
Per giorni il mondo assisterà alle immagini del funerale di Ali Khamenei. Milioni di persone nelle piazze, delegazioni straniere, apparati militari schierati, leader politici e religiosi chiamati a rendergli omaggio. Una gigantesca rappresentazione del potere con la quale la Repubblica Islamica intende trasmettere un messaggio preciso: il regime è ancora in piedi.
Al di là della retorica ufficiale, colpisce la capacità del sistema iraniano di trasformare una perdita gravissima in uno straordinario strumento di consolidamento politico. La successione è stata gestita senza apparenti scosse, le istituzioni hanno continuato a funzionare e l’intera macchina propagandistica è stata mobilitata per dimostrare continuità, compattezza e capacità di comando.
È proprio qui che emerge il vero fallimento della strategia di Donald Trump.
L’obiettivo dichiarato era quello di indebolire il regime iraniano, isolarlo e modificarne gli equilibri di potere. È accaduto esattamente il contrario. Teheran ha saputo trasformare la morte della propria Guida Suprema in una poderosa operazione politica e comunicativa.
Il paradosso è tanto evidente quanto impietoso. Donald Trump è riuscito a essere sconfitto politicamente da un uomo morto da mesi. Il corpo di Ali Khamenei, rimasto conservato fino al momento scelto dal regime per celebrare le esequie di Stato, è diventato il centro di una gigantesca passerella politica e diplomatica. Il funerale non è stato soltanto un momento di commemorazione, ma una dimostrazione di forza studiata nei minimi dettagli per mostrare al mondo un Paese compatto, una successione ordinata e una leadership che, nonostante tutto, continua a esercitare la propria influenza.
Quella che avrebbe dovuto essere la dimostrazione della forza americana si è trasformata nell’ennesimo boomerang politico. L’Iran non è stato delegittimato. Al contrario, ha trovato l’occasione per ricompattarsi, rafforzare la nuova leadership e rilanciare la propria narrativa davanti all’opinione pubblica internazionale.
Questa era una guerra che avrebbe dovuto rimanere confinata al piano regionale, lasciando a Israele, con il necessario sostegno, il compito di affrontare direttamente la minaccia iraniana e quella dei suoi proxy. L’intervento diretto degli Stati Uniti ha invece ampliato il conflitto, alimentando tensioni ben oltre il Medio Oriente e offrendo a Teheran un’occasione politica che difficilmente avrebbe potuto sperare di ottenere.
Da ebreo non ho difficoltà ad affermarlo. Se fossi stato nei panni della leadership iraniana, avrei sfruttato fino in fondo ogni errore strategico commesso da Washington. È esattamente ciò che è accaduto.
In geopolitica non basta prevalere sul piano militare. Conta chi riesce a imporre il proprio racconto dei fatti e a raccoglierne i dividendi politici. Oggi la Repubblica Islamica sta cercando di farlo attraverso una gigantesca operazione mediatica costruita intorno al funerale della sua Guida Suprema.
Donald Trump aveva promesso di ridisegnare il Medio Oriente. I fatti raccontano una realtà diversa. Il regime iraniano è ancora al suo posto, la sua rete di alleanze regionali continua a rappresentare un fattore di instabilità e il funerale di Ali Khamenei è diventato la dimostrazione plastica di come una vittoria militare possa trasformarsi, per errori politici e strategici, in una sconfitta sul piano della comunicazione e della diplomazia.
È una lezione che dovrebbe far riflettere chi continua a credere che la forza, da sola, sia sufficiente a risolvere crisi tanto complesse.
Piero Terracina

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