Sgombriamo subito il campo dalle interpretazioni tranquillizzanti e minimaliste, il 23 giugno 2016 è una giornata paragonabile a quelle del 1534 nelle quali Enrico VIII si proclamò autonomo dalla Chiesa di Roma, l’Unione di allora, ritirò beni e denari dai conventi e si dedicò alla navigazione ed alla conquista del mondo , ponendo le basi economiche, culturali , religiose e morali dell’impero britannico arrivato fino alla Seconda Guerra mondiale.
L’idea di Europa che nacque allora fra le nazioni che attraverso due secoli di guerre avevano consumato la più spaventosa strage della storia dell’umanità, era quella dei socialdemocratici , degli ordoliberali, dei popolari italiani, francesi, tedeschi che avevano pareri anche molto diversi, ma una cultura comune : era una cultura della pace, della convivenza, che partiva dal togliere le armi per combattersi partendo dal carbone, messo in comune con la Ceca fra i combattenti storici degli ultimi due secoli, la Francia e la Germania. Era, è la cultura europea.
A questa idea l’Inghilterra non ha mai aderito fino in fondo, entrando nel Mercato Comune più per sabotarlo che per parteciparvi , mantenendosi sempre in una posizione diversa, con un legame con gli Usa ed il mondo anglofono ostentatamente diverso rispetto agli altri, vedendo sempre nella Nato e nell’alleanza militare e non nelle istituzioni politiche europee, il luogo del governo del mondo e delle alleanze. I compromessi che hanno reso possibile la presenza inglese in Europa malgrado i tre “no” della Thatcher, il contributo economico inferiore a quello di tutti i paesi dell’Europa a Quindici , il no all’euro e via discorrendo, è stato raggiunto in virtù della forza relativa dell’asse franco-tedesco, che metteva assieme forza politica e forza economica rispettivamente carenti nei due Paesi, che è stata sufficiente a far da traino all’Unione ma non ad escludere le ipoteche militari, politiche ed economiche correlate all’alleanza atlantica ed all’egemonia anglosassone che aveva cambiato capitale ma non sistema.
Con la caduta del muro di Berlino questa cultura europea è stata sopraffatta da una diversa, quella anglosassone del liberismo che, vinta la guerra con il comunismo, avrebbe portato il benessere e l’arricchimento nel mondo. Questa cultura andava e va a braccetto con il modello integralista che vede il “pubblico” come il male assoluto , con lo Stato minimo . E con la Nato vista ora come alleanza per la difesa del modello economico .
L’ Europa si è allargata per allargare il mercato ed i centri finanziari sono stati consolidati a Londra e New York . I paesi dell’ Est sono diventati il nuovo mercato di espansione, per il lavoro e per i consumi , sono cambiati i rapporti di forza ed i rapporti economici , le ferite della seconda guerra mondiale sono svanite ma con esse anche il ricordo dei metodi con le quali erano state inflitte. Ed il mondo (ex) occidentale è stato trascinato nelle avventure insensate di Iraq, Afghanistan e , con leadership “americanizzate” in senso deteriore come quella di Sarkozy e di Berlusconi, anche in Libia, in Somalia.Lo spirito europeo è stato sostituito dall’idolatria del mercato .E quando l’idea di Europa si sgretola per le nuove tensioni causate dai nuovi squilibri mondiali non ci sono gli europei a difenderla ed a riproporla, ci sono di nuovo le vecchie ed inutili idee di “heimat” , parola più forte e pervasiva di “patria”, ci sono i nuovi illusori muri , c’è quello che vediamo e viviamo.
Non è un caso che la discussione odierna su tutte le Eurexit reali o futuribili avvenga esclusivamente su convenienze economiche : ricorderete come il primo paese neo euroscettico sia stata la Francia, che bloccò la “Costituzione” europea con la paura dell’ idraulico polacco che avrebbe portato via il lavoro ai francesi . Come noto non c’è traccia di idraulici o elettricisti polacchi ma si è continuato a discutere di 3 per cento, di spread e di parametri che hanno a che fare con la sovrastruttura finanziaria mostruosamente espansa – e che per paradosso ha la sua sede nella capitale inglese – che non con i problemi reali dei popoli d’Europa.
L’ Europa di Maastricht – meglio, dell’accezione di Maastricht imposta da Germania e sodali dopo il trattato – non ha futuro perché non si basa su un ideale comune. La Grexit avrebbe potuto anticipare la Brexit se non fosse prevalsa l’idea di spostare il debito greco dalle spalle delle banche tedesche a quello di tutti gli Stati europei, ma ha mostrato già lo scorso anno l’incapacità di questa Unione Europea di incarnare qualcosa di diverso dal pensiero dell’ufficio studi e strategie della Bundesbank.
I Farage che spingono l’Inghilterra oltre la linea del compromesso , le Marie Le Pen che cercano di riportare la Francia ai tempi dell’ Oas ed i vari populisti e fascisti che si agitano da Vienna a Budapest, passando per Varsavia , Copenhagen, L’Aja, sono le forze oscure del nazionalismo peggiore, quello che ieri uccideva Rathenau ed oggi uccide Jo Cox, con lo stesso tragico ed insensato irrazionalismo demagogico. E’ l’idea di un ritorno antistorico allo Stato-nazione, che per paradosso è anche il luogo dello spreco e della burocrazia inefficiente ed arretrata, quella contro la quale si rivolgono le parole d’ordine dei movimenti antisistema, con una trasfigurazione della realtà in politica che abbiamo spesso visto in periodi di crisi di valori e che non ha mai portato nulla di buono a nessuno.
Ma nel voto del 23 giugno non si è manifestato solo il “lato oscuro della forza” , non solo perché si è votato 52 a 48. Il voto dei giovani massicciamente favorevole all’Europa, il consenso schiacciante maggioritario nella Great London ( da sola un sesto della Gran Bretagna , non dimentichiamolo) , il voto scozzese e quello nord irlandese, in zone impegnate in un riscatto sociale prima che nazionale , sono tutti indicatori di grandi potenzialità tuttora esistenti.
Il legame fra le città d’ Europa, quello che rende un milanese più simile e più vicino ad un londinese od a un viennese piuttosto che ad un abitante delle valli dei masi chiusi , è un legame che passa per le giovani generazioni che viaggiano , che si collegano in reti sociali, professionali, universitarie. E’ un legame che unisce certamente elite cittadine, ma elite che influenzano già il 51 % della popolazione europea, che diventerà in pochi anni il sessanta per cento . Non siamo più ai tempi della Vandea contadina che si oppone alla Rivoluzione parigina, ad Andreas Hofer che guida i popoli della montagna contro Napoleone, alla campagna contadina che rischia di salvare la monarchia in Italia : è nelle città che il pensiero, l’innovazione, il futuro europeo si giocherà, non nelle capitali delle burocrazie statali e regionali, sovrastrutture largamente inutili e costose che devono essere superate al più presto.
La Brexit può mettere fine all’ Europa degli accordi fra cancellerie sempre più distanti dai propri cittadini , la nuova Europa può nascere dall’accordo fra le grandi e medie città d’Europa, da un nuovo protagonismo delle realtà europee e multiculturali che già esistono, non da quelle che vengono progettate a tavolino. Quello che serve è la rivoluzione metropolitana, l’avanzata dei “partiti delle città” , dei modelli politici e culturali aperti, come quello di Milano, di Londra, di Parigi : è il solo modo per uscire dalla crisi in avanti e non all’indietro, con una nuova prospettiva e non con un impossibile ritorno ai tempi della caccia alla volpe nello Yorkshire.
L’impatto della Brexit sull’agenda di Milano e del nuovo sindaco di Milano Giuseppe Sala può essere marginale, senza disturbare l’attivismo organizzativista ambrosiano, oppure può e io dico deve essere tale da fare accantonare rapidamente ogni altra priorità per concentrarsi sul ruolo propositivo e di guida che la nostra città dovrà avere nei prossimi anni. E’ anche, en passant, l’occasione per marcare una discontinuità con uno degli aspetti più deficitari della passata amministrazione Pisapia, che non ha avuto mai la forza e forse nemmeno l’ambizione di andare oltre la “liberazione” dal malgoverno precedente e dal ripristino del metodo della buona politica.
Esiste una opportunità evidente ed un po’ egoistica, che il sindaco Sala ha già individuato con prontezza, che è quello di candidare Milano a surrogare le funzioni “europee” che venivano svolte a Londra , a partire dalla sede dell’Autorità bancaria per continuare con la formazione di un ambiente adeguato ad accogliere dieci-quindicimila operatori della finanza che dovranno trovare una nuova “sede” nei prossimi tre anni . Si apre uno spazio per mantenere pratiche agevolate, programmi Erasmus ed altri vantaggi “europei” per i cittadini inglesi che vorranno venire nella nostra città , magari con quella “selettività” qualitativa che Londra ha così bene applicato in questo ultimo decennio.
Il progetto Human Tecnopole, per fare un esempio, nell’area di Expo può risolvere molte criticità e provincialismi descritti qui nell’articolo di Sergio Vicario anche attraverso una sorta di “corsia privilegiata dell’attrazione” dedicata a studenti e ricercatori europei.
Ma esiste ancora di più un dovere morale e politico di essere parte attiva e promotrice di un movimento delle città europee per rafforzare i legami e le pratiche operative e politiche necessarie per stendere una “rete delle città” che funzioni da sicurezza per le Europa e gradatamente svuoti e surroghi le funzioni di quelle istituzioni statali ( e regionali, soprattutto in Italia ) che costituiscono un costoso ed inutile diaframma di secondo e terzo livello di Governo.
Milano è chiaramente l’unica città d’Italia in grado di svolgere questo ruolo, non ci sono definizioni assurde di “dieci città metropolitane” che tengano . Ma per poter svolgere questo ruolo Milano ed il suo nuovo sindaco devono mettersi alla testa di un movimento di rinnovamento che ribalti completamente in venti mesi la politica di questi ultimi venti anni, svolta da governi di destra come da governi di sinistra, quella politica centralistica che ha premiato il neodirigismo regionale, ha individuato nelle Province il finto bersaglio da buttare in pasto all’opinione pubblica ed ha centralizzato tutto il centralizzabile , tagliando 30 miliardi di risorse all’anno ai Comuni , finanziando esclusivamente in questo modo risanamenti veri e falsi, parametri , patti di stabilità e promesse elettorali irrealizzabili , a partire dalla devastazione della finanza locale operata da Berlusconi con il famigerato taglio dell’ Ici .
Il recupero della capacità normativa, di orchestrazione di politiche di attrattività territoriale e sociale in capo alla città di Milano sono la condizione essenziale per qualsiasi ipotesi di strategia futura politica si voglia adottare. Muoversi lungo la linea del progresso , che si tira non più fra gli antipodi destra-sinistra , ma passato-futuro , è la condizione per recuperare la possibilità di avere sintonia fra popolo e governanti , una sorta di “Senatus populusque” moderno, in grado di garantire un futuro ai giovani di oggi , di Londra come quelli di Milano , che dovranno vivere un futuro che rischia di essere determinato dalle paure di coloro che non vedranno gli effetti delle scelte miopi e di breve periodo che si rischiano di adottare nel presente.

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