In Italia cambiare qualcosa sembra impossibile. Nel tempo ci hanno provato in molti ma si sono sempre trovati contro gli stessi avversari. Rompere il fronte, anche con riforme pasticciate, è già un risultato.
E’ dal 1976, da quando Craxi diventò segretario del PSI, che il tema di una Grande Riforma delle Istituzioni agita la politica italiana. Appare e scompare, come un fiume carsico. Praticamente ci hanno provato tutti. I 30 governi che si sono succeduti da allora ad oggi, le tre bicamerali, gli innumerevoli referendum. Con la promessa di rendere più efficienti e moderne le Istituzioni sono addirittura nati nuovi partiti e movimenti, su tutti Lega e la prima Forza Italia, ma anche questi, per scelta o per necessità, hanno dovuto ben presto lasciar cadere la questione. Qualcosa nel frattempo è stato fatto, leggi elettorali e titolo V, ma niente di risolutivo. Tutti palliativi che non hanno cambiato niente, quando non peggiorato la situazione. E’ sempre mancato un disegno complessivo. Anzi, ad un certo punto si teorizzò che sarebbe stato più facile approvare provvedimenti singoli. Stesso risultato. La verità è che in Italia non è solo difficile cambiare le Istituzioni, è difficile cambiare tout court. Le cose grandi, come la scuola e la giustizia, e quelle piccole, come il numero delle licenze dei taxi. Appena si tocca qualcosa, scatta subito la reazione dei diretti interessati.
Craxi, Berlusconi e oggi Renzi, tre uomini diversi per cultura e provenienza politica, hanno provato a cambiare il Paese con varie ricette ma con un unico comune denominatore: rompere le rendite di posizione e modernizzare la società. I primi due non ci sono riusciti. Il terzo ci sta provando. La cosa curiosa è che tutti e tre, invariabilmente accusati di cesarismo se non proprio di fascismo, si sono trovati di fronte gli stessi avversari: i sindacalisti di sinistra, i magistrati militanti, gli intellettuali benpensanti, i giornalisti collettivi, i difensori della “Costituzione più bella del mondo”, gli insegnati barricadieri. Un mix di ideologismo e interessi corporativi che ha sempre bloccato tutto e che cerca ancora di bloccare tutto. Renzi, l’ultimo del terzetto, ha promesso molto e per ora fatto poco, almeno rispetto alle necessità. Ma qualcosa ha smosso. E questo è già un risultato da non sottovalutare. Molte delle sue riforme, si salva il Jobs Act, sono confuse e pasticciate. Soprattutto quella del Senato che dopo il braccio di ferro con la minoranza Dem è stata addirittura peggiorata. Non si capisce infatti come i cittadini sceglieranno i futuri senatori e soprattutto perché dovrebbero scegliere i 74 senatori fra i consiglieri regionali e non i 21 sindaci che evidentemente non potrebbero essere nella scheda per il Consiglio regionale.
Un pasticcio. Però se si pensa all’immobilismo di tutti questi anni, se si pensa alla schiera di “anime belle” che sono ancora, come sempre, sulle barricate, allora anche quelle pasticciate riforme diventano positive. Sono gli avversari da sconfiggere che le rendono tali. Molte delle riforme in cantiere non serviranno a modernizzare davvero il Paese. Serviranno solo a rompere la coltre di conformismo che ha sempre impedito all’Italia di sviluppare le sue potenzialità e serviranno soprattutto a scompaginare il fronte avverso. Poi potrà essere Renzi o potrà essere qualcun altro a portare in fondo il rinnovamento, quello vero. Ma intanto il primo passo sarà stato fatto. Il ghiaccio sarà finalmente rotto.

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