
C’è una parola che in politica italiana torna sempre quando serve guadagnare tempo e perdere credibilità: cerchiobottismo. È l’abilità di dire tutto senza dire nulla, di stare con tutti senza stare davvero con nessuno. Oggi questa postura emerge con chiarezza nel rapporto del governo con Donald Trump, e diventa ancora più lampante quando lo sguardo si sposta su dossier concreti come Gaza.
Da un lato si moltiplicano le dichiarazioni di fedeltà all’alleanza atlantica, alla democrazia liberale, alla stabilità internazionale. Dall’altro si evita accuratamente qualsiasi presa di distanza netta da un personaggio che rappresenta l’esatto opposto di quei valori, per il timore di incrinare i rapporti con Washington. Il risultato è un equilibrio instabile che non rassicura nessuno e non convince neppure chi lo pratica.
La paura è sempre la stessa: disturbare gli Stati Uniti. Come se l’Italia fosse costretta a una sudditanza preventiva, come se distinguere tra un Paese alleato e un leader divisivo fosse un atto ostile. E invece è l’esatto contrario. Le relazioni internazionali mature si basano sulla chiarezza, non sull’ambiguità studiata a tavolino.
Trump non è un dettaglio folkloristico della politica americana. È un progetto preciso, fatto di isolamento, muscoli, ricatti commerciali, disprezzo per le istituzioni e per gli alleati quando non servono più. Fingere che sia solo un’opinione tra le tante significa rinunciare a qualsiasi visione strategica. Significa accettare che il silenzio venga scambiato per prudenza, quando in realtà è solo paura di esporsi.
Questa stessa logica si riflette nella postura assunta su Gaza. Lì il governo accetta di fatto un ruolo da membro osservatore, una presenza formale senza potere decisionale, una sedia in fondo alla stanza mentre altri impostano l’agenda. Si partecipa, si annuisce, ma non si incide. E soprattutto non si chiarisce il punto centrale: quanto interessi davvero costruire uno stato di pace e quanto, invece, investire tonnellate di dollari per esercitare un controllo politico ed economico dell’area.
La narrazione pubblica parla di ricostruzione e stabilizzazione. Ma sotto la superficie affiora un modello diverso, in cui la pace rischia di diventare una parola di copertura per operazioni strategiche, infrastrutturali e commerciali. In questo contesto, accettare di stare al tavolo senza voce non è neutralità. È legittimare un processo opaco, dove il confine tra aiuto e gestione permanente si assottiglia fino a sparire.
Il governo sceglie di non scegliere. Evita le parole che potrebbero dispiacere oltreoceano, anche quando sarebbero necessarie per dare un segnale di coerenza, interna ed esterna. Così facendo manda un messaggio preciso: l’Italia non prende posizione, aspetta di capire da che parte soffia il vento, si adatta. Una politica estera ridotta a galleggiamento.
C’è qualcosa di deja vu in questo atteggiamento. L’idea che la sopravvivenza diplomatica passi sempre dal compiacere il più forte, mai dal costruire una voce autonoma. Eppure la storia insegna che chi rinuncia a parlare chiaro oggi si ritrova irrilevante domani. Gli alleati rispettano chi ha una linea, non chi fa finta di averne una.
Il paradosso è che questa ambiguità non rafforza affatto i rapporti con gli Stati Uniti. Li indebolisce. Perché un partner che non dichiara mai cosa pensa diventa prevedibile solo nella sua mancanza di coraggio. E il rispetto, in politica internazionale, non nasce dal silenzio ma dalla coerenza.
Il cerchiobottismo può funzionare in campagna elettorale, nei talk show, nei comunicati pieni di aria. Nel mondo reale è solo un modo elegante per non assumersi responsabilità. E oggi, davanti a figure come Trump e a scenari esplosivi come Gaza, l’Italia avrebbe bisogno esattamente del contrario: meno equilibrio di facciata, più schiena dritta, ma senza sapere in effetti a quale prezzo.
Piero Terracina

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