
Israele esprime profonda preoccupazione per il rischio che l’amministrazione statunitense e la comunità internazionale riducano l’attenzione sul sequestro e sulla totale rimozione delle scorte di uranio arricchito in Iran. Mentre la diplomazia internazionale di Donald Trump cerca di accelerare le trattative per un accordo di compromesso, Tel Aviv lancia un severo monito: un’intesa formale che non preveda l’immediato svuotamento dei depositi sotterranei rappresenta solo una tregua effimera e pericolosa per la sicurezza globale.
A seguito delle imponenti operazioni congiunte anglo-americane ed israeliane del 2025 e dei raid chirurgici del febbraio 2026, l’infrastruttura nucleare della teocrazia di Teheran ha subito colpi violentissimi. Tuttavia, l’intelligence militare di Tel Aviv (Aman) e il governo di Benjamin Netanyahu avvertono che il fulcro del pericolo risiede nella persistenza di centinaia di chilogrammi di uranio arricchito al 60% distribuiti nei laboratori superstiti e nelle strutture più profonde.
Le recenti aperture diplomatiche di Washington, che ha ventilato la possibilità di un accordo imminente sui dettagli logistici ed economici con Teheran, hanno riacceso i timori dei vertici militari israeliani. La Guida Suprema iraniana, Ali Khamenei, ha categoricamente ordinato che tutto l’uranio ad alto arricchimento debba rimanere all’interno del territorio nazionale, vietandone categoricamente il trasferimento all’estero.
Questa rigidità iraniana, incrociata con la volontà americana di archiviare la fase calda del conflitto per riaprire rotte strategiche come lo Stretto di Hormuz, rischia di tradursi nel declassamento del dossier uranio. Le parole di Netanyahu sono state perentorie: “La guerra all’Iran non è finita, c’è l’uranio da portare via”. Per Gerusalemme, archiviare il tema o accettare una formula di monitoraggio passivo equivale a concedere all’Iran il tempo e il materiale necessario per completare il cammino verso l’arma atomica.
Secondo le analisi tecniche israeliane, la rimozione fisica dell’uranio accumulato a Fordow e Natanz è l’unico parametro idoneo a garantire una stabilità di lungo termine. Anche in presenza di centrifughe disabilitate, le scorte accumulatesi nel corso degli ultimi anni riducono il cosiddetto breakout time (il tempo necessario a convertire il materiale fissile in uranio di grado militare al 90%) a pochi giorni.
Il timore strategico di Israele si articola su tre specifici scenari di rischio:
Il regime iraniano potrebbe nascondere in siti clandestini non censiti quote consistenti di uranio arricchito, inaccessibili ai ispettori internazionali dell’AIEA.
La Casa Bianca potrebbe accontentarsi di un accordo politico di facciata prima che l’obiettivo prioritario del totale smantellamento materiale sia effettivamente conseguito.
L’accantonamento della questione permetterebbe a Teheran di consolidare lo status di “stato di soglia nucleare”, alterando per sempre gli equilibri geopolitici e la deterrenza nel Medio Oriente.
Fonti di intelligence della difesa sottolineano che Stati Uniti e Israele hanno a lungo studiato i piani operativi per un’incursione speciale o un’azione ad altissimo impatto per prelevare forzatamente i depositi di uranio. Se i negoziati dovessero stabilizzare il possesso iraniano di tali scorte, Israele potrebbe trovarsi costretto a pianificare ulteriori interventi militari mirati.
Il messaggio che Tel Aviv sta recapitando ai partner della coalizione e alla diplomazia globale è inequivocabile: qualunque tavolo negoziale che escluda o rinvii il sequestro e l’espatrio forzato dell’uranio iraniano non fermerà l’escalation, ma la sposterà semplicemente in avanti nel tempo, ponendo le basi per una crisi di proporzioni ancora più drammatiche.
Giuseppe Basilico

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