Senza dubbio il cinema nel raffigurare il diavolo si è spesso ispirato alla iconografia elaborata dalla pittura, ma è certo che esso si è mostrato molto più efficace di questa nel trattare il soggetto.

Prima di insediarsi nel cinema il diavolo è stato una presenza abituale nell’arte figurativa, come testimoniano le sue raffigurazioni in molti quadri a soggetto religioso, a cominciare dai numerosi dipinti che nella pittura medioevale ne fissarono la tradizionale iconografia di orribile creatura alata descritta da Dante nell’Inferno sulla scorta degli affreschi visibili nelle chiese dell’epoca (ripresa in seguito da William Blake nei suoi acquerelli dedicati al poema dantesco). Nel corso dei secoli la sua immagine pittorica si è andata facendo più inquietante in seguito all’assunzione di una fisionomia più umana, diversa da quella ingenua coltivata dal sentimento popolare e connotata da un carattere meno appariscente e a volte persino da una espressione malinconica dall’effetto ipnotico (come prova il ritratto del Satana pensoso che ci fissa con il suo sguardo penetrante nel quadro eseguito nel 1890 dal pittore simbolista tedesco Franz von Stuck, oggi conservato alla Galleria Nazionale d’Arte di Sofia ed esposto per la prima volta in Italia l’anno scorso al Mart di Rovereto).
Senza dubbio il cinema nel raffigurare il diavolo si è spesso ispirato alla iconografia elaborata dalla pittura, ma è certo che esso si è mostrato molto più efficace di questa nel trattare il soggetto. Questo forse perché il diavolo e il cinema hanno in comune una stessa natura demoniaca fondata sull’illusione e la seduzione, tanto è vero che nel Medioevo i catari condannavano le immagini in movimento in quanto ritenute una delle armi più allettanti impiegate dal Maligno per portare a sé gli uomini. Senza voler demonizzare il cinema come facevano gli antichi eretici, va comunque riconosciuto che esso resta sempre un’arte, come diceva Artaud, “più eccitante del fosforo”, anche quando non odora necessariamente di zolfo.

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