Nel giorno dell’inizio delle celebrazioni per il 150 anniversario dell’Unità d’Italia, sono state presentate delle cifre impressionanti riguardo alla disoccupazione giovanile. A fronte di un dato generale sulla disoccupazione pari all’8,7%, il tasso di giovani senza lavoro è arrivato al 28,9%. La fotografia è quella di un Paese in crisi, ma questa ormai non è una novità, e con pochissima attitudine a investire nel proprio futuro. E non si può neppure addossare la colpa alle contingenze malevole dell’economia, sciorinando una novena di macumbe per Lehman Bro., subprime, Irlanda, Portogallo, Peloponneso isole comprese. Difatti già nel 2004 la situazione era a livelli preoccupanti. Sei anni fa. In mezzo qualche sporadica presa di coscienza da parte della politica, come quando il compianto Padoa Schioppa coniò il termine “bamboccioni” o come quando Brunetta (circa un anno fa) si prodigava in un’uscita spot sul tema, raccontando di giovinotti che non sanno rifarsi il letto e chiedendo a gran voce provvedimenti legislativi per far uscire di casa i ragazzi al compimento della maggiore età. Il dato di oggi, certo più icastico delle esternazioni in materia del Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione, pone il Paese di fronte all’obbligo (economico e sociale prima ancora che morale) di riflettere. Quasi un giovane su tre è fuori dal mondo del lavoro e spesso anche chi è dentro non se la passa troppo bene. I meccanismi d’ingresso nel mondo del lavoro funzionano sovente, per le nuove generazioni, come una porta girevole. Le percentuali ci dicono molte cose, ma non se quel 28,9% di disoccupati siano sempre gli stessi o se, com’è probabile, a percentuali più o meno costanti si assista a un ciclico afflusso e deflusso di giovani verso il lavoro. Il che è ancora peggio, perchè significa che tra i restanti 71,1% ci sono un certo numero di candidati alla disoccupazione. Il 28,9% di disoccupati proietta, infatti, un’ombra molto più lunga e inquietante di insicurezza e di sfiducia verso il futuro di quanto non faccia, di per sé, la cifra pur elevata. A quali condizioni e con quali contratti lavorano i giovani occupati? Con che stabilità? E se un loro coetaneo su tre resta a casa, i restanti due che ogni mattina si alzano per raggiungere il posto di lavoro non subiranno la pressione di venire -ingiustamente- considerati dei privilegiati? Certo è che con una percentuale di disoccupazione di questo livello avrebbe buon gioco un datore di lavoro che offrisse condizioni (come del resto da più parti avviene) svantaggiose (a nessuno suona nuova la frase: “del resto un altro lavoratore disposto ad accettare lo trovo sempre”). Forse sarebbe il caso di studiare con attenzione quali scenari lavorativi sono determinati da una così alta disoccupazione. E la politica ha le sue responsabilità, anche in considerazione della non occasionalità del fenomeno. Un governo e un’opposizione che non riescono a mettere in cima all’agenda delle priorità delle misure straordinarie per combattere la disoccupazione giovanile condannano non solo i giovani alla precarietà, ma l’intero Paese alla miseria di dover pensare con angoscia e preoccupazione al futuro dei propri figli.
Tomaso Greco www.leragioni.it

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