
Può sembrare un paradosso, ma per arrivare indenne a fine legislatura Giorgia Meloni dovrebbe fare un favore a Matteo Salvini: spostarlo al Viminale e affidare il ministero dei Trasporti a qualcun altro. Non è una questione di equilibri interni o di cortesia politica. È una questione di sopravvivenza.
Per gli italiani, che da mesi fanno i conti con ritardi, disservizi e infrastrutture sotto pressione, e per la stessa maggioranza, che si avvicina a un’estate in cui il traffico aumenterà e ogni criticità rischia di trasformarsi in un boomerang politico. Ma il vero problema di Salvini oggi non è il ministero che guida. È la situazione in cui si è infilato da solo. Il leader della Lega attraversa probabilmente la fase più delicata della sua parabola politica.
La scelta di portare Vannacci dentro il partito come simbolo di rilancio e riscossa si è trasformata nel più classico dei cavalli di Troia. Nella storia, per Priamo non finì benissimo. E anche per Salvini quello che sembrava un segno di buon auspicio si è rivelato un boomerang, al punto che i sondaggi attribuiscono a Futuro Nazionale percentuali ormai comparabili a quelle della Lega: il 5,5% secondo SWG. Per il segretario leghista, in altre parole, è un vero terremoto politico. Dal Papeete in poi gli errori strategici non sono mancati.
Questa volta, però, la posta in gioco è diversa. Perché Vannacci non rappresenta soltanto un concorrente esterno: rappresenta la possibilità concreta che una parte significativa dell’elettorato leghista trovi – o abbia già trovato – una nuova casa politica. Quando un leader inizia a perdere consensi verso una figura che lui stesso ha contribuito a lanciare, il problema diventa serio.
Eppure Meloni non può permettersi di assistere da spettatrice al declino dell’alleato. I sondaggi raccontano una Lega in affanno, sempre più vicina ai suoi minimi storici. Il Parlamento, però, racconta una storia diversa. La Lega continua a possedere una rappresentanza numericamente rilevante, superiore a quella di Forza Italia e non così distante da quella di Fratelli d’Italia. Tradotto: indebolire Salvini può essere conveniente sul piano elettorale, ma rischia di rivelarsi pericoloso sul piano della stabilità politica. Perché senza Salvini la maggioranza perderebbe uno dei suoi pilastri. E quando un pilastro si incrina, gli equilibri parlamentari possono cambiare rapidamente.
La storia recente insegna che governi apparentemente solidi possono cadere nel giro di poche settimane e lasciare spazio a maggioranze che, fino al giorno prima, sembravano impensabili. È già accaduto con il governo giallo-verde e nessuno può escludere che la politica italiana riesca ancora una volta a sorprendere. A quel punto, anche qualche malumore interno, qualche parlamentare inquieto o qualche transfuga in cerca di nuovi approdi potrebbe diventare decisivo. Per Meloni, dunque, la partita è più complessa di quanto appaia. Da una parte c’è la tentazione di occupare ulteriore spazio politico a destra, assorbendo parte del consenso leghista. Dall’altra c’è la necessità di preservare l’equilibrio della coalizione.
Un esercizio che richiede abilità, pazienza e soprattutto una gestione attenta dei rapporti con Giorgetti, vero punto di raccordo tra Palazzo Chigi e il mondo leghista. Forse tutto questo resterà soltanto un teorema estivo. Forse la premier continuerà a dormire sonni tranquilli, forte di numeri che, per ora, non sembrano in discussione. Ma la politica italiana insegna una regola semplice: i governi raramente cadono sotto i colpi dell’opposizione. Più spesso crollano per le crepe che si aprono al loro interno. Ed è proprio lì che andrebbe cercato il vero pericolo. A destra. Non all’opposizione.
Angelo Santoro

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