
Nella riunione del Consiglio Europeo, dal 18 al 20 giugno 2026, la Commissione ha ricevuto un doppio mandato: proporre sanzioni sui prodotti delle colonie israeliane illegali e presentare un pacchetto per ridurre la dipendenza commerciale da Pechino.
L’idea è che l’Europa debba farsi trovare pronta di fronte alle sfide. Al termine della due giorni di Consiglio europeo, emerge l’urgenza di dotarsi di strumenti e tempistiche adeguati per affrontare i dossier comuni: bilancio, Ucraina, Cina e crisi in Medio Oriente. Anche questi motivi avrebbero contribuito alla ritrovata unanimità tra i 27 Paesi. La Commissione ha i suoi compiti da svolgere: una proposta per sanzionare i prodotti delle colonie israeliane illegali e un pacchetto di strumenti per riequilibrare i rapporti commerciali con Pechino che preveda uno strumento di diversificazione delle catene di approvvigionamento delle imprese europee facendo calare la domanda di componenti extra UE.
Al di là dalle note sul merito, nei capannelli tra i leader e anche nelle dichiarazioni è risuonato l’attacco del presidente USA Donald Trump alla premier Giorgia Meloni che ha ricevuto la solidarietà pubblica dal premier spagnolo Pedro Sánchez e dal presidente francese Emmanuel Macron.
Sul piano politico l’Europa porta a casa un risultato importante: la ritrovata unanimità sull’Ucraina come non accadeva da dicembre 2024. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky arriva a Bruxelles con nuovo ottimismo, ma non ottiene l’auspicata accelerazione sugli altri capitoli negoziali: gli Stati chiedono cautela e riforme prima di procedure più snelle. Il dibattito sull’Ucraina fornisce al presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, la possibilità di chiarire un equivoco sui presunti contatti che il suo staff avrebbe aperto con Mosca, poco graditi a Macron e al cancelliere tedesco Friedrich Merz.
Costa ha chiarito: “Quello che sto facendo attraverso il mio ufficio è istituire un canale diplomatico, perché non possiamo dipendere solo dagli altri per interpretare i messaggi russi e dobbiamo essere in grado di trasmettere direttamente alla Russia i nostri messaggi. Anche la coalizione dei volenterosi e i suoi leader dovranno avere un ruolo per quanto riguarda le garanzie di sicurezza, ma per quanto riguarda gli interessi dell’Unione europea, dovranno essere difesi dalle istituzioni dell’Unione europea in conformità con i trattati. E come tutti sapete, Ursula (von der Leyen) e io lavoriamo sempre in squadra”. Un avvertimento anche per i volonterosi con la Gran Bretagna che farebbe bene a decidere un ritorno nell’UE.
Quanto all’altro dossier caldo, l’Iran, il Consiglio europeo ha accolto con favore il memorandum tra USA e Teheran. Ha ribadito che all’Iran non deve essere consentito di dotarsi dell’arma nucleare ed esorta Teheran a rispettare gli obblighi del Trattato di non proliferazione e a riprendere la cooperazione con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Invita inoltre l’Iran a porre fine alle attività destabilizzanti, incluso il programma missilistico. L’UE ha riaffermato l’impegno a contrastare le azioni ostili dei servizi iraniani e a lavorare con partner regionali per ridurre la vulnerabilità legata allo Stretto di Hormuz, diversificando le rotte energetiche. Bruxelles monitorerà l’impatto della crisi su energia, prezzi e catene di approvvigionamento, garantendo preparazione anche rispetto a futuri flussi migratori.
Nella mattinata di sabato, i leader hanno discusso il dossier più pesante di questo vertice: il prossimo bilancio europeo 2028-2034. Al tavolo si sono scontrate due visioni su come dovrà essere finanziato il prossimo quadro finanziario pluriennale: quella dei frugali che ritengono la proposta troppo onerosa e gli “Amici della Coesione” a cui prende parte anche l’Italia che chiedono più risorse. Da circa una settimana, la presidenza cipriota ha presentato la sua proposta negoziale “nego box”, indicando un taglio del 2% rispetto alla proposta della Commissione e per la prima volta indicando le cifre sui singoli capitoli di spesa, che ha permesso agli Stati di raggiungere accordi provvisori sui principali blocchi del futuro bilancio: architettura, piani nazionali e regionali, competitività europea e Global Europe. Sánchez avverte: “Non si può chiedere all’Europa di fare di più con meno risorse”. Merz ribatte: “La proposta è troppo alta, le cifre devono diminuire”.
L’obiettivo di chiudere entro fine anno si scontra anche con le esigenze elettorali di diversi Paesi tra cui Italia, Francia, Spagna e Polonia che potrebbero utilizzare lo scontro con Bruxelles come leva politica. Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, punta a concludere i negoziati entro dicembre, con l’obiettivo non dichiarato di sottrarre la discussione, e gli eventuali blocchi, alla propaganda elettorale nazionale. Ma il premier spagnolo Pedro Sánchez, arrivando al Consiglio, ha frenato: “Il governo spagnolo esprime il suo scetticismo perché le divergenze sono ancora sostanziali e crediamo che ci sia molto lavoro da fare”. Sul tema, Madrid ha consolidato un asse con Roma. Prima dell’inizio dei lavori, Italia e Romania hanno riunito il gruppo degli Amici della Coesione, in un incontro ospitato dalla premier italiana Giorgia Meloni. In una nota diffusa da Palazzo Chigi al termine del vertice Meloni-Sánchez, si legge: “I leader hanno concordato sull’opportunità di una linea comune Italia-Spagna sul prossimo bilancio dell’Unione Europea, con l’obiettivo di introdurre finanziamenti per nuove priorità strategiche competitività, innovazione, sicurezza, autonomia strategica ed energia senza ridurre la politica di coesione, considerata essenziale per il Mercato unico, gli investimenti e la riduzione dei divari territoriali”.
Dall’altro lato, il gruppo dei cosiddetti Frugali (Germania, Paesi Bassi, Danimarca, Finlandia, Svezia e Austria) chiedono tagli fino a 400 miliardi rispetto alla proposta cipriota, oltre a sconti e maggiori contributi nazionali. L’obiettivo è stato di raccogliere i primi orientamenti politici, rinviando il negoziato vero e proprio al Consiglio europeo di ottobre. A seguire, i leader UE hanno affrontato gli ultimi sviluppi in Medio Oriente: il conflitto in Iran e il suo impatto sui prezzi dell’energia; la situazione umanitaria a Gaza e in Cisgiordania; gli sviluppi in Libano, incluso il sostegno europeo al cessate il fuoco e allo Stato libanese.
Sullo sfondo resta la riflessione sulla situazione in Medio Oriente con un focus su Gaza. Nelle conclusioni si legge: “L’Unione europea respinge fermamente l’annuncio di Israele di voler controllare il 70% del territorio di Gaza”. La preoccupazione dei 27 riguarda la mancanza di progressi da parte di tutti gli attori per il cessate il fuoco a Gaza e hanno invitato ad attuare le disposizioni delle Risoluzioni ONU. Infine, il Consiglio europeo ha chiesto il disarmo permanente di Hamas e di altri gruppi armati non statali, il ritiro completo delle forze israeliane dalla Striscia di Gaza e il dispiegamento della Forza internazionale di stabilizzazione temporanea, come previsto dal Piano globale per porre fine al conflitto di Gaza.
Tra le conclusioni si legge: “Il Consiglio europeo condanna la continua e crescente violenza dei coloni contro i civili palestinesi, chiede che i responsabili siano chiamati a risponderne e accoglie con favore l’adozione di misure restrittive contro i coloni estremisti e le entità che sostengono tali violenze”. Il documento contiene anche un riferimento alla Flotilla, condannando “i maltrattamenti subiti dai detenuti, compresi cittadini europei, a seguito dell’intercettazione della flottiglia”, e invita il Consiglio a “proseguire i lavori su misure restrittive contro i ministri estremisti che incitano e promuovono violazioni dei diritti umani”.
Il vertice non ha prodotto decisioni definitive, ma ha segnato il perimetro politico entro cui si muoverà il negoziato autunnale. Con posizioni ancora distanti e un clima internazionale sempre più instabile, il bilancio UE si conferma il banco di prova della capacità degli Stati membri di trovare un compromesso.
I rapporti con Israele non sono mai stati idilliaci ma stavolta sono giunti alla rottura: il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha pubblicamente interrotto ogni contatto con l’Alto rappresentante per la Politica estera dell’Ue, Kaja Kallas. Il casus belli citato sono le presunte parole pronunciate dalla responsabile della diplomazia dei 27, in occasione di un viaggio in Messico, in cui avrebbe paragonato Israele al regime di apartheid che governava in Sudafrica.
Sa’ar ha rinfacciato alla Kallas di “agire in modo ossessivo e con palese ingiustizia nei confronti dello Stato ebraico”, sottolineando che “finora si è astenuta da qualsiasi smentita, risposta o commento a suo nome riguardo alla presunta accusa di apartheid, definita dal ministro degli Esteri israeliano “un’accusa di sangue”, un termine usato per indicare convinzioni antisemite. Da questi fatti, Israele ha annunciato lo stop dei contatti “finché non ritratterà”. Una presa di posizione del ministro israeliano che prosegue l’inaccettabile atteggiamento di arroganza portato avanti da Israele durante il governo di Netanyahu.
Le parole sarebbero state pronunciate dall’Alto rappresentante durante un incontro a porte chiuse con funzionari messicani il mese scorso e denunciate da alcuni europarlamentari ai quali Sa’ar fa riferimento nel post, senza fare nomi ma ringraziandoli.
Immediata la risposta a Sa’ar di Kaja Kallas che ha espresso apprezzamento per il dialogo e l’impegno che li lega. Kaja Kallas ha detto: “Continuare in quello spirito, in modo rispettoso e costruttivo. Il dialogo è la base della diplomazia, specialmente quando emergono differenze, l’Ue è sempre impegnata in una relazione costruttiva con Israele”. L’Alto rappresentante non ha tuttavia nascosto le divergenze, ribadendo la posizione di Bruxelles: “Per portare la pace in Medio Oriente, la soluzione dei due Stati rimane l’unica via percorribile. L’Ue ha condannato gli insediamenti israeliani illegali in Cisgiordania che rendono sempre più difficile raggiungere quest’obiettivo”.
Pronta la replica di Gideon Sa’ar che ha fatto sapere di non avere intenzione di cambiare posizione finché non sarà stata fatta chiarezza. Il ministro israeliano ha affermato: “Per quanto ne so, le affermazioni che ti sono state attribuite riguardo all’apartheid non riflettono la posizione dell’Unione Europea. Se davvero hai pronunciato queste dichiarazioni vili e diffamatorie, prenditene la responsabilità. Se non l’hai fatto, negale. Finché la questione non sarà chiarita, la mia decisione rimarrà invariata”.
Le relazioni diplomatiche tra Israele e i 27 sono fortemente tese dallo scoppio della guerra a Gaza, nonché a causa delle violenze dei coloni contro i palestinesi in Cisgiordania.
A questo, si sono aggiunte di recente le violenze perpetrate dalle forze di sicurezza israeliane ai danni degli attivisti internazionali della Global Sumud Flotilla per le quali diversi Paesi europei hanno chiesto sanzioni nei confronti del ministro israeliano per la Sicurezza nazionale e leader di estrema destra Itamar Ben-Gvir. Misure restrittive sono state adottate dalla Francia e in precedenza già da Belgio, Spagna, Irlanda, Canada, Regno Unito, Norvegia, Australia e Nuova Zelanda. Tuttavia, a livello comunitario, non è stata trovata l’unanimità.
Di fronte agli oltre 70mila morti a Gaza, la guerra a Hezbollah con gli estesi bombardamenti dell’Idf in Libano e l’impennata delle violenze dei coloni contro i palestinesi in Cisgiordania, si sono moltiplicati le pressioni e gli appelli a Bruxelles affinché revochi l’Accordo di associazione Ue-Israele, ma anche in questo caso non è stata trovata un’intesa all’interno del blocco.
All’inizio della settimana, Kallas aveva fatto sapere che avrebbe chiesto alla Commissione di preparare un elenco di opzioni per possibili misure commerciali verso Israele, comprese quelle volte a impedire le importazioni di beni provenienti dagli insediamenti illegali” in Cisgiordania.
Anche in Israele ci sarebbe bisogno di più colombe e non di falchi predatori che calpestano i diritti universali dell’uomo che sono stati fondamentali per dare vita allo Stato di Israele.
Il Consiglio dei 27, sa che sono molto stretti i margini di manovra in questo proscenio della geopolitica. Tuttavia, la scelta energetica della geotermia potrebbe essere un passo importante per ampliare i margini di manovra liberando l’Europa dalla dipendenza energetica dall’estero. In tal senso, ha fatto bene Avanti Psi a promuovere lo scorso fine settimana il convegno su geotermia e rinnovabili a Pomarance. Poi c’è anche il discorso dei metalli rari e della ricerca scientifica sempre più indispensabili in questa fase di cambiamento economico e sociale.
Salvatore Rondello

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