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Il paradosso di Tempa Rossa: se la macchia d’olio del trattore cancella le colpe dei giganti del petrolio

C’è un’immagine, filtrata dalle anticipazioni della trasmissione Report guidata da Sigfrido Ranucci, che racconta il destino della Basilicata meglio di mille dossier statistici o faldoni giudiziari. È il volto di Leonardo, 72 anni, la pelle segnata dal sole e dalle fatiche di una vita passata a coltivare la terra, e lo sguardo smarrito di chi si ritrova improvvisamente intrappolato in un incubo kafkiano. Leonardo è un piccolo contadino di Corleto Perticara, un paese abbarbicato sulle colline lucane che la geografia del capitalismo energetico ha trasformato in un avamposto strategico. La sua colpa? Possedere un fazzoletto di terra nel posto sbagliato: proprio lì dove sorge il gigantesco Centro Olio “Tempa Rossa”, il cuore pulsante delle attività estrattive della multinazionale TotalEnergies.

di Antonio Laraia | 31 Maggio 2026

C’è un’immagine, filtrata dalle anticipazioni della trasmissione Report guidata da Sigfrido Ranucci, che racconta il destino della Basilicata meglio di mille dossier statistici o faldoni giudiziari. È il volto di Leonardo, 72 anni, la pelle segnata dal sole e dalle fatiche di una vita passata a coltivare la terra, e lo sguardo smarrito di chi si ritrova improvvisamente intrappolato in un incubo kafkiano. Leonardo è un piccolo contadino di Corleto Perticara, un paese abbarbicato sulle colline lucane che la geografia del capitalismo energetico ha trasformato in un avamposto strategico. La sua colpa? Possedere un fazzoletto di terra nel posto sbagliato: proprio lì dove sorge il gigantesco Centro Olio “Tempa Rossa”, il cuore pulsante delle attività estrattive della multinazionale TotalEnergies.

​Oggi, quell’anziano agricoltore rischia di passare alla storia – e alle cronache giudiziarie – come il grande inquinatore della Val d’Agri. Secondo una narrazione ufficiale che sta sollevando un’ondata di sdegno, rabbia e incredulità in tutta la regione e non solo, le pesanti contaminazioni da idrocarburi scoperte nel sottosuolo dell’area non sarebbero figlie delle attività di estrazione, raffinazione e stoccaggio di uno dei più grandi e potenti colossi energetici del pianeta. Al contrario, la colpa è stata scaricata sul bersaglio più fragile: uno sversamento di olio lubrificante proveniente dal vecchio trattore con cui Leonardo, giorno dopo giorno, tenta faticosamente di portare avanti un’agricoltura di sussistenza. Una tesi che sposta il focus dai rischi industriali alla negligenza privata, trasformando la vittima nel perfetto capro espiatorio.

​Il paradosso rasenta l’assurdo e assume i contorni della beffa se si ricostruisce con attenzione la genesi dell’intera vicenda. Mosso dalla preoccupazione per la salute del proprio territorio e dal desiderio di trasparenza, Leonardo aveva deciso di compiere un nobile atto di cittadinanza attiva: ha aperto i cancelli della sua proprietà alle associazioni ambientaliste, concedendo una porzione del suo terreno privato per installare un piezometro. Uno strumento di controllo indipendente, un presidio di legalità dal basso voluto dai comitati per monitorare lo stato delle falde acquifere profonde e intercettare quelle perdite invisibili che i canali ufficiali troppo spesso faticano a registrare.

​I monitoraggi di quella “sentinella” ambientale, alla fine, qualcosa di grave lo hanno trovato davvero. Nel sottosuolo, a una profondità che supera i 18 metri, sono emerse tracce evidenti, pesanti e altamente preoccupanti di idrocarburi. È esattamente lo scenario da incubo che gli ambientalisti, i comitati di cittadini e i geologi indipendenti paventano e denunciano da oltre vent’anni in Basilicata. Ma è qui che scatta il cortocircuito: anziché far scattare immediatamente i protocolli di massima emergenza, disporre il blocco cautelativo degli impianti o avviare controlli serrati e trasparenti sulle condotte chilometriche del Centro Olio, il sistema ha reagito ritorcendosi contro chi ha permesso la scoperta. L’attenzione si è concentrata sull’anziano proprietario e sul suo vecchio mezzo agricolo. Come un lubrificante da trazione, sversato in superficie, possa penetrare gli strati compatti di roccia, argilla e terra fino a raggiungere quasi venti metri di profondità, aggirando completamente le leggi fondamentali della fisica e della geologia, resta un mistero scientifico che l’inchiesta televisiva proverà a svelare, ma che per ora sembra servire solo a delegittimare il monitoraggio indipendente e coprire responsabilità ben più ingombranti.

​Una dinamica che, secondo i portavoce regionali di Europa Verde Avs Donato Lettieri e Michela Trivigno, fotografa una realtà capovolta e profondamente ingiusta. Per i due esponenti politici, ci si trova davanti al compimento di un vero e proprio cortocircuito territoriale: dopo aver tollerato per decenni l’impatto pesante e silenzioso delle trivellazioni e delle attività estrattive sulla propria pelle, i lucani subiscono ora l’estrema beffa di essere sul banco degli imputati proprio quando provano a difendersi. Nelle riflessioni dei rappresentanti ambientalisti si legge la denuncia di un sistema distorto che, anziché tutelare le comunità ospitanti e valorizzare chi vigila sul territorio, finisce per ribaltare i ruoli, trasformando le vittime dei danni ambientali nei presunti responsabili dei disastri nel sottosuolo.

​Il caso, inevitabilmente, ha squarciato il silenzio della provincia per varcare i confini regionali, trasformandosi in un caso politico nazionale che mette a nudo la fragilità dei controlli ambientali in Italia. I portavoce lucani hanno formalmente investito della questione il proprio gruppo parlamentare alla Camera dei Deputati, chiedendo il deposito immediato di un’interrogazione urgente rivolta al Governo e ai ministeri competenti per l’Ambiente e le Imprese. L’obiettivo dei parlamentari è duplice e non si ferma alla pur doverosa difesa dell’anziano agricoltore lucano. Si vuole squarciare una volta per tutte il velo di opacità che avvolge la gestione ambientale complessiva dell’hub estrattivo di Tempa Rossa e dell’intera Basilicata. L’interrogazione punterà a pretendere la massima trasparenza sui dati storici dei monitoraggi, a richiedere analisi chimiche terze e indipendenti sulla reale matrice degli idrocarburi rinvenuti nel sottosuolo – per capire se appartengano al petrolio greggio estratto o ai fluidi industriali – e a denunciare una scandalosa disparità di trattamento. Un sistema normativo e ispettivo che da un lato applica una tolleranza millimetrica verso i colossi dell’energia e dall’altro usa il pugno di ferro contro i cittadini indifesi del territorio non è più tollerabile in uno Stato di diritto.

​La drammatica vicenda di Corleto Perticara riapre così una ferita profonda e mai rimarginata, che sanguina da decenni nel cuore della Basilicata: quella delle promesse tradite e del fallimento totale del modello del “Texas d’Italia”. Per oltre vent’anni, la classe politica locale, i governi nazionali che si sono succeduti e i colossi multinazionali del settore energetico hanno ripetuto ossessivamente lo stesso identico mantra per addomesticare il dissenso: l’estrazione dell’oro nero avrebbe portato sviluppo infrastrutturale, posti di lavoro stabili per le nuove generazioni, un benessere diffuso e ricchezza per tutti i comuni coinvolti.

​A distanza di due decenni, il bilancio sociale, economico e umano è sotto gli occhi di chiunque voglia guardare la realtà senza i filtri della propaganda. La Basilicata interna si ritrova oggi impoverita e ferita. Il territorio subisce uno spopolamento demografico spaventoso, con interi paesi ridotti a borghi fantasma e i giovani costretti a emigrare altrove per costruirsi un futuro. A questo si aggiunge un progressivo smantellamento dei servizi essenziali: gli ospedali territoriali vengono ridimensionati, le scuole chiudono per mancanza di iscritti e i collegamenti stradali rimangono fatiscenti, lasciando intere vallate in un isolamento medievale. Anche l’agricoltura d’eccellenza, la tutela della biodiversità e la salvaguardia del paesaggio rurale, storici pilastri dell’economia e dell’identità lucana, subiscono un gravissimo danno d’immagine causato dalla vicinanza asfissiante con i pozzi e le torce di sicurezza, mentre cresce esponenzialmente l’ansia sanitaria delle popolazioni locali, costrette a convivere con la paura degli effetti a lungo termine delle emissioni in atmosfera e della contaminazione silenziosa delle matrici ambientali sulla salute pubblica.

​Il tutto si consuma in una terra che custodisce i giacimenti di idrocarburi su terraferma più grandi d’Europa, un paradosso nel paradosso: i lucani vivono sopra una cassaforte energetica planetaria ma sono costretti a pagare i carburanti alla pompa a prezzi inaccettabili, subendo tutte le devastazioni ambientali dell’estrazione senza ricevere in cambio reali benefici strutturali o sconti tariffari. Ma anche se queste compensazioni ci fossero state, anche se la favola dello sviluppo industriale avesse davvero asfaltato le strade e modernizzato le città, nulla di tutto ciò potrebbe mai giustificare l’ombra del disastro ambientale e sociale. C’è un limite invalicabile che nessun dividendo economico può comprare: il benessere della biosfera e di chi la abita non è una merce sacrificabile sull’altare della produzione di massa, poiché il vero progresso si misura unicamente sulla capacità di preservare, prima di ogni altra cosa, la salute dell’ecosistema e la qualità della vita dei cittadini. Qualsiasi modello economico, estrattivo o manifatturiero, che richieda la distruzione silenziosa dei territori in nome del profitto non è evoluzione, ma una forma di colonizzazione energetica ed anche industriale camuffata da modernità: un cortocircuito concettuale che scambia la crescita dei fatturati con lo sviluppo umano, lasciando dietro di sé solo macerie ecologiche.

​La storia del trattore di Leonardo rischia di rimanere impressa nella memoria collettiva come il simbolo definitivo e più umiliante di questo sistema asimmetrico, in cui il potere economico scarica le proprie colpe e i propri scarti sull’anello più debole della catena, criminalizzando persino lo sforzo dei cittadini di vederci chiaro. Domenica sera i riflettori della televisione pubblica si accenderanno su Tempa Rossa, ma la risposta politica, istituzionale e giudiziaria a questa inaccettabile assurdità lucana non potrà più nascondersi dietro una macchia d’olio, né potrà pretendere di barattare il futuro della Basilicata con il miraggio di un progresso a senso unico.

Antonio Laraia

Pubblicato in : Editoriale

Info Antonio Laraia

Antonio Laraia è un giornalista ed opinionista di “Avanti Online”.

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