
C’è un dato numerico, spietato e democraticamente paradossale, che fotografa l’ultima spinta alla deregolamentazione della caccia impressa dal governo di Giorgia Meloni: l’uno per cento. Tanto rappresenta, nel calcolo delle percentuali demografiche, la lobby dei cacciatori nell’intera nazione. Eppure, a dispetto di quel restante 99% di cittadini che chiede tutele, sicurezza e rispetto per l’ambiente, l’esecutivo ha deciso di blindare e ampliare i privilegi di una minoranza armata, trasformando la biodiversità in un far west senza più confini terrestri né temporali.
Già è eticamente gravoso dover tollerare che la soppressione di vite animali indifese venga derubricata a “sport” o “tradizione”, alimentando il perverso bisogno di uccidere per puro divertimento. Ma l’ultimo intervento normativo del governo segna un definitivo sprofondamento sia culturale che civile: cancella ogni limite ragionevole all’attività venatoria. Non si tratta più solo di una discussione astratta sulla doppietta, ma di una vera e propria deregulation che calpesta la scienza, avvelena la terra e mette a rischio la sicurezza di tutti.
La prima vittima di questo provvedimento è l’evidenza scientifica, sistematicamente subordinata a logiche di consenso elettorale immediato. Da anni, l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) lancia l’allarme sugli effetti devastanti di una caccia eccessiva, frammentata e non regolamentata, che si abbatte su specie già stremate dal collasso climatico, dalla siccità e dalla distruzione dei loro habitat naturali.
Ridurre i periodi di silenzio venatorio significa negare alla natura il tempo biologico necessario per riprendersi, trasformando la gestione del territorio in un mero calcolo di concessioni alle associazioni venatorie. Di recente, un appello accorato firmato da centinaia di specialisti, ecologi ed etologi ha ribadito un concetto chiaro che la politica sembra voler ignorare: la fauna selvatica non è un “surplus” da eliminare o una risorsa sacrificabile, ma una componente fragile e insostituibile di ecosistemi complessi e interconnessi. Ignorando i pareri scientifici obbligatori – che i decreti governativi hanno progressivamente ridotto a fastidiosi ostacoli burocratici da aggirare o depotenziare – il governo Meloni ha preferito assecondare le richieste più estreme del mondo venatorio, estendendo i calendari e aprendo le porte alle doppiette anche in periodi delicatissimi come quelli della nidificazione, della riproduzione e delle rotte migratorie.
Mentre la politica si piega alla lobby delle armi, la scienza cognitiva e l’etologia moderna viaggiano nella direzione opposta, svelando la profonda ingiustizia etica della caccia. Oggi sappiamo con certezza che ogni animale non è un semplice numero all’interno di una “quota di abbattimento”, né un oggetto riducibile a un mero valore economico, ma un individuo intelligente, senziente, capace di relazioni sociali complesse, paura, memoria, sofferenza e progettualità. Continuare a spacciare l’abbattimento sistematico come uno “strumento di gestione” o, peggio, come una forma di svago significa ignorare deliberatamente la sofferenza profonda inflitta a esseri viventi indifesi, la cui esistenza viene sacrificata sull’altare del divertimento e della crudeltà umana.
Al cuore di questa cecità normativa vi è un modello culturale arcaico e tossico: il paradigma antropocentrico. Per secoli l’essere umano si è autoproclamato padrone assoluto del pianeta, riducendo l’alterità animale a mera merce o a bersaglio per il proprio intrattenimento. È tempo di scardinare questa visione distorta e comprendere che ogni vita – tanto quella degli uomini quanto quella degli animali – è sacra, unica e inviolabile. Non esiste una gerarchia del dolore o del diritto all’esistenza; esiste un legame biologico ed etico che ci unisce a ogni essere vivente. Il valore di una vita non si misura in base alla sua utilità per la nostra specie, e l’unica postura morale accettabile verso l’altro da noi è quella della cura, della protezione e della difesa incondizionata. Il grado di civiltà di un popolo si misura esattamente da questo: dalla sua capacità di proteggere i più deboli e indifesi, inclusi gli animali che non hanno voce per difendersi nei palazzi del potere. Se non saremo in grado di compiere questo passo in avanti, se continueremo a giustificare il massacro legalizzato in nome del profitto o del divertimento, abdicheremo alla nostra stessa umanità, soccombendo inevitabilmente alla barbarie della violenza del più forte sul più debole.
C’è poi un’emergenza ambientale silenziosa ma letale che il decreto finge di non vedere, ovvero la dispersione del piombo nei terreni e nelle acque. Ogni anno, tonnellate di munizioni tossiche vengono riversate nei nostri ecosistemi da una minoranza di praticanti. Il piombo non scompare con la fine della stagione venatoria: sedimenta nei suoli, contamina i corsi d’acqua ed entra pesantemente nella catena alimentare attraverso il fenomeno del saturnismo. Questa forma di avvelenamento acuto e cronico uccide ogni anno migliaia di uccelli rapaci e acquatici che ingeriscono i pallini scambiandoli per cibo.
Agevolare la caccia e ridurne i controlli significa, di fatto, autorizzare l’inquinamento sistematico e irreversibile del nostro territorio e delle nostre falde acquifere.
L’aspetto forse più inquietante per la quotidianità del restante 99% della popolazione riguarda la sicurezza pubblica e la vivibilità degli spazi aperti. Le nuove maglie larghe della normativa permetteranno di sparare in zone un tempo rigorosamente protette, a ridosso di aree antropizzate o persino in contesti urbani e suburbani sotto la giustificazione flessibile e ipocrita del “controllo faunistico” e dell’emergenza cinghiali. Sentieri escursionistici, campagne coltivate, parchi regionali e aree naturali diventeranno territori caldi e potenzialmente pericolosi per chiunque.
Chi cammina nei boschi, chi fa turismo sostenibile, chi raccoglie funghi o chi semplicemente vive fuori città dovrà accettare il rischio concreto di trovarsi nella linea di fuoco di un cacciatore, vedendosi privato del diritto fondamentale di godere della natura in totale sicurezza ed armonia. La democrazia dovrebbe essere il governo della maggioranza nel rispetto delle minoranze, non il contrario, eppure la gestione della fauna in Italia sembra ribaltare questo principio cardine. Non è più tollerabile che una percentuale esigua della popolazione, mossa da interessi privati e passioni anacronistiche, imponga la propria visione violenta e distruttiva sull’intera collettività, privando i cittadini di un patrimonio comune che per Costituzione appartiene allo Stato, cioè a tutti noi.
Il governo Meloni, strizzando l’occhio a questo bacino elettorale compatto e influente, ha scelto la strada della regressione culturale, scientifica e ambientale, allontanando l’Italia dagli standard europei di protezione animale. La caccia non è una tradizione nobile da proteggere o da incentivare per decreto; è un’eredità sanguinosa del passato che la sensibilità moderna rifiuta e che va progressivamente abolita attraverso un serio percorso legislativo. E se l’abolizione totale richiede ancora una battaglia culturale profonda, il minimo sindacale per uno Stato che voglia definirsi moderno e civile sarebbe smettere, da subito, di favorirla e finanziarla a spese della collettività.
Antonio Laraia

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