Passano i giorni e piano piano la direzione di marcia del governo diventa sempre più manifesta. L’ultima notizia viene dal Ministero del Lavoro. Damiano ha infatti annunciato l’intenzione di rivedere le norme che regolano i contratti a termine. Per chiarire la situazione bisogna fare un passo indietro. Nel 2001 associazioni d’impresa e organizzazioni sindacali (tutte meno la Cgil) sottoscrissero un accordo per regolamentare l’adozione dei contratti di lavoro a tempo determinato. In parole povere si stabilì che un datore di lavoro poteva fare un assunzione a termine non quando voleva lui ma solo al verificarsi di alcune situazioni analiticamente previste, per tipologia e per quantità, nei vari contratti nazionali quali ad esempio la stagionalità, l’avvio di una nuova impresa e così via. Per di più la proroga del contratto a termine era consentita una sola volta. Ora Damiano ha detto chiaramente che questo meccanismo non va più bene. Quindi se entro tre mesi le parti, sindacati e imprese, non troveranno una nuova intesa più restrittiva, allora interverrà il Governo per regolamentare direttamente la questione perché uno degli obiettivi dell’Esecutivo è quello di favorire i lavori a tempo indeterminato a scapito di quelli a tempo determinato. La cosa potrebbe avere un senso se in Italia, a differenza degli altri paesi europei, lasciamo pure stare l’America o i Paesi emergenti, vi fossero milioni di lavoratori a tempo parziale. Guardiamo i dati. In Italia i lavori a tempo determinato sono il 12, 8 per cento del totale. Ebbene questa percentuale è in Europa la più bassa in assoluto. Questo tipo di occupati sono in Svezia il 25%, in Germania il 24, in Belgio e Danimarca il 22, in Gran Bretagna il 25, in Svizzera il 33 e in Olanda il 46. Cambiare la normativa attuale vuol dire allora dare al problema del lavoro e della competitività delle imprese italiane una risposta squisitamente ideologica che alla lunga, ma nemmeno tanto, non servirà proprio alla parte più debole della popolazione. Perché in una economia di mercato, che poi è l’unica economia degna di questo nome, c’è il particolare che la ricchezza prima di distribuirla va prodotta. Se il meccanismo della produzione si inceppa o anche solo si rallenta rispetto a quanto succede nella parte del mondo più progredita, si ha come conseguenza che il lavoro scarseggia e se scarseggia aumenta la disoccupazione. Che è un problema più serio del lavoro a tempo determinato. La questione poi denota un altro particolare che merita di essere sottolineato. In campagna elettorale Prodi e la sua maggioranza avevano annunciato di voler favorire il lavoro a tempo indeterminato rispetto a quello a tempo determinato. Questa misura quindi va nella direzione indicata. Solo che ci va nel modo che è tipico della sinistra massimalista. Non si fa una politica per favorire un certo processo, ci si limita ad impedire i comportamenti diversi pensando che la conseguenza naturale sia quella auspicata. Rendendo più difficili i contratti a tempo parziale, si pensa che gli imprenditori automaticamente faranno contratti a tempo indeterminato. Accadrà il contrario. Non ne faranno o ne faranno sensibilmente meno.
Il governo mantiene le promesse. Meno contratti a tempo determinato. Le misure annunciate da Damiano stanno per rivoluzionare, in negativo, il mercato del lavoro. La scelta dettata dalla CGIL.
Diktat del Ministero del lavoro alle parti sociali. Accordatevi per ridurre i contratti a tempo parziale o interverrà il Governo. L’Esecutivo sposa la linea della Cgil, anche se in Italia i precari sono la metà di quelli degli altri Paesi europei.

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