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IL MALE SOTTILE SI CHIAMA CRISI IDEOLOGICA DELLA NOSTRA CARTA COSTITUZIONALE

La nostra Carta metteva tutto a posto: un programma di nuova società,, organi di governo bilanciati per reciproco controllo, potere di ultima istanza assegnato ai partiti. Tutta questa roba è fuori dalla realtà democratica attuale. Di Rino Formica

di Rino Formica | 2 Novembre 2009

Dopo le elezione di Pierluigi Bersani alla segreteria del Pd e dopo l’accordo Berlusconi-Tremonti il sistema politico italiano si è rafforzato o si è indebolito? Penso che l’apparente normalità abbia nei suo seno tutti gli elementi per una alterazione e, forse, per una mutilazione del sistema.
Nei due campi trincerati contrapposti non è maturata la coscienza che una fase rabberciata della democrazia dell’alternativa è in via di accelerato esaurimento. Nessuna forza politica dominante può rivendicare la legittimazione storica per potersi definire partito della Costituente. Il sistema dei partiti che la Carta costituzionale elevò al rango di costruttore della società nuova e di garante del patto costituzionale, non c’è più. Il tentativo di poter sostituire i partiti freddi e radicati con dei movimenti elettorali caldi e larghi, non è riuscito. La debolezza della politica è avvertita e preoccupa. La decadenza del personale politico fa soffrire le istituzioni. il conflitto tra poteri con rappresentanza e poteri senza mandato popolare è fiori controllo e produce una insanabile guerriglia istituzionale.
La soluzione Bersani e l’accordo Berlusconi-Tremonti non superano le difficoltà, anzi le aggravano perchè prolungano la malattia. Il ritorno alle vecchie politiche delle verifiche risolte attraverso le prove di forza degli apparati o mediante l’editto imperiale del Capo, rinviano le soluzioni mentre i problemi restano a marcire.
Nei due campi il gioco si è sviluppato sull’incerto terreno degli intrighi tradizionali e del fascino suggestivo dei nuovi miti e dei rinnovati simboli.
Bersani vince su una linea, lasciata in ombra per meglio reclutare il consenso esterno: struttura e funzionamento di partito pi vicini al tradizionale partito organico che al partito leggero ed evanescenti alleanze larghe per governare. Ci vuol dire copertura a sinistra e sfondamento al centro e occhio attento alla destra; convergenza nel partito di tendenze culturali diverse con una area forte di storia comunista e di attualità post-comunista.
Gli effetti immediati e prevedibili potrebbero essere:
1. interesse con gradimento misurato a sinistra del Partito democratico;
2. compattamento del vecchio cattocomunismo;
3. diffidenza e ostilità del buonismo giustizialista e, per altre ragioni, del post-ideologismo flessibile e pragmatico.
Il tempo ci dirà se Bersani metterà in piedi un partito socialdemocratico freddo e in ritirata come il Partito socialdemocratico tedesco, o un partito popolare caldo e in espansione come il Pasok greco.
Giulio Tremonti apparentemente fronteggia un attacco alla linea del rigore da parte di alcuni voraci ministri e sottosegretari, ma in realtà deve difendere due fronti essenziali per il suo successo nel dopo Berlusconi: l’alleanza con la Lega e il dialogo istituzionale con l’altra metà del Paese, Il ministro dell’ Economia ha lanciato due segnali di forza: ha dato sostegno a Umberto Bossi nella difesa del territorio veneto e ha chiuso l’accordo sulla sanità con le Regioni.
Tremonti ha nell’immediato altri ostacoli: l’ostilità dei banchieri e del partito romano. Non deve commettere l’errore di ritenere che i banchieri siano i Giavazzi e che il partito romano sia Gianni Letta. Si tratta di realtà più potenti e più solide dei loro provvisori portavoce. E non deve commettere un errore ancora più grave: quello di ritenere che la presidenza dell’Aspen lo metta al sicuro. Anzi lo incatena. Riforme contro i poteri stabilizzati e tregua istituzionale senza subalternità, richiedono un forte sostegno di popolo all’interno e all’esterno del suo partito. Il resto lo vedremo.
Nel vuoto politico che il Pd ed il Pdl, per ragioni diverse ma convergenti, producono si formano grumi e coaguli in parte reali e in parte artificiali. Il caso Marrazzo con i suoi residui nel ventilatore eccita le tendenze del catastrofismo morale, e crea le condizioni per le involuzioni conservatrici di destra e di sinistra. La rivolta di Rutelli, pur inseguendo la sempreverde speranza della Terza Forza, inserisce nell’anemico sistema un elemento di movimento, che può produrre un più articolato pluralismo politico.
Ma da questa situazione di taglia e cuci non se ne esce senza individuare la fonte del malessere istituzionale: il male sottile che ci travolge si chiama crisi ideologica della nostra Carta costituzionale . La nostra Carta metteva tutto a posto: un programma di nuova società,, organi di governo bilanciati per reciproco controllo, potere di ultima istanza assegnato ai partiti. Tutta questa roba è fuori dalla realtà democratica attuale.
Chi affronterà la crisi italiana partendo da questo ostico e doloroso punto guiderà l’Italia del domani?

Rino Formica da Il Riformista

Pubblicato in : Primo piano

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Commenti

  1. Pietro Caruso

    5 Novembre 2009 alle 18:54

    Il passo di una crisi lunga

    Bisogna sempre porre attenzione alle riflessioni di un politico come Rino Formica, perchè da socialista è sempre stato in grado di prevedere con un certo successo i movimenti del futuro. Certo Formica rimane molto legato alla Prima Repubblica, ma la profondità di analisi è innegabile.
    Nel merito, però, fra i motivi della crisi metterei innanzi tutto il ritardo storico della Dc e del Pci che si sono trasfusi nel Pdl e nel Pd con le scissioni che si sono avute fra destre e sinistre della Dc nel Pdl, destra e sinistra socialista del Psi, nel Pdl e nel Pd e destra e centro del Pci nel Pd.
    Naturalmente questa è una semplificazione, ma spiega almeno in parte le ragioni dei ritardi. A questi aggiungo: la Seconda Repubblica ha visto due duellanti rincorrersi ma non combinare nulla di nuovo sul versante istituzionale. Questi duellanti sono stati Berlusconi e D’Alema. Berlusconi, nella sua immensa impoliticità arrogante, ha pensato che il collante anticomunista bastasse ad evocare una maggioranza abbastanza solida da formare un blocco politico e sociale granitico. Ci è quasi riuscito ma questo ha impedito al Paese del XXI secolo di raccogliersi in una inedita nuova aggregazione liberaldemocratica. Il Pdl oggi è semplicamente un partito destra-centro. Quando esisteva Forza Italia era un partito di centro-destra. Il fatto che esista una pattuglia di ex-socialisti: Sacconi, Tremonti, Brunetta tenta di aprire una finestra di riformismo laico e liberale ma alla prova dei fatti non basta e non basterà.
    Nel Pd le cose con Bersani tentano di riproporre una versione più liberal del Spd, ma il tempo del Pse in versione italiana è passato almeno dall’inizio del 2000. Vorrei affettivamente che non fosse così ma la mia razionalità dice un’altra cosa. La “terza forza” cattolica è un’illusione, anche se la Cei ci spera, perché così avrebbe una pervasività a destra, al centro e alla sinistra. Il peso del clericalismo cattolico ormai ha passato la linea di guardia. Sta ricreando l’anticlericalismo di vecchia maniera ed è inutile fare finta di non avere capito.
    Che fare? Teoricamente possiamo parlare di “Terza Repubblica”, ma in realtà siamo all’agonia della “Prima Repubblica” “bis”, con la versione aggiornata solo dalla pessima riforma elettorale ultra maggioritaria.
    Senza collegi non c’è democrazia. Personalmente pur avendo accettato il “bipolarismo” credo che il “bipartitismo” in Italia non sia più all’ordine del giorno. Solo che il Berlusconismo e l’arretratezza culturale della sinistra post-comunista non ha risolto l’armonizzazione delle forze politiche contrapposte. Siamo un Paese che vale meno della Spagna, della Grecia e del Portogallo, dal punto di vista politico.
    La “privatizzazione” della politica è il cancro che sta divorando la democrazia italiana. In parte è una tendenza del mondo, ma in una nazione in decadenza di soli 59 milioni di abitanti rischia di trascinare nel fango anche quello di buono che la Costituzione della Repubblica rappresenta e va difesa. Nè va sottovalutata la realtà di una Unione Europea che, per quanto in crisi, secolarizza un’idea di uno Stato più vasto di quello nazionale. Solo forze politiche macro federaliste sul piano di regioni europee possono salvarci dall’abisso. Intanto i riformatori nel Pdl e nel Pd si preparino a impedire che le nuove crisi dei loro partiti diventino deflagranti. Mancano anche, attorno a Berlusconi e Bersani, consiglieri che non siano soltanto giullari dei principi.
    Io questi consiglieri li vedo, quasi sempre, solo plaudenti e poco critici. Proprio il contrario di quello di cui ha bisogno l’Italia. Per questo sono scettico sulla “Terza Italia” mentre auspico da molti cittadini e cittadine democratiche “insorgenti” la necessità di lanciare un “Terzo Risorgimento” che non può che essere europeo, capace di pensare globalmente e agire localmente. Così io ho pensato dopo l’avvertimento di Rino Formica.

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