Problema volutamente eluso è il trionfo del discorso intelligente, evangelizzato e cucinato per qualsiasi palato. Il discorso intelligente col suo corredo di battute e controbattute permea ogni aspetto della vita pubblica e privata, quando ogni dire ha per motore la molle cantilena di “certo..certo..certo..”.
Così fra burattini mediatici, colleghi invidiosi, arditi simposi di ricercatori, rimpatriate di amici, padri e figli dostoevskijani, mogli amanti e mariti facchini del sesso, così fra tutti sta sempre il “certo..certo..certo..”, a scontare il già pensato che rincorre altro pensato, ossia il discorso intelligente. Il quale, sia chiaro, non riguarda un mascheramento, non è la furbizia con cui il mediocre vuole darla a bere. Il discorso intelligente deve essere speso comunque e ovunque, è la condizione senza la quale l’attuale impalcatura culturale e politica crollerebbe. Il trionfo del discorso intelligente avviene quando i suoi beneficiari si disperano per la morte dell’intelligenza, quando ogni asserzione è plasmata a trecentosessanta gradi col corredo esplicito della sua negazione e derisione e la ciliegia estrema dell’autoironia.
Ne sia prova l’informazione culturale. Dire tutto e insieme negarlo, così il discorso intelligente ha le spalle coperte, si crea il fortilizio dove difendersi dal pericolo dell’intelligenza. Per instaurare il discorso intelligente e il falso dialogo planetario delle necessità imposte, occorre conservare il dominio d’un racconto prefabbricato, che racconto non è ma fatalità storpia perché negata, la fatalità rispuntata nell’uomo “faber fortunae suae”.
Così il discorso intelligente è insieme destino e vendetta, si traveste da palingenesi sociale e attua nelle sue estreme conseguenze un concetto terminale di giustizia sociale, dove il profilo della stupidità è annullato in errore rimediabile, a patto ovviamente che l’intelligenza non intervenga a rompere le scatole.
Ma il discorso intelligente va oltre, non pretende più di correggere la stupidità, le si sostituisce, ne dà una stratigrafia, ne crea la profondità e prende campo assumendo altre generalità. È allora che si compie il vero capolavoro, il discorso intelligente si proietta intorno a noi come unica realtà con cui fare i conti.
L’intelligenza a questo punto è non solo impotente, ma esclusa, previo interventi chirurgici politicamente poco corretti. Il discorso intelligente diventa così terreno di coltura, produce le coordinate della propria autocomprensione, dove il diluvio del sapere scivola senza rischio alcuno facendo tornare i conti. Nella realtà battezzata dal discorso intelligente, a chiusura del cerchio, si installa e opera la ricerca la quale per produrre risultati deve evitare l’insorgere di riferimenti esterni, il pericolo che i conti non tornino per l’intromissione di altri sentieri, ad esempio lasciando con un palmo di naso la ricerca medica e il suo indotto religioso se fossimo educati a esigere ben altre esistenze, costasse quel che costasse. Ma non ci illudiamo, Franti e Garrone ora ricercano fianco a fianco, e il Nobel sarà alla loro portata quanto più si avvolgeranno nelle mille spire del discorso intelligente. La cui realtà codificata non è più una parete grezza da assalire a colpi di piccone, ma una montagnola di ghiaia da spargere a palettate, un po’ qua un po’ là, un po’ avanti, un po’ indietro, perché il progresso per esser tale deve ogni tanto indietreggiare.
Poiché il discorso intelligente non prevede riferimenti esterni gli è impossibile sottrarsi, operare quelle spettacolari manovre dell’intelligenza che hanno permesso all’uomo di sopravvivere se i conti non tornavano. Fomentato e addestrato all’adattamento il discorso intelligente procede inarrestabile, senza che il suo automatismo possegga meccanismi di autodistruzione, impliciti invece nella ripetitività dei compiti e delle aspirazioni. Anziché pretenderne la condanna, anche il cristianesimo messo alle strette scambia il discorso intelligente per lo spirito degli ultimi, e l’assunzione dell’umano nell’inorganico per redenzione in cooperativa. Così il discorso intelligente collettivo diventa elogio funebre sulla bocca di tutti.
Marzio Siracusa

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