
Donald Trump incassa un nuovo colpo dalla Corte Suprema proprio sul terreno che più di ogni altro aveva caratterizzato la sua campagna elettorale: l’immigrazione. La decisione sullo ius soli, con la bocciatura del tentativo di modificare il principio della cittadinanza per nascita attraverso un ordine presidenziale, rappresenta un passaggio politico rilevante perché conferma un limite preciso al potere della Casa Bianca. La Corte, pur con una maggioranza conservatrice che in molte occasioni ha sostenuto parti importanti dell’agenda repubblicana, ha ribadito che alcune trasformazioni profonde dell’ordinamento americano non possono essere affidate soltanto alla volontà del presidente. Per Trump non è una sconfitta isolata, ma l’ennesima dimostrazione che la macchina istituzionale americana è molto più complessa di quanto apparisse nei comizi elettorali. La sua forza comunicativa resta intatta, così come il consenso della sua base, ma il vero problema della Casa Bianca continua a essere quello che molti osservatori considerano il suo punto debole: la politica interna.
Il presidente aveva promesso una trasformazione rapida e radicale degli Stati Uniti. Aveva annunciato una stretta sull’immigrazione, una riduzione dei costi per le famiglie, una nuova stagione economica e un ritorno a una percezione di sicurezza e controllo che aveva rappresentato il cuore del suo messaggio politico. Ma tra tribunali, Congresso, resistenze istituzionali e difficoltà economiche, molte delle promesse più identitarie si stanno scontrando con la realtà del governo. La vicenda dello ius soli è emblematica: non riguarda soltanto una misura sull’immigrazione, ma il rapporto tra potere esecutivo e Costituzione. Trump aveva costruito parte della propria leadership sull’idea che il presidente potesse imprimere una svolta immediata al Paese. La Corte gli ha ricordato che anche un presidente eletto con un mandato forte deve muoversi dentro un sistema di pesi e contrappesi.
Il problema più grande per la Casa Bianca, però, non arriverà dalle aule giudiziarie ma dalle urne. Le elezioni di Mid Term si avvicinano e il voto di metà mandato negli Stati Uniti rappresenta da sempre un giudizio sull’amministrazione in carica. Gli elettori possono accettare conflitti politici e battaglie ideologiche, ma alla fine valutano soprattutto i risultati concreti: il costo della vita, l’andamento dell’economia, la capacità di mantenere le promesse. È qui che il trumpismo rischia di trovare il proprio limite. La politica estera può offrire immagini di forza e di leadership internazionale, ma il consenso quotidiano nasce dalle condizioni di vita degli americani. Se la percezione sarà quella di un presidente impegnato in una battaglia permanente contro giudici, oppositori e istituzioni senza riuscire a incidere abbastanza sulla vita reale dei cittadini, il vantaggio politico potrebbe ridursi rapidamente.
La storia americana dimostra che nessun presidente può vivere soltanto della forza del proprio movimento. Servono risultati e serve la capacità di trasformare il consenso in governo efficace. Trump conserva una capacità di mobilitazione che pochi leader possiedono, ma la sua seconda amministrazione deve fare i conti con un problema che nessun slogan può cancellare. Il suo “dente cariato” continua a essere la politica interna: il luogo dove le promesse incontrano gli ostacoli, dove gli annunci devono diventare fatti e dove gli elettori presentano il conto. Le Mid Term diranno se gli americani premieranno ancora la promessa del cambiamento oppure se giudicheranno troppo grande la distanza tra ciò che è stato detto e ciò che è stato realizzato.
Cesare Mannucci

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