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Il Partito della Nazione, ovvero la clinica per trasfusioni della storia altrui nella storia italiana

Che l’inquilino di Palazzo Chigi sia mosso da ambizione patologica è noto, meno noto soprattutto a lui, è che l’ambizione denutrita dall’ignoranza ha vita breve, brevissima.

di Marzio Siracusa | 20 Marzo 2016

Pochi giorni fa al vispo Orfini, zelante presidente del PD, è scappata un’uscita, quasi un lapsus: “ Non ci interessano le alleanze, ci interessa il PD “. Non è solo la dichiarazione d’amore verso la propria parte politica, non lo è perché proprio in quella parte veleggia a tempi alterni il progetto dell’aurea solitudine a cui il PD vorrebbe votarsi, il P.d.N., il supremo Partito della Nazione. Una trovata informe, ma che l’inquilino di Palazzo Chigi nei suoi intrecci contorti tra tattica e strategia, ogni tanto rilancia come un osso da far annusare alla corte di ingenui ventenni e trentenni che gli si strofinano addosso, vedi la scena dei fans alla presunta scuola di partito, disperati da telequiz in cerca di collocamento aziendale, un collocamento alto e alla moda fatto di molta visibilità stile Pitti Burino e laute prebende per manager tecnologicamente avanzati ma che nell’emergenza potrebbero anche defilarsi chiotti chiotti. Il P.d.N. infatti per esistere vorrebbe un’ingessatura così capillare del paese da esigere alla sua attuazione l’apporto di decine di migliaia di gregari prezzolati infilati in ogni aspetto della vita pubblica, tale da rasentare e penetrare i confini della vita privata già ampiamente valicati col pretesto delle tante innovazioni informatiche. Quella del P.d.N. non sarebbe ovviamente un’ingessatura di regime poliziesco, ma dinamica e mobile avente come presupposto la creazione di nuove misure gerarchiche, fatte passare per valori scaturiti dal basso nel moto sussultorio del falso pragmatismo dell’inquilino di Palazzo Chigi. Ecco allora che si chiarisce meglio l’uscita piccina dell’Orfini dagli occhi di ghiaccio. Se non interessano le alleanze, significa che il P.d.N. si dà come obiettivo non il 51%, dell’elettorato, insufficiente anche con l’abnorme premio di maggioranza per le solite imboscate parlamentari, ma un saldo 60% che possa diventare 70% o 80% col premio, ossia una forza elettorale che nemmeno la DC dei bei tempi si è mai sognata di avere. Solo covando questa cupa convinzione il vispo Orfini può sostenere il disinteresse del PD, neo P.d.N. , per le alleanze con altri partiti, dei quali si prevede, considerando la frantumazione, una presenza di tanti inutili 1,..% o poco più. Che l’inquilino di Palazzo Chigi sia mosso da ambizione patologica è noto, meno noto soprattutto a lui, è che l’ambizione denutrita dall’ignoranza ha vita breve, brevissima. Fra i suoi detrattori c’è già chi fa l’analisi dei possibili inciampi in cui l’enfant prodige rignanese potrebbe ruzzolare, elezioni amministrative di molte grandi città, referendum sulle riforme costituzionali, crisi libica ecc. Ma sono ostacoli ininfluenti che il nostro saprà ben superare o aggirandoli o fingendo di saltarli, avendo dalla sua l’informazione impresentabile di stampa e tv. Unica difficoltà sarebbe la scissione reale e la nascita di un altro partito di sinistra da parte della minoranza, ipotesi inconsistente anche questa visto che i rappresentanti della minoranza sono abbarbicati all’illusione che il PD sia ancora il partito di Gramsci, solo per un caso fortuito ora in mano di chi Gramsci se l’è messo sotto i piedi per travisarlo e dare altro significato alla sua parola d’ordine: l’egemonia. Un processo però di cui dobbiamo essere grati all’inquilino di Palazzo Chigi perché il suo progetto di P.d.N. dimostra quanto l’egemonia sia malleabile e adattabile non solo alle circostante storiche ma anche agli scopi di chi quelle circostante vuole sfruttare, fino ad identificarsi con una sorta di rivoluzione culturale da far dilagare nella società ben oltre le necessità politiche di un partito egemone. Nella storia moderna l’idea di egemonia che non coincida con l’aperto dispotismo è del tutto cattolica e controriformista, e per arrivare a chiudere il cerchio è idea del cattolicesimo che in crisi teologica si armò tra il XVI e il XVII secolo di strategie politiche, vale a dire gesuitiche. È l’idea fondante delle scuole tenute da preti dove anche Gramsci studiò, figlio di madre religiosissima, scuole che non a caso nella versione ortodossa formarono pure Iosif Dzugasvili, in arte Stalin. Ma da ex papa boy l’inquilino di Palazzo Chigi ha pretese più modeste anche se non meno invasive, al nostro papa-boy, trovatosi non si sa come a governare un paese stralunato e perciò a suo avviso da rifondare col progetto del P.d.N., l’occasione è sembrata veramente propizia. L’Italia incantata da Bergoglio, che non si firma papa Francesco ma Francesco, e incantata dal cosmopolitismo cialtrone dove fratellanza universale e speculazione finanziaria giocano a scambiarsi le maschere, l’Italia senile, tanto sterile quanto intimidita, il cui massimo filosofo è Eco e il massimo scrittore Camilleri, l’Italia ancora terrorizzata dal ricordo della miseria e da qualsiasi botto di capodanno preso per sparo, sarebbe disponibile anche a farsi ingessare nel P.d.N. tanto più che il progetto all’apparenza non comporterebbe niente di coercitivo, nessuna chiusura di partiti avversari, nessun bavaglio alla stampa, insomma nessuna dittatura otto novecentesca, né la salsa cilena paventata da Berlinguer, niente del vecchio armamentario degli assolutismi ormai aggiornato dal grigiore di quello che viene chiamato pensiero unico infarcito fino alla nausea di “ politically correct “, e di milioni di individualismi strampalati ed estrosi, che dimostrano come al moltiplicarsi infinito delle libertà corrisponda l’asfissia della libertà. Ma cosa sto descrivendo se non il deserto politico del paese che ancora qualcuno addita ad esempio della più grande democrazia del XXI secolo, ossia gli States? Negli States e in genere nell’approccio empirico delle società anglosassoni la sacralità dell’informazione è finalizzata a suscitare non idee, non ideologie, ma le pubbliche opinioni manovrabili, e si può anzi dire che in quelle società più le opinioni sono aleatorie e ondivaghe, più si prestano al veloce mutamento più sono ritenute garanzia di libertà e difesa contro l’insorgere delle ideologie. Ciò in ossequio al principio che le opinioni sono un prodotto destinato a farsi merce, ma non così il robusto fondamento di un’ideologia non riducibile a mercificazione se non nella sua fase ultima, becera ed imitativa di cui storicamente è esempio il ’68, come nella odierna procedura elettorale l’andirivieni delle opinioni è palese nei meccanismi delle primarie, condotte in un recinto familistico che accetta tutto e il contrario di tutto. Certamente possono darsi opinioni non mercificabili ma devono essere opinioni dentro un’idea forte, proprio quella che l’inquilino di Palazzo Chigi si guarda bene dall’avere e cercare. Sbaglia chi tratta indifferentemente le idee come opinioni e le opinioni come idee, anche se per i più è di scarso rilievo che l’opinione nasca da un’occhiata data al problema, e l’idea invece connoti l’immagine approfondita e studiata dello stesso problema. Differenza fondamentale se l’informazione e internet permettono di dare un’occhiata a tutto, di creare e smontare opinioni su tutto. Le opinioni sono il pane quotidiano della società liquida come usa dire, dove anche gli algoritmi usa e getta si fanno liquidi. Quanto più comodo affidarsi alle opinioni che senza danni organizzano e sfasciano matrimoni tra emotività e razionalità, se il problema è fingere di risolvere il prima possibile ogni questione difficile, dall’accoglienza alle unioni omo. Infine nella comunità delle opinioni il voltagabbana esercita un diritto sacrosanto, mentre si rivela miserabile a tradire l’appartenenza ideologica che a tal fine negli States viene confinata a salotti, redazioni e campus. Ma solo così l’elettore estraneo a tali ghiottonerie intellettuali e pur iscritto da democratico o repubblicano, può senza dilemmi rovesciare il suo voto, proprio perché è elettore liberissimo di riempirsi il carrello di opinioni al supermercato dell’informazione, perpetrando il mito che gli States siano la democrazia più compiuta della storia umana. Un paese invece dove l’unica parvenza di ideologia si concreta nella battaglia per i diritti delle minoranze, ma è pur essa battaglia che non produce veri scollamenti e pericolosi scontri sociali perché battaglia vinta in partenza avendo dalla sua parte le leggi onnivore del mercato disposto ad appoggiare qualsiasi diritto, dico qualsiasi, pur di incrementare le vendite, una battaglia quindi spendibile da eserciti di opinioni mercenarie per il migliore offerente. Se allora le opinioni sono merce idonea alla democrazia mercantile a cui non vorremmo essere destinati, quanto più conveniente sarà infiltrare anche nella vecchia Europa la democrazia delle opinioni, e quanto più redditizia questa intrusione per la folla smisurata dei voltagabbana. La vanità delle opinioni adulterate dalla diffusione e dal mutamento veloci ed erroneamente identificate come massima espressione della democrazia, sono il vero brodo con cui il P.d.N. vorrebbe lessarci dentro lo stivale, l’egemonia progettata dal parvenu capo del PD che ha scambiato l’Italia per un circolo di boy scout del Valdarno, o per la Leopolda dove con battute da cabaret cuoce i beoti intorno a tavole rotonde di una convention all’americana, tenendo sempre a modello le astute retate del marketing. Il progetto senza idee del P.d.N. allora non è il partito egemone fino al 60% e più, ma l’edificazione della clinica dove ricoverare l’Italia per avviare la trasfusione nella storia italiana del sangue di storie che non sono nostre né ci riguardano, e di cui è sicuro il rigetto quanto mai doloroso a versarci nelle vene opinioni adulterate anziché il buon vino delle idee. Il progetto del P.d.N. di fatto non è progetto politico e nemmeno antropologico perché l’antropologia politica la progettano solo i regimi, e si palesa invece come una trovata squinternata e buia di una mente molto volenterosa e basta, simile alla stramberia mussoliniana di piantare abeti presso la capitale per fare più nordici e ardimentosi i romani e poi gli italiani. In ciò l’inquilino di Palazzo Chigi si rivela altro eterno outsider di provincia come il suo predecessore di Predappio, entrambi fin da bambini a mordere il freno per arrivare, Mussolini patendo le pene dell’inferno in una storia infernale, l’inquilino di Palazzo Chigi invece cullato fin da piccolo come divetto fra tanti divetti di famiglie arricchite nelle terre ex rosse dopo che la storia infernale s’era conclusa, in un’area sociale e politica la cui la ricchezza colata dalle cooperative trasformò anche l’antifascismo in coazione a ripetere. Dopo la fine del cattocomunismo, al nostro orfano di ideologia e furbescamente infilato nello sbandamento delle intelligenze e delle idee, non restava che inventarsi alfiere di un nuovo radicale per cui non ha statura, un nuovo fatto di vuote parole d’ordine ripetute fino al sospetto del disturbo mentale e gettate a manciate ai neofiti in tripudio, esaltando esili risultati che comunque prima o poi i cicli macroeconomici regalano a qualsiasi governo. Fino all’incauta speranza di Orfini sul PD che per saecula saeculorum non dovrebbe avere più bisogno di alleanze per governare. E finché l’inquilino di Palazzo Chigi non raglierà sui conti che non sa fare, il troppo raffazzonato anche per un popolo paziente che sbadiglia pensando e pensa sbadigliando.

Pubblicato in : EditorialeTag: battaglia, caro alzeglio ciampi, conti, crisi, danni, democrazia, elezioni, espressione, europa, figlio, finanziaria, freno, governo, leopolda, mercato, misure, mussolini, nazione, palazzo chigi, pane quotidiano, parvenu, pd, primarie, processo, referendum, regime

Info Marzio Siracusa

” Studiato ho, ahimè, filosofia / studiato ho legge e medicina / e purtroppo anche teologia / intensamente, con aspra fatica! / Eccomi or qui, povero stolto, / senza aver nulla risolto / “

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