
Riflettevo stamani sulla questione israeliana, sulla quale il mondo dal 1948 costruisce una parte della propria identità ideologica. Al netto di slogan, risoluzioni e tavoli negoziali, si riduce a una linea di confine molto semplice: riconoscere oppure negare il diritto all’esistenza di Israele. Tutto il resto viene dopo. Confini, sicurezza, status di Gerusalemme, insediamenti, perfino le tregue, sono capitoli che si aprono solo quando quel punto è chiuso. Se non lo è, ogni trattativa diventa teatro.
Israele nasce nel 1948 come Stato sovrano e, come ogni Stato, fonda la propria legittimità su un principio elementare: esistere entro confini riconosciuti e difendibili. Il problema è che, a differenza di altri contesti, questo presupposto non è mai stato accettato in modo pieno e definitivo da una parte del mondo arabo e da movimenti che hanno costruito la propria identità politica proprio sulla negazione di Israele. Quando il punto di partenza è “non devi esistere”, pensateci, il negoziato è già morto. Di cosa si dovrebbe parlare, dei pompelmi di Jaffa?
Nel campo occidentale, da sempre una parte della cultura di sinistra ha progressivamente spostato il baricentro del discorso. In nome dell’antimperialismo e della solidarietà verso i palestinesi, si è finito spesso per relativizzare il diritto all’esistenza di Israele, o per condizionarlo. Non sempre in modo esplicito, ma nella pratica sì: si accetta Israele solo a certe condizioni, lo si sottopone a un giudizio permanente, si tollerano narrazioni che ne mettono in discussione la legittimità originaria. È un terreno scivoloso, perché apre la porta a un doppio standard: ciò che per altri Stati è un dato di fatto, per Israele diventa materia negoziabile.
Il risultato è un cortocircuito. Da una parte si chiede a Israele di garantire sicurezza e autocontrollo, dall’altra si legittimano, anche solo sul piano simbolico, posizioni che negano la sua esistenza. Non funziona. Nessuno Stato accetterebbe di sedersi a un tavolo mentre l’interlocutore ne contesta il diritto a stare sulla mappa.
La storia recente lo dimostra. Ogni avanzamento reale è arrivato quando il riconoscimento è stato messo nero su bianco, quando si è accettato che Israele c’è e ci resterà. Ogni arretramento coincide con il ritorno alla negazione, alla delegittimazione, alla guerra per procura. È un’alternanza che si ripete da decenni.
Dire che tutto si riduce a questo non significa ignorare il dramma palestinese, né minimizzare responsabilità e errori israeliani. Significa stabilire una priorità logica. Senza il riconoscimento reciproco, non esiste pace possibile. Con il riconoscimento, invece, si apre uno spazio reale, difficile ma concreto, per discutere di tutto il resto.
E qui entra in gioco il punto più semplice, quasi brutale nella sua chiarezza. Tutti questi teatrini stucchevoli, alimentati da una sinistra delegittimaria, le distinzioni artificiose tra sionismo e antisemitismo usate come foglia di fico, le discussioni infinite su chi deve riconoscere cosa, quando, come e perché, si riducono a una sola domanda: riconosci il diritto all’esistenza di Israele?
Se la risposta è sì, allora si può parlare per giorni di Medio Oriente, storia, diritto internazionale, governi, errori, responsabilità e di ogni scelta politica discutibile. Se la risposta è no, meglio salutarsi: la conversazione finisce lì.
Per quanto mi concerne, capii che un ebreo non poteva essere di sinistra quando, nel lontano 1975, ebbi uno scontro verbale con un giovanissimo Massimo D’Alema, allora segretario della FGCI, che, con tanto di kefiah al collo e due scagnozzi al seguito, girava per i collettivi dei licei (io ero al Morgagni, a Monteverde, Roma) per perorare la causa palestinista, negando il diritto all’ esistenza di Israele.
Piero Terracina

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