
Vi sono città che portano la cicatrice della libertà stampata sulla carne, come un marchio a fuoco che non si cancella. Budapest è una di queste. La guardi oggi, bagnata dal Danubio, e ti chiedi dove sia finito il fragore di quei dodici giorni del millenovecentocinquantasei, quando i ragazzini analfabeti e gli operai con le scarpe rotte sputavano in faccia ai carri armati russi. Te lo chiedi perché la storia ha il vizio infame di ripetersi, di cambiare maschera ma mai il vizio della sottomissione. Per sedici lunghi anni hanno vissuto sotto una cappa pesante, un’illusione di democrazia che profumava di nazionalismo e di rassegnazione. Un potere che stringeva i bulloni dello Stato, che parlava di sovranità mentre flirtava con gli stessi fantasmi autoritari di un tempo.
Ma gli ungheresi sono un popolo strano, spietato con se stesso e indomabile quando si sente con le spalle al muro. Hanno tollerato, hanno abbassato la testa, e poi, all’improvviso, hanno detto basta. Nelle elezioni dello scorso aprile, quel muro invisibile è crollato. Con una rabbia silenziosa e un’affluenza alle urne che non si vedeva dal crollo del muro, hanno cacciato Viktor Orbán, il sovrano assoluto che si credeva eterno. Hanno scelto Péter Magyar, hanno scelto di guardare di nuovo verso l’Europa, verso quel mondo libero che nel cinquantasei li lasciò morire soli, ma che resta l’unica alternativa alla barbarie del totalitarismo.
Nel 1956 Giorgio Napolitano si schierò a favore dell’intervento militare sovietico in Ungheria, allineandosi rigidamente alla linea ufficiale dettata dal segretario del Partito Comunista Italiano (PCI), Palmiro Togliatti.
All’epoca della rivoluzione ungherese, Napolitano era un giovane e influente dirigente del PCI. Durante l’VIII Congresso del partito, svoltosi a Roma nel dicembre del 1956, prese apertamente la parola per difendere l’azione dei carri armati sovietici a Budapest. Sostenne che l’intervento dell’Armata Rossa fosse stato necessario per schiacciare un “putsch (colpo di Stato) controrivoluzionario” e che avesse addirittura “contribuito a salvare la pace nel mondo”, impedendo che l’Ungheria scivolasse nel caos o nel blocco occidentale. In quella stessa occasione, criticò duramente quegli intellettuali e militanti comunisti che, sconvolti dalla violenza della repressione, decisero di dissociarsi o di abbandonare il partito.
Negli anni e nei decenni successivi, con l’evoluzione del PCI verso il socialismo europeo e l’allontanamento definitivo da Mosca, la posizione assunta nel 1956 divenne per Napolitano oggetto di una profonda e dolorosa revisione storica e personale.
Proprio ora che si celebrano i settant’anni di quella rivoluzione affogata nel sangue, la democrazia in Ungheria è rinata. Lo dicono i burocrati di Bruxelles, lo dicono le piazze piene di giovani che non vogliono più essere la periferia sottomessa di nessuno. Ma la libertà non è un banchetto già pronto, è un dovere che scotta. Oggi l’Ungheria vive in quel limbo sospeso tra il sollievo di aver spezzato una catena e la paura del domani. Perché smantellare un sistema di potere non è come abbattere la statua di Stalin a colpi di martello; richiede pazienza, richiede il coraggio di non farsi corrompere dalle nuove promesse. Hanno cacciato l’autocrate, sì, ma la vera sfida comincia adesso. Devono dimostrare che la libertà non è stata solo un sussulto elettorale, ma una scelta di vita. Perché la lezione del cinquantasei è ancora lì, incisa sui muri di Budapest: il potere assoluto odia l’uomo libero, e l’uomo libero non può mai permettersi il lusso di addormentarsi.
Giuseppe Basilico

Lascia un commento