
In Italia il lavoro viene raccontato come un diritto automatico, quasi una concessione dovuta per nascita. Una formula ripetuta per decenni fino a diventare dogma nazionale. Peccato che fuori dai confini italiani il mondo funzioni in maniera completamente diversa.
Nel resto del pianeta il lavoro è un’opportunità da conquistare ogni giorno. Nessuno garantisce nulla a nessuno. Le aziende assumono se crescono, se producono utile, se il mercato tira, se intravedono futuro. Un imprenditore investe capitale proprio, rischia fallimenti, mette sul tavolo patrimonio, salute e spesso intere vite di sacrifici. Non apre un’attività per trasformarsi in un ente assistenziale permanente.
In Italia invece chi crea lavoro viene trattato come un soggetto da sorvegliare, tassare, colpevolizzare e spremere fino all’ultima goccia. Lo Stato pretende denaro prima ancora degli utili, la burocrazia soffoca ogni slancio, il costo reale di un dipendente diventa spesso insostenibile e il sistema scarica sull’impresa ogni peso possibile.
Il caso Electrolux è emblematico. Quando una multinazionale arriva persino a ventilare l’idea di ridurre o abbandonare parte della produzione italiana per l’insostenibilità dei costi energetici, fiscali e industriali, la reazione di una parte del sindacalismo italiano non è interrogarsi sul perché produrre in Italia stia diventando economicamente folle. No. La risposta è la solita liturgia ideologica fatta di slogan, accuse e dichiarazioni muscolari completamente scollegate dalla realtà dei conti.
Le uscite della FIOM sembrano spesso appartenere a un mondo parallelo dove l’impresa dovrebbe continuare a produrre in perdita per dovere morale, quasi fosse obbligata a sacrificarsi in eterno indipendentemente dal mercato globale, dalla concorrenza asiatica, dal costo dell’energia o dalla pressione fiscale italiana. Come se bastasse evocare “diritti” per far sparire bilanci in rosso, margini inesistenti e costi industriali fuori controllo.
Ma la matematica non vota nei congressi sindacali. Se un’azienda perde competitività, prima riduce, poi delocalizza, infine chiude. È successo decine di volte e continuerà ad accadere. Fingere che il problema sia sempre “l’imprenditore cattivo” serve solo a nascondere il vero nodo italiano: un sistema che rende sempre più difficile produrre ricchezza.
Così il datore di lavoro si ritrova intrappolato in una situazione assurda: rischia tutto ma deve mantenere un sistema che considera l’assunzione quasi un obbligo morale permanente, indipendentemente dall’andamento dell’azienda o dalla produttività reale. In pratica molti imprenditori finiscono per assumere soci passivi che partecipano poco al rischio ma pretendono tutte le garanzie.
La vecchia retorica del “posto fisso” ha completato il danno culturale. Intere generazioni educate all’idea che il lavoro sia una rendita garantita e non uno scambio continuo di valore, capacità e responsabilità reciproche. Nel frattempo il mercato globale corre, cambia, seleziona, innova. L’Italia invece resta inchiodata a una visione novecentesca che punisce chi produce ricchezza e protegge rigidità ormai fuori dal tempo.
E infatti il risultato è sotto gli occhi di tutti: stipendi fermi, fuga delle imprese, giovani che emigrano, produttività stagnante e un Paese che continua a parlare di diritti teorici mentre distrugge lentamente chi il lavoro dovrebbe crearlo davvero.
Piero Terracina

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