Il politico da noi è figura socialmente screditata (magari in qualche rarissimo caso anche a torto, non dico di no), anche se puntualmente circondata da vilissimo ossequio. E tuttavia l’italiano è e resta un animale molto strano perché se gli dici “politico” fa una smorfia di disgusto, ma se prendi il politico e gli contrapponi il “privato” quello non ha dubbi: sceglie il politico e lascia indietro il privato. Forse perché il secondo è mosso da quella cosa malefica che si chiama profitto. Il privato è sempre e comunque interessato, il politico al contrario finisce per dare sicurezza, un senso di tutela che il privato lascia scoperto.
Donde deriva questa mentalità anti-economica, anti-industriale, così pervicacemente pubblicistica – per di più in un Paese così ricco di imprese? E com’è che le aziende pubbliche e la pubblica amministrazione diventano improvvisamente un modello di garanzia – magari non si sa bene di che cosa – quando c’è il rischio che siano soppiantate da soggetti privati? Perché un politico dovrebbe essere capace, di più e meglio che un imprenditore, a gestire un’attività industriale quale è quella, per esempio, della gestione del servizio idrico? E perché per indurre gli elettori a una determinata scelta in cabina elettorale si urla loro che si vuole mantenere l’acqua pubblica, quando è evidente che la qualità di bene pubblico dell’acqua non è minimamente in discussione?
E ora mi spiace dover premettere all’argomento dei referendum sull’acqua un’affermazione che potrà intendersi ‘ideologica’ o ‘culturale’ – e quindi astratta -, senonché io confido proprio nella sua concretezza: nella progettazione della governance delle modalità di gestione di una risorsa pubblica quale è (e quale dunque è destinata a restare, a seguito di qualsivoglia esito dei referendum del 12-13 giugno prossimi) l’acqua, efficienza e risultati non prescindono da una gestione privata, ancorché sottoposta a controllo pubblico.
In termini giuridici la legislazione che si vuole affossare consente di scindere la titolarità del bene dall’esercizio del suo sfruttamento economico. Sono due concetti distinti.
Bene, nessuno pretende che i privati siano lasciati assolutamente liberi di fare, con l’acqua, tutto ciò che credono. Quando si dice “gestione privata, controllo pubblico” – un binomio che si giustifica appunto per la natura del bene oggetto del servizio e che non avrebbe alcun senso nella produzione di panettoni o di automobili – si allude al fatto che la pubblica amministrazione dovrebbe assolvere al (tutt’altro che irrilevante) compito di monitorare la conformità dei criteri di gestione ai principi, alle regole e clausole di condotta stabiliti a priori dalla legge e nei capitolati di gara.
La storia economica di questo Paese non lesina purtroppo esempi di commistione tra imprese e potere politico, le une e gli altri avendo preteso di invadere o quanto meno di condizionare ambiti che non erano di loro competenza, sovente così finendo ciascuno per fare molto male il proprio mestiere. La politica non ha nessun titolo e nessun merito per fare impresa e l’impresa non ha alcun diritto di tirare la giacca alla politica e di asservire i suoi processi decisionali a fini particolari.
In Italia occorre tracciare un salutare confine tra amministrazione e attività economiche e occorre farlo anche perché laddove la pubblica amministrazione si mette a fare impresa, finisce per assumere al contempo il ruolo di controllato e di controllore – a tutto discapito della economicità e della imprenditorialità dei criteri gestionali e quindi di risultati utili per l’utenza e per i contribuenti.
Anche il pubblico – per chi se ne fosse dimenticato – insegue in ogni caso un profitto, che non è fatto di utili aziendali bensì di consensi.
Ebbene, in questo Paese, di decisioni assunte per il consenso a discapito dei conti ce ne sono state a milioni; di crimini contro la libertà economica e l’economicità delle gestioni, perpetrati inseguendo la pace sociale e il pieno di voti, sono ricche le pagine della storia e della cronaca.
Non è l’ora di cambiare?
E pensare che l’art. 23 bis della L. 133/08, quello che con il referendum si vorrebbe abrogare (il secondo riguardando la possibilità che le tariffe siano graduate anche in funzione della remunerazione del capitale investito), consente di affidare il servizio anche a società a prevalente capitale pubblico. Insomma, non è neppure una vera e definitiva privatizzazione (come del resto si è visto in questi anni). Dunque, di cosa stiamo discutendo?
L’unica incertezza consentita: si va al mare o ci si schiaffa (sulla scheda) un bel NO?
Paolo Marini

Tutto molto bello Paolo, ti invito a studiarti però Nuove Acque la società pubblico privata dell’acquedotto di Arezzo, finita anche in un’indagine di Report; Maggioranza del Cda pubblica, Golden Share privata, costituita dall’ex Sindaco di Arezzo Ricci ( Centrosinistra), presidenza attale ( credo ancora) Dott Ricci ( Commercialista) , ex sindaco di Arezzo. La società francese privata è la stessa che gestisce l’acquedotto di Manaus in Brasile, quella che faceva mancare l’acqua a quella parte povera di Manaus che non aveva i soldi per pagarla; faccio presente e poi chiudo che devo lavorare che a Parigi dopo 15 anni di affidamento dell’acqua a due diverse società private è stato deciso di far tornare pubblica l’acqua.
Ciao.
Niccolò
Senza negare i difetti e le inefficienze dell’attuale gestione mista pubblico-privata che si ha qui in Toscana di un bene primario come l’acqua, il decreto Ronchi rischia di essere una cura ben peggiore del male che vorrebbe curare. Dato che già ora il regolatore pubblico è incapace di controllare il gestore semi privato, come testimoniano le vicende dell’approvazione dell’ultimo piano aziendale di Pubbliacqua ed i consistenti extraprofitti conseguiti dai gestori nel 2010, che vanno ben al di là di quelli previsti dal regolatore. Quindi, gli investimenti per migliorare il servizio sono risultati inferiori alle previsioni del controllore, ovvero le tariffe sono state più alte di quanto previsto.
Sarebbe l’ora di finirla con il dipingere chi è favorevole all’abrogazione, come dei deficienti che non distinguono la proprietà dalla gestione, ma in un regime di monopolio naturale come nel caso delle risorse idriche, chi controlla l’erogazione, controlla il bene. Ed in assenza di un’autorevole autorità di vigilanza non vi sono sufficienti garanzie su qualità, servizi e tariffe. Con l’ingresso dei privati nella gestione le inefficienze, i disservizi sono rimasti gli stessi, come testimoniato da tantissimi cittadini toscani che questo referendum lo hanno sottoscritto, mentre le tariffe sono aumentate e continuranno a farlo senza alcuna garanzia di investimenti efficaci al miglioramneto del servizio ed alla riduzione degli sprechi.
“L’acqua è un servizio determinante per la vita e la salute dei cittadini, pertanto non può essere gestita da chi ne può trarre profitto”. Gaetano Negri sindaco di Milano nel lontano 1888, della Destra storica italiana. Lascio all’intelligenza di ognuno valutare…
Caro Paolo,
un ottimo articolo, per quel 1% in grado di seguirti, purtroppo in Italia sono arrivati da destra e da manca per Secoli, 60 Milioni di ladroni, ora che la regola è lavorare, li senti come si lamentono.
Sono sbalordito nel leggere quello che una persona intelligente e sensibile come Paolo Marini scrive. E’ in discussione – e in vendita – proprio un bene pubblico : il bene pubblico . I mascalzoni – di ( cosiddetta ) sinistra e di ( cosiddetta ) destra – che, complici ancora una volta, conducono l’operazione, la mascherano con le solite fregnacce-distinguo tra gestione e proprietà.
Spudorati! Disonesti!
Lo vediamo ogni giorno, da tempo, cosa hanno portato le “privatizzazioni” in Italia . aumento dei costi; peggioramento dei servizi; nessun beneficio per il cittadino, soggetto primo di uno Stato che volesse essere , almeno in minima parte, liberale.
Provare, per credere, poste, trasporti, ferrovie ad alta….criminalità.
Andrò a votare – dovessi anche essere moribondo ! – per votare SI : al referendum sull’acqua, naturalmente. Per gli altri Pensalibero ospiterà sicuramente un dibattito illuminante e torneremo sull’argomento. Saluti furibondi.