Non ci credo che questa gragnuola di avvisi di garanzia che colpiscono soprattutto amministratori di grandi e piccole città sia come un nuovo 1992, anno di inizio del populismo manettaro, altrimenti detto Tangentopoli.
Ci vedo alcune differenze. La più appariscente è che allora ci fu, se non una regia, certamente una guida di fatto. Le inchieste maggiori erano concentrate a Milano. E da li si estesero in tutta Italia: in parte perché gli atti vennero trasferiti per competenza territoriale (a discrezione, peraltro; perché la competenza territoriale venne violata a piacimento e spesso i PM milanesi si tennero arbitrariamente le inchieste di maggiore risonanza). In altra parte per l’immancabile effetto emulativo.
L’attacco che fece crollare i partiti di governo, insomma partì dal centro economico del Paese, cioè da Milano.
Oggi accade il contrario. Il possibile nuovo collasso del sistema politico potrebbe essere l’effetto di una serie di iniziative di piccole e grandi procure sparse in tutta Italia.
Sarebbe sciocco pensare ad una regia, a qualcuno capace di muovere le fila di decine di procure. E’ piuttosto la malattia, speculare e contraria, della politica e della magistratura italiane a fare temere il nuovo crollo.
La politica è debole: ruota attorno a pochissimi personaggi, talvolta inadeguati. Non ci sono i partiti, nemmeno il PD lo è più. Perciò si vive in stato di costante precarietà anche nelle Istituzioni.
La malattia della magistratura è opposta: è affetta da presenzialismo bulimico. Che porta persino a forzare le leggi: nella carcerazione preventiva, nelle intercettazioni a strascico, e persino nel sentirsi investita di compiti che non le spettano.
E’ sempre successo che le procure fossero inondate da lettere, denunce ed esposti contro pubblici amministratori. Che poi, in minima parte avevano un seguito giudiziario. E se lo avevano, avveniva con la massima cautela. Oggi pare, invece, che si parta a spron battuto. Il gran numero di assoluzioni, dopo lunghi anni di patimenti degli imputati, consiglierebbe il contrario. Ma la carne è debole: quando si tratta di politica, i riflettori sulle inchieste si accendono, come per la mafia e il terrorismo.
Ma ciò non può costituire un alibi per la politica. L’imbarazzo del PD e quello simmetrico del M5S è significativo. Il sindaco di Livorno, Nogarin, quello di Parma Pizzarotti, e di Lodi, Uggetti, non avrebbero meritato il linciaggio di cui sono stati oggetto. La natura e la complessità degli atti amministrativi per i quali sono indagati non si presta a giudizi sommari.
Sacrificare e strumentalizzare gli interessi pubblici, la salvaguardia di diritti fondamentali e la dignità delle persone per esigenze di propaganda politica è semplicemente incivile.
Eppure, il rimpallo tra PD e M5S su quali sindaci si comportino meglio di fronte ad un avviso di garanzia è disrmante. Perché il “meglio” consisterebbe nel rispetto delle regole dei rispettivi partiti, non delle garanzie costituzionali.
Oggi molti pensano che il destino del governo e la stessa tenuta del sistema siano appesi all’esito del referendum sulle riforme costituzionali. Mai abbaglio fu più grande. Ristabilire il ruolo non sovrapponibile che la Costituzione assegna rispettivamente alla Politica e alla Magistratura è la vera urgenza del Paese.

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