Sembra diventato tipico di questo Governo esultare per gli interventi che si mettono in atto spacciandoli come idee nuove e vantandone la paternità anche quando non sono che il gioco stanco del prestigiatore che fa uscire dal suo cilindro il solito coniglio. Basti pensare al taglio dell’IMU sulla prima casa.
Adesso sembra essere stata ripescata e rilucidata la social card di tremontiana memoria (che un gran successo non l’ha certo avuto, tenuto anche conto che spesso la “carta azzurra” risultava non caricata dei 40 euro promessi) e sembra volersi anticipare l’idea dei grillini sul reddito di cittadinanza. Si tratta del reddito di inclusione, a favore di coloro che alla fine del mese fanno fatica ad arrivare e che vivono in condizioni di povertà.
Pare infatti che stia per arrivare al traguardo il provvedimento che da qualche giorno ha incassato il voto favorevole alla Camera e che ora passa al Senato: un disegno di legge delega che contiene “norme relative al contrasto della povertà, al riordino delle prestazioni e al sistema degli interventi e dei servizi sociali (collegato alla legge di Stabilità 2016)”, che nei contenuti dà mandato al Governo di adottare le specifiche norme sulla base della cornice stabilita dal Parlamento.
Nonostante l’idea non sia nuova di zecca, il Ministro Poletti non ce la fa a essere secondo al premier Renzi nell’annunciare con enfasi che “Si partirà con un miliardo stanziato nell’ultima legge di stabilità che, per la prima volta nel nostro Paese ha istituito un Fondo nazionale per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale”. “ Risorse – soggiunge il Ministro – che vogliamo aumentare , in modo da raggiungere un numero maggiore di persone in condizioni di povertà” : e questo non è male, perché altrimenti le prebende elargite a qualche povero (spettano alle famiglie in condizioni economiche disagiate nelle quali almeno un componente sia minorenne oppure sia presente un figlio disabile o una donna in stato di gravidanza accertata) rischiano di farlo sembrare, agli occhi degli altri, l’ “Unto dal Signore” !
E sì, perché la povertà – come pure ha avvertito l’ISTAT nel suo Rapporto annuale 2016 – è sempre in agguato.
Tra il 2014 e il 2015 rimane sostanzialmente invariata la quota di coloro che permangono nella condizione di grave deprivazione (il 7,3 per cento della popolazione). Al contrario diminuisce quella di coloro che escono dalla condizione di grave deprivazione (4,5 per cento, contro il 6,5 ), mentre aumenta quella di chi non vi si è mai trovato (all’83,7 per cento dall’81,6).… Anche il quadro della povertà assoluta è sostanzialmente immutato: nel 2014, la quota delle persone che vivono in famiglie che non sono in grado di acquistare il paniere di beni e servizi essenziali si è stabilizzata al 6,8 per cento (4,1 milioni di persone, circa il doppio rispetto al 2008).
Ma tornando al ddl, non sappiamo francamente dare del tutto torto a chi lo ritiene un provvedimento dall’impronta assistenziale, che prova a sostenere in misura insufficiente, solo una parte minoritaria di persone in stato di bisogno: un’amara riprova del non potere mettere in campo – e non siamo in grado di dire se per incapacità di chi governa o altro – strategie strutturali. Va però dato atto che il provvedimento prova a superare l’asserita logica assistenzialistica laddove richiede che, per usufruire del beneficio, il nucleo familiare del richiedente dovrà aderire a un progetto personalizzato di attivazione sociale e lavorativa sostenuto da una rete integrata di interventi, individuati dai servizi sociali dei Comuni insieme con gli altri servizi del territorio (i centri per l’impiego, i servizi sanitari, le scuole) e con i soggetti del terzo settore e le parti sociali. Ma al di là di ulteriori perplessità: siamo sicuri (direi proprio di no) che in tutto il Paese i Comuni, sia pure coordinati a livello di Ambiti territoriali, abbiano una buona capacità e voglia di fare rete con gli altri attori del territorio e mettere in atto progetti adeguati? Andiamo però oltre perché troppe sono le considerazioni critiche che su tale terreno potrebbero innestarsi.
Anche il presidente dell’Inps si dice deluso, sottolineando che in Italia “non c’è una rete di protezione per i poveri, bisogna fare delle scelte, se aiutare i più poveri o continuare a sostenere i più rappresentati”. E d’altra parte, che nel nostro paese non ci siano strumenti contro la povertà e che manchi una rete di base perché – si dice – che non vi siano le risorse, Boeri lo ha già espresso ripetutamente rilevando però una contraddizione. .”L’Italia – ha infatti sottolineato – è uno dei pochi paesi a riconoscere la portabilità extra Ue della parte non contributiva delle pensioni (nell’ambito Ue questa opzione non è più data). Paghiamo così integrazioni al minimo e maggiorazioni sociali a persone che vivono e pagano le tasse altrove, riducendo il costo dell’assistenza sociale in questi paesi”. L’Italia quindi dovrebbe riflettere sulla possibilità di non pagare ai pensionati residenti all’estero la parte non contributiva delle loro prestazioni. Una cifra cospicua secondo le stime INPS , perché su circa 1,2 miliardi di spesa per prestazioni a pensionati residenti fuori dall’Ue, oltre 200 milioni sono spesi per integrazioni al minimo e maggiorazioni sociali.

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