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Il dollaro debole suona la crisi dell’imperialismo americano

Il valore della moneta è strettamente collegato con la forza della sua economia, l’imperialismo è tanto forte e tanto esteso quanto più la sua moneta è solida. Queste due semplici regole valgono soprattutto per il dollaro che oltre a quotare l’economia americana è ancora la moneta mondiale più usata per gli scambi commerciali e finanziari. Proprio per queste regole inconfutate da quando Trump è stato rieletto il dollaro è sotto pressione su più fronti e per più motivi. Intanto dopo un lungo periodo di sovraperformance del mercato finanziario statunitense con le borse che hanno ripetutamente battuto tutti i record , molti investitori stranieri stanno diversificando i propri portafogli per ridurre l’eccessiva esposizione agli Stati Uniti nell’ipotesi che le politiche incostanti e parzialmente inconsistenti del presidente possano portare ad un default del debito statunitense.

di Fulvio Rapana' | 7 Febbraio 2026

Il valore della moneta è strettamente collegato con la forza della sua economia, l’imperialismo è tanto forte e tanto esteso quanto più la sua moneta è solida. Queste due semplici regole valgono soprattutto per il dollaro che oltre a quotare l’economia americana è ancora la moneta mondiale più usata per gli scambi commerciali e finanziari. Proprio per queste regole inconfutate da quando Trump è stato rieletto il dollaro è sotto pressione su più fronti e per più motivi. Intanto dopo un lungo periodo di sovraperformance del mercato finanziario statunitense con le borse che hanno ripetutamente battuto tutti i record , molti investitori stranieri stanno diversificando i propri portafogli per ridurre l’eccessiva esposizione agli Stati Uniti nell’ipotesi che le politiche incostanti e parzialmente inconsistenti del presidente possano portare ad un default del debito statunitense. Alcuni economisti propendono per una motivazione più imperialistica con il calo del dollaro che sarebbe soprattutto l’effetto di azioni militari contro una lista sempre più lunga di paesi, senza un reale piano credibile, che rendono più incerta la leadership mondiale degli Stati Uniti. Tutti interventi militari sconclusionati: l’Iran per eseguire la volontà dei sionisti ma del quale non si comprende quali siano gli obiettivi; la Nigeria per colpire una tantum le basi degli islamici che controllano vasta zone del nord; il Venezuela si è ottenuta la cattura, o la consegna, di Maduro ma dove il chavismo resta ben solido in carica. Tradotto: il dollaro cala perché gli Stati Uniti stanno sempre più perdendo posizioni nella supremazia imperiale. Così è stato in passato recente per la sterlina che si è andata sempre più indebolendo con l’abbandono del suo impero.
Il caos come ideologia politica
Dopo oltre un anno di continui sconvolgimenti provenienti dalla Casa Bianca, molti gestori di investimenti esteri sono stanchi di questo “caos come strumento geopolitico”. L’oro è stato certamente l’investimento che più degli altri è stato premiato dalla dismissione dei titoli americani e anche il rimbalzo del dollaro di sabato, successivo alla nomina di Kevin Warsh come prossimo Presidente della Federal Reserve, sembra più una fattore tecnico che l’inversione di una tendenza a medio lungo termine che conferma la debolezza del dollaro. Kevin Warsh certamente non sarà in una posizione comoda, il presidente ha ripetutamente minacciato e ordinato a Jerome Powell, attuale presidente della FED, di ridurre il tasso di interesse di riferimento dal 3,75% attuale ad un ipotetico 0,50/1%, una valutazione molto al disotto di quanto ritenuto appropriato dagli economisti tradizionali, il che probabilmente eroderebbe ulteriormente la reputazione del dollaro. Sono le sparate di Trump, che sa di economia probabilmente quanto me, che si vanno a schiantare contro le leggi che regolano il mondo capitalistico e che non sono scritte dai Democratici o dai Comunisti ma sono quelle che il mercato ha concretizzato in 200 anni, da quando l’economia basata sullo scambio è transitata gradualmente in quella capitalistica. Oramai nel mondo finanziario si è convinti dell’idea che Trump si stia muovendo volutamente per una certa svalutazione del dollaro, dichiarando apertamente ai giornalisti: “ il dollaro sta andando alla grande”. Per la tendenza del dollaro e dei progetti di Trump, economisti, di tutte le tendenze scientifiche e parte politica , hanno avvertito il presidente che un dollaro più debole aiuterà gli esportatori statunitensi rendendo i loro prodotti più accessibili ai clienti esteri, rafforzando al contempo le aziende che realizzano profitti all’estero e li convertono in dollari. Un dollaro in calo dovrebbe anche sostenere gli sforzi del presidente per ridurre il deficit commerciale e attrarre capitali esteri per stimolare la reindustrializzazione degli Stati Uniti. Ma questo comporterebbe una serie di controindicazioni di notevole rilevanza: un dollaro più debole potrebbe accentuare l’inflazione aumentando il costo dei beni importati come mobili, computer, automobili, elettrodomestici e abbigliamento. Questa sarebbe una cattiva notizia per un Trump, già alle prese con una inflazione al 2,9% e con le preoccupazioni degli elettori sul costo della vita, con le elezioni di medio termine del Congresso a poco più di nove mesi.
Il dollaro arma per “l’espansione della sovranità”
Le oscillazioni e le tendenze del dollaro oltre a condizionare l’economia interna degli Stati Uniti è stata dal ‘45 in poi una arma geopolitica dell’imperialismo che gli americani hanno usato e continuano ad usare al posto delle armi per costringere nemici e alleati ad assecondare le loro politiche. E’ stato così negli anni ’80 contro il Giappone che stava crescendo vertiginosamente, ancora oggi quando si parla di sanzioni alla Russia, all’Iran, alla Siria, alla Cina si intende che attraverso le transazioni in dollari gli Stati Uniti possono irrogare pene alle economie che violini le sanzioni. La capacità di condizionare altri stati ed altre economie senza fisicamente intervenire si chiama “espansione di sovranità”. Quindi un dollaro debole riduce notevolmente le capacità di condizionare gli altri senza dover usare le armi. Consapevoli dei pericoli di un dollaro che si indebolisce velocemente sono partite discretamente le toppe . Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha promosso una politica di dollaro forte e la nomina di Kevin Warsh a prossimo presidente della Federal Reserve ha almeno momentaneamente risollevato il dollaro . I risvolti più rilevanti e dannosi per gli Stati Uniti derivano dalle spacconerie, da America First, e dalle politiche dirompenti e sconclusionate di Trump, sia in patria che all’estero, che potrebbero fare il gioco di rivali, come la Cina, o l’Europa, che sono fin troppo ansiosi di sfruttare la debolezza degli Stati Uniti ovunque vedano un’opportunità. L’apparente decisione di Trump per un dollaro più debole potrebbe offrire a Xi Jinping l’opportunità di realizzare il progetto di trasformare la Cina in una vera e propria superpotenza finanziaria dotata di una valuta globale forte alternativa agli Stati Uniti. In un discorso del 2025 Xi Jinping ha chiarito cosa pensa su cosa costituisca una nazione finanziariamente forte”, in cima alla lista c’è una “valuta potente” con lo status di riserva globale che faccia sentire il suo peso nel commercio internazionale e nei mercati valutari. Per la prima volta Xi esterna la sua visione a lungo termine della Cina e del potere della sua moneta: lo yuan. Scrive Bloomberg “ quello dichiarato da Xi Jinping è parte di un più ampio sforzo per rendere il sistema finanziario cinese più competitivo e sicuro. Questo è importante perché la rivalità con gli Stati Uniti potrebbe comportare rischi senza precedenti, una lezione appresa a Pechino dopo che Washington ha utilizzato il dollaro in un’arma per punire la Russia in seguito alla sua invasione dell’Ucraina”. Non è un caso che questo discorso di Xi sia uscito dalla Cina proprio in un momento in cui la fiducia nel dollaro vacilla. La Cina potrebbe essere ben posizionata con la sua stabilità politica e la liquidità enorme dello stato cinese, un surplus commerciale di 1.200 miliardi di dollari, per trarre vantaggio da un eventuale indebolimento a lungo termine dal dollaro. Xi, e i nuovi funzionari del Ministero delle Finanze cinese, sulla stabilità del mercato finanziario sta lavorando da quando è stato eletto segretario del partito. Tutte le banche e le società di fintech che raccolgono o detengono in qualche modo denaro dai risparmiatori cinesi sono state messe sotto il controllo della Banca Centrale Cinese. Colossi come Ant Financial, che gestisce Alipay, che fa capo ad Alibaba, WeChat Pay che fa capo a Tencent Holdings e poi JD Finance Group, Zhong An, società di assicurazione partecipata da Morgan Stanley, tutti colossi di gran lunga più grandi delle concorrenti occidentali americane incluse, sono sorvegliate da organismi statali. Questa stabilità ha favorito una maggiore diffusione dello Yuan che regola circa un terzo del commercio bilaterale di merci della Cina. In ottima posizione per sostituire il dollaro sarebbe certamente l’Euro che ha una serie di vantaggi rispetto allo Yuan: essere la moneta del più grande mercato del mondo; di rappresentare un gruppo di stati che ha un surplus saldo commerciale sull’import/export; ha normative e istituzioni di controllo e di gestione, come la BCE e le società di controllo delle borse, ben consolidate e con un’ottima reputazione di indipendenza, ma sopratutto rappresenta 27 stati democratici e quasi tutti liberali. Se alla risposta decisa di Macron e Starner a Trump sulla questione della Groenlandia seguissero le indicazioni che Draghi ha dato qualche giorno fa a Lovanio su una Europa più federata e più centralizzata , ora che le opinioni pubbliche europee sono decisamente molto più favorevoli alle Istituzioni Europee che a quelle dei propri governi, certamente l’Europa potrebbe assumere anche tramite l’Euro un ruolo e una posizione più rilevante fra gli imperialismi americano e cinese.

Fulvio Rapanà

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

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Fulvio Rapanà è un editorialista di “Avanti online”

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