
La filosofia? La negazione di ogni concretezza.
La letteratura? Una fuga dalla realtà.
L’arte, la cultura? Roba per gente smidollata, annoiata o svalvolata, magari da coltivare in recinti televisivi o cinematografici riservati agli amici più fedeli.
Nella società prossima ventura tutto deve essere funzionale alla omologazione dei comportamenti. Non servono fughe nel crogiolo del pensiero o nel caos della creatività o addirittura nei rischi della ribellione.
Anche il dissenso è scoraggiato se non vietato ed impedito.
L’imperativo?
Semplificare, sfrondare, eliminare tutto quanto infastidisce il potere e rende la vita dei cittadini intricata al pari di una notte senza stelle.
È questo il sogno contemporaneo dei potenti che fa proseliti anche tra individui, popoli e nazioni spingendoli verso un mondo ordinato, uguale e riconoscibile, espressione di una visione unificante che si stende su di esso con il paterno afflato di magnati, autocrati e dittatori travestiti da benefattori e presidenti i quali, il mondo, se lo immaginano e lo vogliono a propria misura oltre che somiglianza.
Non fa differenza la dislocazione planetaria o la distinzione di regime.
Il governo unico del mondo è cosa fatta.
Ci son voluti molti decenni, quasi un secolo, ma alla fine il processo si è concluso.
Adesso bisogna costruire l’umanità ad esso funzionale.
Fatta l’Italia bisognava fare gli italiani sentenziò Massimo Taparelli marchese d’Azeglio all’indomani dell’unificazione della penisola.
Troppe lingue, troppi dialetti, troppe attese e mugugni, rivolte…bisognava bonificare, unificare lingua, storia, aspirazioni, pensieri. E finì la grandezza d’Italia che, come sosteneva Dostojevski, consisteva nella sua effervescenza, nel suo apparente caos che produceva letteratura, pensiero, cultura per il mondo intero.
Ahimè, egli rilevava amaramente, gli italiani preferirono essere una piccola nazione alla corte del potente di turno piuttosto che una grande entità universale e refrattaria a qualsiasi incasellamento.
Adesso tocca al mondo.
Si comincia dalla lingua, il nuovo esperanto, propagandato come segno della raggiunta dimensione globale mentre è la cartina di tornasole dell’impoverimento generale e della sudditanza anche.
Un presidente o rappresentante di una nazione che si gloria di parlare la lingua universale rinunciando ad esprimersi nella lingua del suo popolo, lo sta tradendo quel popolo. Eppure oggi, una simile scelta è addirittura motivo di soddisfazione e occasione di propaganda come se tutta la competenza dei politici chiamati a governare un paese si riducesse all’uso più o meno fluido e corretto della lingua-esperanto.
Un tempo ciascun rappresentante di popoli e nazioni nelle sedi ufficiali si esprimeva nella propria lingua e ciò era motivo di orgoglio e occasione per affermare la propria identità culturale in uno con l’essenza della propria diversità nazionale.
Era la sdrucciolevole deriva del mondo quella che, con largo anticipo, Dostojevski aveva decrittato denunciando la scelta omologante dell’Italia nella speranza, magari, che qualche pezzo di mondo si potesse sottrarre contrastando l’appiattimento imposto dai potenti ed affermando la vocazione libertaria di popoli ed individui.
Perché l’umanità che si ribella, è un’umanità che progredisce, crea e pensa. Coniuga la libertà con il desiderio di felicità, il pensiero con l’autenticità.
Eppure anche nei momenti più terribili, anzi proprio in quelli, la volontà di essere sé stessi in un mondo solidale non omologato od omologabile non era mai venuta meno.
Addirittura folli guerre furono combattute e regimi liberticidi contrastati, per rivendicare a ciascun individuo ed a tutte le genti simili orizzonti.
Ma proprio in quel terribile coacervo di guerre e regimi prese il sopravvento l’idea di un nuovo ordine unificante.
A Bretton Woods gli Stati Uniti imposero il dollaro come moneta mondiale, la loro economia come motore del pianeta e la loro presenza come demiurgo dell’umanità.
Da lì in avanti è stata tutta una corsa in crescendo per conquistare il primato dilatando il concetto di potenza che intanto veniva fatto proprio da quanti ambivano ad aggiungersi alla cuspide finanziaria che aveva preso a monopolizzare l’intero pianeta punendo chi si discosti e riducendo alla ragione quanti vogliano sottrarvisi…
La terza guerra mondiale a pezzi, come la definì Papà Francesco, è tutta in questa deriva che intanto si è trasformata in metastasi con pretesa di catarsi universale.
Da qui l’imperativo di creare i cittadini del globo unificato dopo aver creato il governo unico del mondo. Esattamente allo stesso modo in cui fatta l’Italia era urgente fare gli Italiani e fatta l’Europa, più o meno, bisogna creare gli europei.
Difficile comprendere quel che sta succedendo sul pianeta al di fuori di una simile chiave di lettura.
Difficile comprendere cosa sta succedendo in Italia ed al di fuori di essa.
Ministri che si agitano per ridurre lo spazio di ogni possibile pensiero autonomo, prodromo di pericolose ribellioni a loro veduta più o meno palesata, un governo che immagina “sorti magnifiche e progressive” nell’arrivo di un premier-plenipotenziario al riparo da ogni freno ed orpello democratico si tratti del Parlamento, della magistratura o di un Presidente della Repubblica custode e garante della Costituzione frutto della Resistenza alla dittatura fascista e risultato della volontà-capacità di ribellione della nazione.
Ma ciò che avviene in Italia non è dissimile da ciò che avviene in modi e con istanze più o meno sovrapponibili dappertutto e talora in maniera che rende complicato trovare una linea di demarcazione tra pensiero omologante e pensiero, semplicemente.
Le dispute avvengono sulle scelte che possono incidere sul consenso degli elettori piuttosto che sulle scelte che segnano l’azzeramento delle differenze per come il pensiero critico, la filosofia, le diverse scuole economiche, la cultura le ha rappresentate.
Paradossalmente c’è una corsa condivisa a riconoscersi reciprocamente nella democrazia anche quando questa viene non solo mortificata ma addirittura compromessa e negata nei fatti se non nelle parole.
Se ne diluiscono gli spazi vitali con l’illusione di allargarne i confini sino a includere i suoi nemici che dal canto loro si camuffano o si adeguano di buon grado e intanto portano avanti la loro azione per annullarne i contenuti agendo sulla scuola, sulla cultura, sul pensiero.
Guardarsi intorno per convincersene.
Siamo alla distruzione metodica delle leve della ragione critica.
La scuola diviene percorso funzionale all’incasellamento degli individui in una società omogenea ed omogeneizzata in cui non vi sarà spazio alcuno per l’affermazione individuale né per la “ribellione sociale”, tantomeno per la costruzione di una coscienza collettiva critica e disposta al dialogo o se volete alla dialettica necessaria per comprendere e decidere di conseguenza.
L’impoverimento del linguaggio con la dispersione del lessico, la rarefazione del vocabolario e la negazione persino della grammatica e della sintassi ( che si insinua anche nelle pubblicità
televisive e invade la pubblicità e la comunicazione sociale), rappresentano ulteriori tasselli di un puzzle che scaturisce da un’idea individuale e collettiva della convivenza declinata in tutti i modi possibili, figlia dei tempi attuali contrappuntati da specchi deformanti in cui “la gente” si specchia rivivendo, in un perverso gioco di rimozione, i propri desideri, le proprie aspirazioni nella vita, nei comportamenti, nelle manie, nelle decisioni della cuspide ipercapitalistica che governa il mondo sin nelle più lontane periferie…
Chiamatelo se volete mondo distopico…
O si ritrova la forza di ribellarsi ritrovando la capacità di mettere in discussione le proprie convenienze, l’abitudine ad adeguarsi alla volontà altrui, l’istinto a conservare il proprio angolo di tranquillità a discapito di tutti gli altri, la volontà di riannodare i legami con la visione ancestrale della vita sia pure in una reinterpretazione contemporanea rifiutando l’appiattimento su un mondo sempre più preda della metastasi finanziaria o il destino di questa umanità sarà terribilmente segnato.
E non è questione di autocrati americani, o russi o cinesi né dei loro epigoni nostrani.
C’è un rischio reale che ai prepotenti i quali oggi giocano con il pianeta e l’umanità esattamente allo stesso modo del Grande Dittatore di Chaplin, subentrino degli epigoni più o meno a quelli sovrapponibili.
Essi sono infatti il frutto della metastasi del sistema finanziario-produttivo-consumistico a sua volta erede de capitalismo monopolizzato dalla finanza deviata.
Entrate ed osservate una filiale qualsiasi di una banca qualsiasi e ne avrete una plastica evidenza. Non esiste più alcuna empatia umana.
La gestione è affidata all’algoritmo e l’obiettivo non è quello di sostenere cittadini, famiglie ed imprese nei loro progetti ma massimizzare i profitti degli azionisti a fronte della rinuncia delle istituzioni di imporre una qualsiasi redistribuzione degli stessi.
La stessa considerazione vale per le aziende energetiche e per le aziende tecnologiche.
Per i produttori di armi e per i cosiddetti detentori di sistemi di sicurezza cibernetica.
Non siamo più padroni del nostro destino.
Altri lo manovrano per il proprio tornaconto.
E non sono gli dei antichi che invece si fermavano davanti alla sacralità del fato di ciascun uomo il quale diventava destinatario e unico responsabile di esso.
Ovvio che la cancellazione di Manzoni dall’insegnamento scolastico, il prosciugamento della filosofia, la ghettizzazione della letteratura, l’eliminazione del pensiero critico o, più banalmente, la capacità di dare forma al proprio pensiero, elaborandolo criticamente nella riflessione individuale e collettiva, esprimendolo compiutamente nell’eloquio personale e corale, rappresentandolo adeguatamente nella forma scritta, costituiscono altrettanti passaggi da eliminare.
In fondo al tunnel c’è l’obbedienza, la lobotomizzazione e l’omologazione. “Qualcuno volò sul nido del cuculo” per strozzare gli ultimi nati liberi e l’omologazione divenne la discriminante dei “blade runner” nella caccia ai replicanti in un mondo a rischio disfacimento.
Antonio Corvino

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