Gli indizi di liberalismo che Michele Salvati trova nella politica di Renzi sono autentici e certamente incoraggianti in una visione liberale, ma sono solo indizi e l’impressione è che, quando gli conviene, accetti che sia più il liberalismo ad impadronirsi di lui, che lui a diventare liberale.
Michele Salvati si è fatto prendere un po’ la mano dalla speranza che in questo Paese si affermi un po’ di cultura politica liberale, e in un articolo sul Corriere della Sera (3 novembre) ha visto in Matteo Renzi “un leader liberale per la sinistra”
Come liberale iscritto al PD, mi vien da dire: fosse vero. A me sembra infatti che Renzi non sia né liberale né socialdemocratico, e infatti lui stesso è significativo che non dica mai di essere liberale, come tanti hanno fatto disinvoltamente in questi anni. Ultimo, non con disinvoltura ma con forte sofferenza, Bertinotti, almeno come atto di omaggio a idee che aveva sempre combattuto.
Renzi è in realtà un “totus politicus” che interpreta con acuta spregiudicatezza il suo tempo, e si muove con estremo pragmatismo su tutto lo spazio dello schieramento: fa la cosa più di sinistra mai fatta dal PD, quella di iscriversi al socialismo europeo, ma solo perchè gli consente di avere una grossa rendita nei rapporti internazionali, e poi è indifferente, anzi quasi compiaciuto, di fronte alle accuse di essere di destra quando tratta la CGIL come nessuno l’ha mai trattata.
Gli indizi di liberalismo che Michele Salvati trova nella politica di Renzi sono autentici e certamente incoraggianti in una visione liberale, ma sono solo indizi e l’impressione è che, quando gli conviene, accetti che sia più il liberalismo ad impadronirsi di lui, che lui a diventare liberale. Nel senso, intendo dire, che il repertorio liberale offre grandi possibilità a chi vuol essere leader nell’età della grande crisi, delle disillusioni, delle cose concrete, che cancellano i sogni. E Renzi l’ha capito meglio di Monti, meglio di Enrico Letta, ma soprattutto ha più coraggio e cinismo.
La sua è allora una straordinaria capacità di muoversi senza ideologismi su un terreno che è più semplice definire del buon senso delle cose evidenti: la denuncia dell’assenza di meritocrazia nella pubblica amministrazione, il riconoscimento che in un Paese con 5 milioni di imprenditori anche questi sono lavoratori, l’orrore per le defatiganti procedure della concertazione, e soprattutto – qui ha ragione Salvati – il fatto che l’inefficienza è la prima forma di ingiustizia.
Sufficiente per essere salutato come un leader liberale della sinistra? Forse no, anche se certi aspetti sono inediti e inaspettati in un politico che non solo è presidente del Consiglio, ma è il capo del primo partito della sinistra, lasciando solo le briciole alla sinistra che fu, tutta manifestazioni di piazza e vecchi merletti.
Ma la sua battaglia per la disintermediazione sembra più un riflesso dell’era di twitter che una convinta idea liberale sulla necessità che le istituzioni siano al di sopra delle parti. Altrimenti non tenterebbe di trasformare il Senato in modo così rozzo e non avrebbe tolto anima, cioè relazione con gli elettori,alle Province. E il partito della nazione è meno liberale del PD a vocazione maggioritaria di Veltroni, perché i partiti della Nazione fanno un po’ paura e quelli a vocazione maggioritaria sono fisiologici almeno per chi crede nel bipolarismo.
La sua è comunque innovazione pura, in un Paese vecchio e in una sinistra decrepita.
Che questo gli meriti l’onore delle armi da parte liberale è dunque comprensibile e magari fa anche piacere, ma per diventare liberale davvero deve probabilmente ancora conoscere l’asprezza e la scomodità dell’impopolarità, mentre per ora sembra poco propenso a mettere in discussione il suo successo popolare.

Renzi potrebbe dirsi un socialista modernizzatore. In realtà, non sembra che abbia un (profondo) retroterra culturale. La sua visione della politica si ferma ai rapporti di forza e la sua unica grande performance è, al momento, una rapida, straordinaria conquista del potere. Non vedo a maggior ragione come si possa proporre l’argomento di un suo qualche rapporto con il liberalismo o anche solo di “indizi”, in lui, di liberalismo. Per la concezione che ho di questa tradizione di pensiero, non solo Renzi ma nessuna forza politica parlamentare ha minimamente a che fare con la cultura della libertà.