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Il diritto all’autodifesa di Israele spezza il ricatto di Teheran

Fra i molti effetti dei reciproci bombardamenti fra Iran e Israele, sullo sfondo di Dahjya per gli Hezbollah, ce n’è uno solo molto semplice: i cittadini israeliani ieri mattina hanno avuto, almeno per i pochi minuti prima di cominciare a correre su e giù nei rifugi, la rinfrescante sensazione di battersi liberamente per la propria vita. I lacci imposti da Trump sui polsi del Governo e dell’IDF sono stati tagliati, o almeno allentati, il Paese ha recuperato il diritto all’ autodifesa. E anche quello di giocare fuori dall’ astuta trappola iraniana, dal ricatto per cui Trump chiede di non muoversi pena la trattativa, neppure se si tratta di Hezbollah che violano tutti i cessate il fuoco.

di Fiamma Nirenstein | 9 Giugno 2026

Fra i molti effetti dei reciproci bombardamenti fra Iran e Israele, sullo sfondo di Dahjya per gli Hezbollah, ce n’è uno solo molto semplice: i cittadini israeliani ieri mattina hanno avuto, almeno per i pochi minuti prima di cominciare a correre su e giù nei rifugi, la rinfrescante sensazione di battersi liberamente per la propria vita. I lacci imposti da Trump sui polsi del Governo e dell’IDF sono stati tagliati, o almeno allentati, il Paese ha recuperato il diritto all’ autodifesa. E anche quello di giocare fuori dall’ astuta trappola iraniana, dal ricatto per cui Trump chiede di non muoversi pena la trattativa, neppure se si tratta di Hezbollah che violano tutti i cessate il fuoco. Il ricatto consiste in una formula molto semplice inventata dall’Iran: il dialogo con gli Stati Uniti è possibili solo se Israele ignora le aggressioni degli Hezbollah. Le cose stanno in modo semplice: gli Hezbollah, benchè in condizioni non floride ma pur sempre ben armati, nutriti, comandati dall’Iran nonostante i cessate il fuoco di marzo e di aprile, seguitano a attaccare coi missili  il nord di Israele, spopolano le città di confine, colpiscono coi droni l’esercito che si è stanziato nel sud del Paese per cercare di privarli delle armi, dato che nessun altro, né l’UNIFIL né il governo di Aoun, che vorrebbe, ci riescono.

Domenica una scarica di missili risulta particolarmente aggressiva, rischia di colpire una scolaresca in gita a Neot Mordechai oltre ad altre città del nord. Netanyahu, che l’aveva minacciato da tempo torna allora a Beirut, nel quartiere di Dahja, base militare e strategica di Hezbollah e bombarda un edificio, una delle sue sedi. La risposta viene allora dall’Iran: qui, c’è un cambio strategico, invece di chiedere copertura ai suoi proxy si lancia alla loro difesa, e bombarda Israele largamente, a Tel Aviv e a Gerusalemme dopo una botta al Nord. Nelle ultime ore notturne di ieri però ecco una scelta a sua volta strategica. L’Iran, la cui condizione e assai precaria, subisce un attacco israliano: nonostante la supposta contrarietà di Trump, Netanyahu dà l’ordine e i caccia attaccano alcuni obiettivi. Lanciamissili, tre fabbriche di petrolchimico. Qui comincia la sfida concettuale. Trump si sa, vuole continuare a trattare con l’Iran, e chiede sia a Israele che a Iran di piantarla, uno ha attaccato l’altro, adesso basta. E l’Iran accetta, ma con una clausola che lascia il Libano ostaggio nelle sue mani: Israele non deve attaccare gli hezbollah, chiamati per suo comodo “Libano”, altrimenti “si applicheranno misure molto più pesanti di quelle già intraprese”. Ovvero, continuerebbe la guerra con Israele. A Trump certo questo non piace. Ma appena uscita la dichiarazione iraniana, gli Hezbollah, che erano stati ben acquattati per 30 ore durante tutta l’operazione iraniana,e non si muovono senza ordini dei loro interlocutori di Teheran, ricominciano a sparare su Kiriat Shmone, Metulla eccetera. Il nord è di nuovo sotto il fuoco terrorista. Israele dunque è in un dilemma mentre Trump guarda. Ma lo è veramente? Il rapporto con gli americani è troppo intimo perché possano immaginare che l’aggressione degli hezbollah vada impunita.

Centcom e le varie strutture di collegamento sono attive a ogni minuto, e non risultano liti né discussioni. Huckabee ha fatto una dichiarazione di appassionata condanna dell’attacco iraniano, mentre nella dichiarazione dell’ambasciatore israeliano negli USA era evidente il desiderio, quando ha spiegato al suo inizio l’operazione israeliana in Iran, lo scopo di mantenere alto il rapporto con gli USA insieme alla libertà di punire sempre e necessariamente chi aggredisce Israele. Con una pinzetta e molta determinazione, la scelta di Israele è l’unica possibile nella giungla in cui è collocata la villa israeliana. Non esiste la possibilità che Netanyahu lasci pavoneggiare l’Iran nelle penne libanesi. Siamo in Medio Oriente. E anche logico che la reazione decisa di Israele abbia fornito di nuovo ai Paesi del Golfo e al mondo arabo sunnita una buona ragione per riprendere il tema dell’utile alleanza antiraniana che rifonderebbe il Medio Oriente. Questo a Trump può piacere.

Fiamma Nirenstein

https://www.fiammanirenstein.com/articoli/il-diritto-all-autodifesa-di-israele-spezza-il-ricatto-di-teheran-6654.htm

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Fiamma Nirenstein

Fiamma Nirenstein ha vissuto per anni a Gerusalemme, dove è stata inviata prima per “La Stampa” e poi per “il Giornale” su cui continua a scrivere. Oggi è deputata al Parlamento italiano e vicepresidente della Commissione Esteri della Camera. Presso Rizzoli ha pubblicato L’abbandono, Islam: la guerra e la speranza.

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