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Il declino italiano tra le regioni UE, la sordità di PDL e politica

di Oscar Giannino | 2 Settembre 2013

E’ davvero possibile che Pdl e Pd, dopo aver passato già mesi e mesi sul problema dell’IMU sulla prima casa cioè su 3 miliardi di euro scarsi su oltre 800 di spesa pubblica, rimangano indifferenti sulla continua perdita di posizioni dell’economia italiana, che rischia di continuare anche di fronte ai primi timidi segni di ripresa internazionale?

italiagolaUna politica seria, ieri, avrebbe dedicato almeno qualche minuto di attenzione alle amare conseguenze per l’Italia del rapporto sulla competitività tra Regioni dell’Unione, stilato dalla Commissione Europea. Invece, all’indomani del vertice di Arcore tra Berlusconi e lo stato maggiore del Pdl, l’unico tema a rimbalzare nelle dichiarazioni dei politici è stata la crisi di governo.
Da sinistra, dopo l’apparente disco verde di D’Alema parzialmente ritrattato sulla liquidazione del governo Letta, è venuta una presa di posizione sostanzialmente analoga di Veltroni: un ventennio è finito, inutile collaborare al governo, scegliamo Renzi e presto alle urne. Tutto questo, sapendo che Grillo ha deciso che non darà una mano per cambiare l’attuale legge elettorale. Anzi meglio votare presto col Porcellum perché i Cinque Stelle sentono, come gli esponenti del Pd che indicano le urne, aria di vittoria.
Dall’altra parte, nel Pdl è esplosa la conflittualità tra falchi e colombe. Ma non sull’opportunità o meno di condividere la dichiarazione di Arcore, quella secondo la quale la decadenza di Berlusconi è “impensabile e costituzionalmente inaccettabile”, bensì solo sul fatto di chi sia più o meno inossidabilmente interprete nel Pdl della predetta linea dettata dal suo fondatore.
Non abbiamo lesinato al governo attuale giuste e legittime critiche sul più che potrebbe e dovrebbe fare. Ma di fronte a nuove elezioni indicate da una parte e dall’altra come una sorta di ordalia, per decidere ancora una volta sulla superiorità etica e antropologica di una parte sull’altra invece che su programmi all’altezza di lenire i guai italiani, diventa ovvio condividere le parole pronunciate dal premier Enrico Letta tornando dall’Afghanistan, dove ieri ha visitato i reparti italiani: “buttare tutto a mare è una follia”.
Di insensatezze politiche ne sono state già commesse troppe, negli ultimi vent’anni. Proprio per questo è lecito attendersi una nuova prova di rigore e responsabilità istituzionale da parte del Capo dello Stato, una delle poche se non l’unica voce capace di richiamare all’ordine su considerazioni giuridiche – quelle sulla decadenza e l’incandidabilità per effetto della legge anticorruzione – e politiche – il punto in cui siamo arrivati del declino italiano, e ciò che si prepara sulla scena internazionale. Cioè una crisi siriana che sta mostrando tutti i segni premonitori di un nuovo rischioso intervento internazionale, come se nel Medio Oriente non bastasse la crisi egiziana, quella turca, e la nuova leadership iraniana. Le elezioni tedesche alle porte, tra meno di un mese. E il semestre europeo di presidenza italiana, da metà del 2014. Gettarsi in una nuova crisi politica a testa bassa, confermando le diffidenze internazionali sull’endemica instabilità italiana, e per di più con l’attuale legge elettorale né mutando la Costituzione, ci farebbe scendere un altro gradino, avvicinandoci pericolosamente al ruolo di paria.
E’ davvero possibile che Pdl e Pd, dopo aver passato già mesi e mesi sul problema dell’IMU sulla prima casa cioè su 3 miliardi di euro scarsi su oltre 800 di spesa pubblica, rimangano indifferenti sulla continua perdita di posizioni dell’economia italiana, che rischia di continuare anche di fronte ai primi timidi segni di ripresa internazionale? Possono davvero avere dei dubbi, su quale sia la priorità per gli italiani, se non il lavoro che manca, il reddito che scende, il portafoglio e il patrimonio che perdono valore? Dal silenzio di ieri sul rapporto della Commissione sulle Regioni europee, sembrerebbe di sì.
Al contrario, le analisi di quel rapporto dovrebbero dare nerbo al confronto parlamentare, all’operatività di un governo più ambizioso. Dovrebbero costituire l’architrave degli sforzi per un serio programma italiano da mettere al centro del semestre di presidenza italiana dell’Unione, l’anno prossimo. Altro che elezioni. E altro che la sola IMU.
Nel misurare la competitività di 262 regioni europee, la Commissione tiene conto di una molteplicità di indicatori, dall’efficienza e stabilità istituzionale alle infrastrutture, la sanità, l’istruzione, l’innovazione e l’efficienza tecnologica, il mercato del lavoro. Ebbene l’Italia nel suo complesso è scesa dal 16° al 18° posto su 28 Paesi dell’Unione, dal 2010. E’ al 24° per efficienza istituzionale e per il poco Pil realizzato e il molto perduto, al 26° per l’accesso a nuove tecnologie. Tutta l’area più avanzata dell’Italia perde drasticamente il contatto con le Regioni più innovative, diffuse tra Gran Bretagna meridionale, sud dei Paesi scandinavi e, naturalmente. Germania. La Lombardia è passata dal 95° posto al 128°, l’Emilia Romagna dal 121° al 141°, il Lazio dal 133° al 143°, il Veneto dal 146° al 158°. Il Mezzogiorno d’Italia figura in graduatoria allineato alle aree più povere e meno innovative della Penisola iberica. Grecia e Balcani.
Non c’è un’Italia aggrappata all’Europa e una al Mediterraneo, come diceva 40 anni fa Ugo La Malfa, nel report della Commissione. C’è una nazione che nel suo complesso continua sistematicamente a declinare, perché troppe e troppo sistemiche sono le inefficienze, i gravami di una Pubblica amministrazione e di un fisco che ha accresciuto le entrate pubbliche del 58% in 13 anni, mentre la spesa pubblica – lasciando perdere quella per interessi sul debito, che scendeva grazie all’euro – saliva del 68%.
Direte voi forse, a questo punto, che il richiamo alla concretezza è inutile, che suona persino retorico, rispetto a ciò a cui la politica italiana ci ha spesso abituato. E invece no, non può essere vero. Alla lunga, una politica che antepone destini personali e guerre per bande e mai migliora le condizioni del Pese, deve sapere che è condannata non al successo, ma al disastro. Se non è bastato ai partiti tradizionali il 25% di voti andati a Grillo, si illudono a pensare che nuove elezioni a pochi mesi e non avendo risolto nulla possano attenuare la frattura tra condizioni degli italiani e fiducia verso i partiti.
Un’ultima cosa. Certo, Berlusconi fatica molto, da condannato, ad accettare di poter svolgere il ruolo di leader fuori dal Parlamento. Ma ricordi quel che diceva il grande liberale Luigi Einaudi. “Tutte le garanzie di difesa, attacco e replica son richieste quando in gioco è la vita di un uomo,ma quando in gioco è la vita di un Paese, spesso i politici son disadatti”. E infine: “è dubitabile se al buon governo giovino più gli uomini grandi, o quelli semplicemente savi”. Ecco: essere savi, è la scelta responsabile.

Pubblicato in : Primo piano

Info Oscar Giannino

Giornalista. Fondatore di FARE per Fermare il declino

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