
C’è un’immagine iconica che, per oltre un secolo, ha definito l’essenza stessa della Laguna durante i mesi della Biennale: quella di una geografia liquida e sospesa, dove i confini nazionali sfumano progressivamente nel colore, nella materia e nella forma. È stata, storicamente, la vera zona franca dell’umanità, un porto sicuro e inviolabile dove il dialogo tra i popoli persisteva con ostinazione anche quando i cannoni tuonavano a poche centinaia di chilometri di distanza. Oggi, tuttavia, quell’armonia che credevamo intoccabile appare profondamente ferita, incrinata da un “virus” della contrapposizione politica che, dopo aver infettato i campi di gioco dello sport e le stanze felpate della diplomazia, bussa ora con violenza ai cancelli dei Giardini e dell’Arsenale, pretendendo di decidere chi abbia il diritto di cittadinanza nell’universo dell’estetica. Si tratta di una tensione alimentata non solo dai conflitti globali, ma soprattutto da una feroce dialettica interna alla stessa maggioranza di governo, impegnata in un braccio di ferro tra chi invoca la fermata dei ponti culturali come ritorsione geopolitica e chi, invece, tenta di preservare l’autonomia dell’arte.
Siamo testimoni oculari di una metamorfosi pericolosa e forse irreversibile della nostra società globale, dove lo scontro si sposta dai campi di battaglia ai padiglioni espositivi. Se fino a ieri lo sport e l’arte erano considerati gli ultimi linguaggi planetari rimasti, territori neutrali e franchi capaci di sopravvivere persino alle più feroci tempeste ideologiche, oggi assistiamo a una progressiva e sistematica erosione di questi spazi di libertà. L’esclusione degli atleti russi dai Giochi invernali di Milano-Cortina 2026 non è stata solo una decisione sportiva, ma ha segnato un precedente amaro e inquietante: l’interruzione deliberata di quel “filo minimo” di dialogo che nemmeno durante i momenti più bui della Guerra Fredda era stato reciso del tutto. In questo scenario, il dibattito sull’esclusione degli artisti russi dalla Biennale di Venezia non rappresenta solo una questione curatoriale, ma un bivio etico per l’intera civiltà occidentale, stretta tra le pressioni delle istituzioni UE e la necessità di restare fedele ai propri valori di apertura.
Al centro di questa tempesta ideologica si staglia con vigore la figura del presidente Pierangelo Buttafuoco. La sua strenua opposizione alle spinte censorie e ai venti di esclusione — emersi in modo talvolta stridente anche nel confronto dialettico con il ministro della Cultura Alessandro Giuli — rappresenta un tentativo quasi eroico di erigere un “argine” culturale contro la marea montante dell’intolleranza. Difendere il principio assoluto secondo cui l’arte non può, e non deve mai, trasformarsi in un mero campo di sanzioni geopolitiche significa preservare l’ultima cellula di resistenza contro la logica della forza bruta e del pensiero unico. Se accettassimo di chiudere i canali culturali e impedissimo agli artisti di esprimersi e confrontarsi al di là delle loro contingenze nazionali o dei governi sotto cui vivono, staremmo entrando di fatto in un mondo radicalmente diverso: quello della barbarie non solo fisica e bellica, ma di una barbarie dello spirito caratterizzata dall’incapacità cronica di ascolto e dal rifiuto programmatico dell’altro in quanto interlocutore.
In questo solco di resistenza intellettuale, appare quasi necessario evocare lo spettro inquieto di Pier Paolo Pasolini, che della lotta contro ogni forma di censura fece una missione esistenziale prima ancora che artistica. Per Pasolini, la censura non era mai un atto di protezione della morale o della società, ma un sintomo di debolezza del potere, un tentativo maldestro di nascondere la realtà e di omologare il pensiero critico. Egli sosteneva che l’arte dovesse avere il diritto, e quasi il dovere, di essere “scandalosa” e disturbante, poiché solo attraverso l’urto con l’altro — con ciò che è diverso, lontano o persino nemico — è possibile risvegliare le coscienze dall’apatia del conformismo. Il suo pensiero ci ricorda che bandire un artista significa, in ultima analisi, bandire la possibilità di comprendere il mondo nella sua interezza; significa scegliere l’ignoranza rassicurante della propaganda al posto della verità scomoda del confronto.
Questa deriva preoccupante trasforma l’altro in un nemico assoluto e monolitico, operando una brutale semplificazione che cancella la complessità dell’individuo, dell’intellettuale e dell’artista sotto il peso opprimente di una colpa collettiva basata sulla nazionalità. È la negazione sistematica dell’armonia in favore di una visione a doppia via della realtà, un manicheismo moderno dove non è più ammessa alcuna sfumatura, ma solo lo schieramento cieco. Il rischio reale e imminente che corriamo è quello di trasformare i padiglioni storici di Venezia in vere e proprie trincee ideologiche, dove l’opera d’arte non è più un ponte ma un vessillo bellico. Quando la cultura smette di essere quel terreno neutrale dove le differenze non vengono annullate, ma messe faticosamente in relazione tra loro, essa perde istantaneamente la sua funzione vitale: quella di essere una forza perturbatrice che mette in crisi le certezze del potere, anziché limitarsi a confermare i pregiudizi politici del momento.
In questo clima di estrema tensione e polarizzazione, risuona con una forza profetica la voce di Papa Leone XIV. Fin dai primi passi del suo pontificato, iniziato nel 2025 in un mondo già profondamente lacerato, il Pontefice ha indicato la centralità assoluta della pace e del dialogo come gli unici rimedi possibili al contagio dell’odio e della diffidenza. Il suo è un appello accorato a non chiudersi in contrapposizioni sterili e identitarie, ma a mantenere aperti con ogni mezzo i ponti della comunicazione e dell’incontro. Il richiamo di Leone XIV non è un semplice esercizio di retorica religiosa o diplomatica, ma una necessità pragmatica di sopravvivenza per una specie che sembra aver smarrito la bussola della convivenza. Predicare la pace e la bellezza come strumenti di mediazione anche quando nessuno sembra più disposto ad ascoltare è il compito titanico che il Papa ha affidato non solo alle istituzioni religiose, ma a chiunque oggi detenga le chiavi della comunicazione, della politica e, soprattutto, della cultura.
La Biennale di Venezia si trova dunque oggi davanti a una sfida che definirà il suo futuro e, con esso, quello del prestigio culturale dell’Europa intera: restare l’ultimo avamposto di una visione multipolare, complessa e dialogante o cedere definitivamente alle logiche spartitorie della sanzione permanente e del boicottaggio estetico. Se l’arte smette di essere lo spazio sacro dell’incontro e del dissenso costruttivo, rimarrà soltanto il vuoto spaventoso lasciato dal fallimento della diplomazia e il rumore assordante dei conflitti che non trovano più parole per essere spiegati. Difendere la presenza di artisti russi, o di qualsiasi altra nazionalità coinvolta in teatri di crisi, non significa affatto ignorare le responsabilità della politica, ma affermare con forza una verità superiore: che l’umanità dell’artista trascende la bandiera dello Stato. Solo attraverso questa ostinata difesa dell’apertura la cultura potrà continuare a essere l’unico vero antidoto a quella barbarie che, giorno dopo giorno, tenta di soffocare l’armonia globale sotto il peso della forza bruta.
Antonio Laraia

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