
La sequenza di femminicidi che sembra interminabile e il grande numero di violenze domestiche richiedono un forte cambio di mentalità e una svolta sul piano legislativo.
Al fondo di questo infausto fenomeno sociale c’è l’atteggiamento possessorio nei confronti delle donne che parrebbe del tutto anacronistico nel terzo millennio e che vede, invece, una recrudescenza. E il profilo del prevaricatore è più temibile quando ha sex appeal e assume le sembianze del principe azzurro.
Temibile perché la violenza inizia spesso in modo subdolo, come prevaricazione psicologica, forma di dominio, di denigrazione che poi si trasforma in minacce e in violenza fisica con un’escalation che talora continua fino alle estreme conseguenze..
A ciò si aggiunge un altro fattore di rischio, relativo alle vittime dei soprusi che talora sono restie alle denunce di stalking o di violenze fisiche in quanto le loro ragioni non di rado vengono sottovalutate. Così finiscono addirittura per subire l’umiliazione del disdoro sociale.
Queste ultime considerazioni le ritroviamo in vari libri che riportano delitti o violenze contro le donne. In particolare, mi riferisco a Violenzissima della giornalista e scrittrice Ilaria Bonuccelli che dopo il successo di Per ammazzarti meglio, giunto alla terza edizione in poco più di un anno (entrambi i libri sono editi da Lucia Pugliese-Il Pozzo di Micene) porta alla ribalta varie vicende, specie giudiziarie, sottolineandone la devastante ricaduta sulle vittime, che spesso scoraggia le denunce.
Ci sono numerose interviste dirette rilasciate dalle vittime, atti giudiziari, e anche osservazioni sulle risposte sociali a tutt’oggi frammentate, o insufficienti. Si parla di vittime, talvolta non credute, addirittura inquisite e deprecate, ad es. per il loro orientamento, o costume, sessuale, andando, di fatto, a scagionare i colpevoli.
Merita, poi, riproporre Favole da incubo (De Agostini,2020) in cui la criminologa Roberta Bruzzone e l’esperta di comunicazione e blogger Emanuela Valente descrivono famosi casi di cronaca nera con un’incisiva analisi degli stereotipi di genere che hanno provocato queste tragedie annunciate.
Tra gli stereotipi le autrici ne sottolineano uno particolarmente lapidario e duro a morire. I maschi sono intelligenti, le femmine sono utili. (nel libro se ne spiega dettagliatamente la portata). Il senso è che i maschi sono “progettati” per comandare, le femmine per accudire. A chi pensa che siano in gran parte retaggi di un passato ormai superato, le autrici spiegano che non è affatto così. Nella nostra società troviamo pregiudizi e tabù a cui obbediscono un po’ tutti: le vittime, gli assassini, l’opinione pubblica. Il quadro che ne emerge è crudo: le idee sessiste sono ancora molto radicate, in ognuno di noi, senza distinzioni di condizione economica e culturale.
E’ importante, poi, fare riferimento a Le nuove ferite degli uomini (Mondadori 2004) nel quale la psicologa Vera Slepoy osserva che per lungo tempo l’uomo si è sentito sicuro del proprio potere, del suo ruolo all’interno del sistema sociale, confortato dai privilegi derivati dalla posizione dominante. Quando sono intervenute le trasformazioni che hanno profondamente mutato l’identità femminile, anche quella maschile ha subito pesanti contraccolpi.
Cadute le arcaiche certezze della società patriarcale, come in un effetto domino sono stati travolti anche quei modelli – il padre-padrone, il guerriero, l’eroe, il dongiovanni – a cui gli uomini si sono ispirati per secoli. Il maschio si scopre vulnerabile. Da qui – spiega Slepoy – un dilagare di bulimia sessuale e violenza fisica e/o psicologica nei confronti delle donne. Il disagio maschile porta alla volontà di degradare la donna. Occorre quindi una ridefinizione della relazione tra sessi.
Tre libri che presentano aspetti particolarmente significativi. Ritengo, poi, che il tutto debba essere inscritto in un generale clima di violenza. che sostituendosi alla pruderie borghese porta a un contesto in cui assistiamo a risse, aggressioni o atti di vandalismo.
Allora, mi viene spontaneo ricordare i tempi della mia gioventù quando se una donna lasciava il marito o il fidanzato questi si rattrista o, al massimo, i due non si parlavano più. L’idea che potesse farle violenza o addirittura ucciderla era del tutto fuori luogo.
Eppure non era un contesto idillico perché troppo spesso, in passato, lo spirito di “cavalleria”, l’omaggio alla donna si univa a una condizione ‘d’inferiorità del c,d, sesso debole (che, guarda caso, non era considerato debole quando doveva fare lavori faticosi oltre ad attribuirle in toto la cura della casa anch’essa sfibrante).
L’Ottocento, secolo dello scientismo, si caratterizza per una clamorosa sottovalutazione della donna. Francesco Agnoli e Maria Cristina Del Poggetto ricordano in L’altra metà del cielo (Edizioni La Vela 2019 p.134 ss.) che illustri studiosi come Paul Broca fondatore nel 1859 della Società antropologica di Parigi, facevano coincidere superiorità intellettuale e volume/peso cerebrale dell’uomo bianco maschio. E Gustave Le Bon, nel 1879 scriveva che gli psicologi dopo aver studiato l’intelligenza delle donne le consideravano “la forma più bassa dell’evoluzione umana […]”.(Sigh !) . Per non parlare di Paul Julius Möbius, autore del saggio Sull’inferiorità mentale della donna (1900). (Doppio Sigh !)
In tempi più recenti e in un contesto in cui questi pregiudizi radicali erano ormai abbattuti quando alcuni decenni fa mi chiedevo perché le donne non fossero ammesse nell’esercito, nelle forze dell’ordine o in altre professioni analoghe si rispondeva, di solito, invocando la minore forza fisica. In realtà poiché non si era più al tempo del “lancia e spada” la vera ragione era il ritenere che l’autorevolezza non fosse una dote femminile. Oppure si faceva notare che la promiscuità creava disagio.
Pregiudizi sociali che quando queste professioni si sono aperte alle donne, si sono dissolti come neve al sole.
Quindi, la soluzione ai drammatici avvenimenti di oggi non la possiamo trovare nella nostalgia di un passato in cui la donna veniva trattata paternalisticamente come soggetto da “proteggere”. E anche la moda contribuiva a renderle impacciate nei movimenti con gonne fino ai piedi e una serie di sottogonne. Non riuscivano a correre, avevano difficoltà a salire e scendere le scale e l’uomo le dava psicologicamente e fisicamente appoggio.
Il rimedio va, invece, ricercato nel futuro prossimo con una completa e rapida attuazione della parità di genere nella consapevolezza (e ben venga l’educazione all’affettività nelle scuole) che bisogna partire dall’ambito relazionale.
Solo eliminando i pregiudizi potremo sconfiggere l’atteggiamento possessorio nei confronti della donna. E questa non è una guerra tra i due sessi ma una battaglia delle persone di buona volontà contro le discriminazioni e un esemplare inflessibilità della legge contro gli atti criminosi.
Gabriele Parenti

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