
La “onda azzurra” al Congresso e i nuovi confini del sostegno a Kiev
La netta vittoria del Partito Democratico alle elezioni di metà mandato del novembre 2026 ha radicalmente ridisegnato la mappa del potere a Washington. Con la conquista della maggioranza sia alla Camera dei Rappresentanti che al Senato, l’elettorato statunitense ha inviato un chiaro segnale di svolta, privando l’amministrazione guidata da Donald Trump del controllo monocromatico sul potere legislativo. Sebbene la Costituzione americana conferisca al Presidente ampi poteri nella gestione delle relazioni internazionali, il nuovo Congresso a trazione democratica si appresta a esercitare un severo contro-potere istituzionale, riaprendo dossier strategici che sembravano ormai archiviati, a partire dal sostegno militare a Kiev.
Negli ultimi mesi, i rapporti tra la Casa Bianca e il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy avevano raggiunto i minimi storici. L’amministrazione Trump aveva infatti drasticamente ridotto l’assistenza finanziaria e militare, congelando contestualmente diverse sanzioni contro Mosca nel tentativo di forzare un negoziato rapido per porre fine alle ostilità.
La vittoria democratica riapre una fessura di speranza per le autorità ucraine. Grazie al controllo delle commissioni chiave e al potere di bilancio (power of the purse – potere del portafoglio), il nuovo Congresso ha la facoltà di inserire nuovamente nella propria agenda l’approvazione di massicci pacchetti di aiuti militari e un forte ripristino dell’attività ispettiva sulle manovre della Russia. Tuttavia, gli esperti esortano alla cautela. Per aggirare l’eventuale veto del Presidente sulle leggi di spesa ordinaria, i Democratici avranno comunque bisogno di raccogliere un consenso bipartisan trasversale, lasciando presagire una stagione di forte stallo o di serrati compromessi.
L’esito del voto ha suscitato reazioni alterne e complesse tra le cancellerie europee della NATO. Da un lato, i leader dei paesi scandinavi e gli alleati storici occidentali hanno accolto con favore l’emergere di posizioni più vicine all’Europa su temi quali il multilateralismo, il clima e l’assistenza internazionale allo sviluppo. Dall’altro, diversi ministri della Difesa europei hanno espresso forte preoccupazione per il rischio di una paralisi istituzionale a Washington. La polarizzazione estrema tra la Casa Bianca e Capitol Hill potrebbe rendere l’alleato americano un partner imprevedibile sul fronte commerciale e della sicurezza comunitaria.
Il timore di fondo a Bruxelles e nelle capitali dell’Est Europa resta incentrato sulle ambizioni personali di Donald Trump per gli ultimi due anni del suo mandato. Libero dalle scadenze elettorali, il Presidente potrebbe concentrarsi quasi esclusivamente sulla politica estera per cementare la propria eredità storica, spingendo per un accordo di pace accelerato sul Mar Nero. I funzionari europei temono che Washington possa avallare una soluzione diplomatica alle spalle di Kiev e a scapito dell’integrità territoriale ucraina, scardinando l’architettura geopolitica dell’Europa occidentale per ristabilire i legami economici con la Russia.
Il voto di metà mandato non cambia l’insegna della Casa Bianca, ma ne limita drasticamente la traiettoria globale. Il nuovo equilibrio transatlantico si giocherà su un delicato doppio binario: da un lato, una presidenza determinata ad accentrare le decisioni geopolitiche e commerciali; dall’altro, un Congresso rigenerato che utilizzerà ogni prerogativa legislativa — comprese le restrizioni sul numero minimo di truppe statunitensi stanziate in Europa — per vigilare sulla tenuta della NATO e impedire che la sicurezza del Vecchio Continente diventi oggetto di uno scambio transattivo con Mosca. Per l’Europa, la necessità di sviluppare una reale autonomia strategica e militare non è mai stata così urgente.
Giuseppe Basilico


Dopo Trump, ancora Trump
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