Il liberale potrebbe decidere di intervenire e puntare sul giovane Sindaco di Firenze per poter soltanto sperare in un Paese diverso, in un qualcosa che assomigli lontanamente ad una società aperta.

E allora, che fare, che cosa può o deve o dovrebbe fare il liberale che sia condannato ad essere un senza-patria e senza-casa? Ci sono due risposte a questa domanda: la prima, (re)starsene nel proprio aventino intellettuale, con orgoglio, integrità e la (timida) speranza di tempi nuovi – complice un verosimile e non lontano crack del sistema – e con la astensione dal voto (da ogni voto), con l’opportunità semmai di fare della medesima una strategia o campagna di delegittimazione del sistema tout court. La seconda, abbandonare alcuni pur importanti scrupoli e distinguo, decidere comunque di ‘esserci’ – per quanto in forma individuale (e dunque restando un senza-patria) – e votare per Matteo Renzi, subito, alle primarie del Pd. La prima opzione non ha bisogno di grossi commenti, la seconda necessita di una pur breve spiegazione. Il Pd in questi ultimi mesi è riuscito a guadagnare il centro della scena politica, dopo anni di assenza. Si sono, direi di più, rovesciate le posizioni. Fino a circa due anni fa, si poteva tranquillamente dire che nello schieramento maggioritario di Centro-destra (che era al Governo) si poteva articolare e riassumere tutto il dibattito politico; esso era infatti attraversato da faglie dialettiche che ne disegnavano una sinistra, una destra e, volendo, anche un centro. Non si sentiva il bisogno dei partiti di opposizione, a cominciare dal Pd, che non avevano alcunché da aggiungere. Oggi è il Pd, con l’unica idea (che è un’idea-strumento) delle primarie a tenerlo unito o per meglio dire ‘incollato’, grazie al fatto che nelle stesse è per la prima volta emersa una competizione – vera e senza esclusione di colpi -, ad esprimere tutte le potenzialità e sfumature di un dibattito; quello che di plausibile passa il convento – che piaccia o meno – è al momento, pressoché, tutto qui.
No, Matteo Renzi non è un liberale, né d’altronde gioca a farlo. La sua proposta, inoltre, non appare neppure del tutto convincente. Ma è un fatto che è l’unico politico italiano che ha una speranza di vincere che, nelle forme di un linguaggio nuovo e spregiudicato, propone idee e soluzioni che possono vagamente piacere ad un liberale. Peraltro, la sua ascesa a premier è irta di ostacoli e forse (già) compromessa: prima deve vincere le primarie e poi deve vincere le elezioni. Di traverso ci sono Bersani, l’approvazione di una nuova legge elettorale, gli accordi a vari livelli e le strizzatine d’occhio di vari e non irrilevanti ambienti in favore di un Monti-bis.
Il liberale, dunque, potrebbe decidere di intervenire e puntare sul giovane Sindaco di Firenze per poter soltanto sperare in un Paese diverso, in un qualcosa che assomigli lontanamente ad una società aperta. O l’astensione o Renzi, dunque? Si, tertium non datur – avrebbero detto i latini. Non ci sono, verosimilmente, altre possibilità.

Essendo stato iscritto anche io – per una vita – al PLI, che ho avuto l’onore di rappresentare per quindici anni nel consiglio comunale di Firenze, essendo inoltre un vecchio sostenitore del proporzionale (con il voto di preferenza e senza premi e/o sbarramenti deformanti la volontà dell’elettore ), non andrò a votare alle primarie. Ad amici e conoscenti che chiedono un parere, rispondo che all’astensione è preferibile il voto ; e che , nella fattispecie, votare Renzi è la scelta migliore . O meno peggiore : se non altro per dare un’indicazione favorevole ad una almeno parzialmente nuova – diciamo – classe politica.
Mi permetto di scriverlo anche qui, grato , ugualmente del consenso o del dissenso ,ai lettori e agli amici di Pensalibero.
Leggo ora questo commento, che merita rispetto e considerazione. Con una precisazione, anzi due: 1) c’è anche l’altra strada, astenersi e basta, cosa che molti liberali fanno da tempo, io – nella fattispecie – dal 2006; e solo ora arrivo appunto a quello che ho chiamato “dilemma”; 2) conosco il Partito Liberale Italiano, guidato da Stefano De Luca, già deputato e sottosegretario per il vecchio PLI (quello in cui mi onoro di aver militato dal 1984 al 1994). Nell’ultimo ventennio, tuttavia, è trascorsa quella che chiamo un'”era geologica” e pretendere di raccogliere il consenso e la partecipazione dei liberali dispersi per ogni dove solo perché ci si chiama “Partito Liberale Italiano” non è più sufficiente.
Quindi i liberali dovrebbero votare per Matteo Renzi, che “non è un liberale, né d’altronde gioca a farlo”? Perché Paolo Marini, che sicuramente lo sa, non dice ai suoi lettori che esiste un Partito Liberale Italiano, che da anni cerca disperatamente di aggregare i tanti liberali, isolati o dispersi in innumerevoli gruppuscoli, che continuano a nascere e morire come i funghi, partito che non riesce a farsi conoscere, e quindi a crescere e acquisire un peso significativo, anche perché tutti i mezzi d’informazione, compresi quelli dichiaratamente liberali, lo ignorano o fingono di ignorarlo?