storia di Dell’Utri non è una parentesi. È un pilastro. La storia dei rapporti tra Berlusconi e la mafia non è un complotto. È un’ombra che attraversa trent’anni di politica italiana, un’ombra che lui ha sempre negato, sempre minimizzato, sempre derubricato a invenzione dei magistrati.
Ma le ombre non si cancellano negandole. Si cancellano solo se non esistono. E quest’ombra, purtroppo, esiste!
Angioletta Massimino

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