
Eccolo lì, il grande mercante dell’Occidente, l’uomo che si picca di governare l’impero con la logica di un casinò di Atlantic City. Si chiama Donald Trump. E dall’altra parte del filo, col fiato corto e l’orgoglio ferito, c’è l’altro padrone del vapore, il principe ereditario Mohammed bin Salman, l’uomo che sognava di modernizzare il deserto a colpi di grattacieli specchiati e che ora si ritrova con l’acqua alla gola.
Due telefonate, dicono le cronache di questi giorni di settembre. Due suppliche disperate giunte da Riad alla Casa Bianca. «Colpiscili, Donald. Bombarda quegli straccioni barbuti che mi stanno portando via il Mar Rosso». E il miliardario di New York, con quella sua aria sbrigativa da bottegaio che non vuole grane a ridosso delle elezioni mid-term, ha risposto di no. Ha risposto picche. Niente bombe, niente caccia americani a ripulire il cortile di casa dei Saud. Al massimo qualche informazione d’intelligence, un po’ di coordinate satellitari buttate lì come si lancia un osso a un cane fedele ma fastidioso. «Sbrigatevela da solo, caro il mio principe».
Da una parte i sauditi, custodi di una teocrazia petrolifera che ha sempre preteso di comprare tutto con i petrodollari, comprese le guerre degli altri. Dall’altra l’America di Trump, un colosso stanco, egoista, terrorizzato all’idea di impantanarsi in un altro Vietnam di sabbia e sassi proprio mentre sta già scambiando colpi proibiti con l’Iran nel golfo di Hormuz.
Nel frattempo, laggiù nello Yemen dimenticato da Dio, i ribelli Houthi ridono. Avanzano come formiche impazzite e feroci lungo la costa del Mar Rosso. Hanno preso l’isola di Mayyun, hanno occupato lo stretto di Bab el-Mandeb, il “Cancello delle Lacrime”. Un nome che sembra una profezia. Hanno messo le mani sulle armi e sui blindati che le truppe governative, addestrate dai sauditi a suon di miliardi, hanno abbandonato fuggendo come conigli. E l’Iran, il burattinaio di Teheran, se la ride sotto i baffi, muovendo le sue pedine fanatiche per stringere il cappio attorno al collo del commercio mondiale e far saltare in aria gli oleodotti di Riad.
È il trionfo dell’illusione occidentale. Crediamo sempre che la storia si possa regolare con un contratto, con un tweet, o chiudendo gli occhi davanti al fanatismo religioso. Trump dice che l’America viene prima, che non ci si deve immischiare. Pensa di proteggere il suo elettorato tenendo le navi lontane dalle coste yemenite. Ma non ha capito, o fa finta di non capire, che il fanatismo islamico non si ferma davanti a un rifiuto telefonico. Quando lasci il controllo delle rotte marittime globali in mano a chi invoca la morte dell’America e la maledizione sugli ebrei, non stai facendo la pace. Stai solo preparando il terreno per un risveglio ancora più sanguinoso, ancora più tragico.
Il principe saudita Mohammed bin Salman piange e il presidente americano si gira dall’altra parte. E noi, l’Europa imbelle e distratta, stiamo a guardare il prezzo del petrolio che sale e la nostra libertà che affonda in quel mare diventato un lago di pirati e di fondamentalisti. Che vergogna. Che immensa, imperdonabile cecità.
Giuseppe Basilico

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