
Difficile commentare l’attuale fase politica senza avvertire una profonda inquietudine per quelli che appaiono come gli ultimi residui di un ordinamento autoritario mai del tutto svanito, ma oggi pronti a rigenerarsi sotto l’egida del governo di destra guidato da Giorgia Meloni. L’Italia antifascista e democratica osserva con crescente lucidità come questa stagione di riforme, spesso scritte con una perizia tecnica discutibile e una fretta sospetta, rientri in realtà in un progetto ben più articolato e, per certi versi, estremamente pericoloso. Non si tratta di interventi isolati o di semplici correttivi amministrativi, ma di tasselli di un mosaico coerente che mira a ridisegnare radicalmente i confini del potere esecutivo a discapito delle garanzie costituzionali conquistate con il sangue della Resistenza.
Basterebbe citare i passaggi chiave di questi 41 mesi per comprendere la direzione di marcia di un esecutivo che sembra soffrire ogni forma di controllo terzo. L’aggiramento sistematico del Codice degli Appalti e il contestuale depotenziamento dell’organico della Corte dei Conti non sono semplici scelte di efficientamento burocratico: rappresentano la volontà politica di rimuovere i “fastidiosi” presidi di legalità preventiva. Si delinea così un sistema dove la spesa pubblica diventa un territorio opaco, sottratto allo sguardo dei magistrati contabili, proprio mentre affluiscono le ingenti risorse del PNRR. A questo si aggiunge l’abolizione del reato di abuso d’ufficio, una mossa che priva i cittadini dell’unico argine penale contro i soprusi dei pubblici ufficiali, e il capovolgimento del concetto di silenzio/assenso per le opere pubbliche. Quest’ultimo trasforma la velocità in un alibi perfetto per l’arbitrio, lasciando la collettività priva di reali strumenti di tutela di fronte a decisioni che impattano sul territorio e sull’ambiente.
La deriva appare ancora più netta e spregiudicata se si guarda alla gestione della responsabilità amministrativa. La depenalizzazione del danno erariale, ridotto a una sola sanzione amministrativa quasi completamente a carico dello Stato, configura una situazione kafkiana: oltre al danno alle casse pubbliche provocato da condotte colpose, si consuma la beffa di un’impunità di fatto. In pratica, lo Stato finisce per risarcire se stesso per le colpe dei propri funzionari, sollevando questi ultimi da ogni reale deterrente patrimoniale. È un chiaro segnale di smantellamento dei doveri di rigore e diligenza che dovrebbero invece caratterizzare chiunque gestisca il bene comune, favorendo un clima di irresponsabilità diffusa che strizza l’occhio ai fedelissimi dell’apparato di potere.
Il vero cuore pulsante di quella strategia di “normalizzazione” risiedeva nella riforma della giustizia targata Nordio-Meloni, un progetto che per mesi ha minacciato di smantellare l’autonomia dell’ordine giudiziario. L’istituzione di un’Alta Corte di Giustizia disciplinare, con i suoi membri da selezionare parzialmente tramite sorteggio, non era che un malcelato grimaldello per scardinare l’indipendenza del Consiglio Superiore della Magistratura e colpire quella magistratura “scomoda” che non si piega ai desiderata del potere. Tuttavia, questo tentativo di sventramento democratico — che molti hanno descritto come un vero e proprio sciacallaggio delle istituzioni di stampo post-fascista — si è finalmente schiantato contro la volontà popolare. Il recente referendum ha segnato il punto di arresto di questa deriva: il responso delle urne non è stato solo un voto tecnico, ma un atto di resistenza civile che ha posto fine alle mire dispotiche sull’ordinamento giudiziario, troncando sul nascere quel processo di erosione che voleva minare il principio cardine della separazione dei poteri.
Nonostante questa fondamentale vittoria dei cittadini, la guardia non può essere abbassata, poiché parallelamente prosegue l’assalto all’architettura parlamentare e alla rappresentanza. La riforma della legge elettorale, con un premio di maggioranza ipertrofico per la coalizione che superi la soglia del 40% dei voti, rimane un’arma puntata al cuore della democrazia: l’obiettivo è rendere totalmente ininfluenti le minoranze e le istanze dei rappresentanti regionali, specialmente in vista delle future elezioni del Presidente della Repubblica. Questo meccanismo, meticolosamente studiato per blindare il controllo del territorio politico, si salda in modo letale con il progetto ancora sul tavolo del “Premierato”. Il rischio concreto resta quello di una trasformazione della nostra democrazia parlamentare in un sistema monocratico e plebiscitario, dove il capo del governo assume poteri quasi assoluti, svuotando di senso il ruolo di equilibrio e garanzia del Quirinale e riducendo il Parlamento a un mero ufficio di ratifica delle volontà del Capo.
Solo una visione colpevolmente ingenua potrebbe non scorgere in questi “equilibristi sul filo dell’illegalità” una precisa e lucida mira dispotica, che sopravvive anche dopo la sconfitta referendaria sulla giustizia. Le connessioni ideologiche con le peggiori frange reazionarie sparse in Europa e nel mondo suggeriscono la persistenza di un modello di società gerarchico, dove il dissenso è tollerato solo se marginale. Di fronte a questo scenario, il successo del referendum deve servire da catalizzatore per una rinnovata fermezza democratica che difenda ogni singolo valore costituzionale residuo. Ma la storia non ammette distrazioni: quando le istituzioni di garanzia finiscono sotto assedio, la coscienza civile è l’unico argine possibile contro la marea di un passato che non vuole passare. Questi spettri, che oggi tentano di indossare abiti nuovi per sfilare nel presente, non portano con sé alcun progresso, ma solo il respiro gelido di un’epoca che l’Italia ha già giurato di non rivivere mai più.
Antonio Laraia

Lascia un commento