
La politica del non detto
Sul caso di Mario Roggero si è ormai consumato il consueto cortocircuito italiano: il diritto lascia il posto alla percezione, i fatti vengono piegati alla propaganda e la politica trasforma una vicenda giudiziaria in un’occasione di consenso. L’opinione pubblica, in larga parte, considera il gioielliere una vittima due volte: della rapina prima e della giustizia poi. È una lettura comprensibile sul piano emotivo, ma il processo non si è celebrato nelle piazze né sui social. Si è concluso nelle aule di tribunale con una sentenza definitiva che ha accertato due omicidi commessi quando la rapina era ormai terminata e il pericolo immediato era cessato. È questo il punto giuridico della vicenda, non il giudizio morale che ciascuno può legittimamente formulare. Eppure proprio quel punto viene sistematicamente sfumato. Perché la confusione rende più della chiarezza. Si lascia intendere che una candidatura politica possa cambiare il destino di Roggero. Si evocano ipotesi di grazia come se fossero strumenti automatici. Si alimenta l’idea che basti la volontà di un partito per ribaltare una sentenza passata in giudicato. Nulla di tutto questo corrisponde alla realtà, ma quasi nessuno lo dice apertamente. La grazia è un provvedimento eccezionale del Presidente della Repubblica. Non nasce da una campagna elettorale, non dipende dagli umori dei sondaggi e non si concede per acclamazione popolare. Richiede un percorso preciso, nel quale assumono rilievo la richiesta dell’interessato, la valutazione dell’intera vicenda e anche il comportamento tenuto dopo la condanna. Sono elementi complessi, poco spendibili in uno slogan. Per questo restano sullo sfondo. La politica preferisce il sottinteso. È infinitamente più redditizio lasciare che l’opinione pubblica immagini ciò che non può essere detto. Così ogni dichiarazione genera titoli, ogni indiscrezione diventa un caso, ogni intervista prolunga una polemica destinata a durare fino alle elezioni. È il trionfo del “non detto”, la forma più raffinata della comunicazione politica contemporanea: non affermare mai ciò che potrebbe essere smentito, ma suggerire abbastanza da ottenere il consenso. Se davvero una parte della maggioranza ritiene ingiusta la disciplina sulla legittima difesa, la strada è una sola: modificare la legge. Presentare una riforma, discuterla in Parlamento, assumersene la responsabilità politica e verificare se le nuove norme possano produrre effetti anche per casi come quello di Roggero, nel rispetto dei principi costituzionali. Sarebbe una scelta coraggiosa, perché costringerebbe tutti a uscire dall’ambiguità. Ma è proprio questo il problema. Una riforma imporrebbe una discussione vera, con maggioranza e opposizione costrette a misurarsi sul merito. E offrirebbe agli avversari un argomento potentissimo: l’accusa di voler legittimare un uso sempre più esteso della forza privata. Molto più conveniente, allora, restare nella zona grigia delle dichiarazioni suggestive e delle promesse implicite. Il caso Roggero dimostra ancora una volta che, nella politica italiana, la chiarezza è spesso un costo mentre l’ambiguità è un investimento. Spiegare la realtà significa rinunciare a una parte del consenso. Alimentare gli equivoci, invece, permette a ciascuno di leggere nei fatti ciò che desidera. È una strategia antica quanto la politica stessa, ma oggi è diventata un metodo di governo della comunicazione. E così, mentre il dibattito pubblico si divide tra tifoserie contrapposte, l’unica vera vincitrice resta la confusione. Perché nell’epoca della politica permanente non conta tanto risolvere un problema, quanto riuscire a mantenerlo aperto abbastanza a lungo da trasformarlo in consenso.
Angelo Santoro

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