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Il Congresso del Partito Liberale

di Livio Ghersi | 27 Marzo 2012

Alla fine, ha prevalso De Luca di stretta misura: la mozione che l’appoggiava ha avuto il voto di 122 delegati, mentre l’altra è stata sostenuta da 111 delegati.
Grazie alle registrazioni di Radio Radicale ho seguito, quasi nella loro interezza, i lavori del Congresso nazionale del PLI, svoltosi a Roma nei giorni 23-25 marzo 2012.
Si sono confrontate due mozioni: la prima proponeva la riconferma, per la carica di Segretario nazionale, di Stefano De Luca; la seconda mirava ad eleggere al vertice del Partito il senatore Enrico Musso.
Alla fine, ha prevalso De Luca di stretta misura: la mozione che l’appoggiava ha avuto il voto di 122 delegati, mentre l’altra è stata sostenuta da 111 delegati. Dai discorsi congressuali, è emersa questa possibile chiave di lettura “politicista”: i liberali partecipano a pieno titolo alle grandi manovre all’interno del cosiddetto Terzo Polo. Soltanto che De Luca farebbe riferimento a Fini ed al FLI, mentre Musso sarebbe stata la soluzione migliore per riavvicinarsi a Casini ed all’UDC. L’API di Rutelli non riscalda i cuori, nonostante il “liberale” Vernetti e l’adesione di Valerio Zanone.
Questi, tuttavia, sono retropensieri che perdono di senso quando si esca dalla ristretta cerchia dei politici di professione. Invece, tra i delegati, c’era anche molta freschezza e genuina carica ideale. Un delegato di Matera esponeva in modo efficace la particolare condizione della Basilicata, la quale pure avrebbe grandi potenzialità. Un delegato di Padova, dopo una citazione di Ludwig von Mises, spiegava, in buona lingua italiana e con evidente conoscenza dell’argomento, in cosa dovrebbe consistere lo Stato minimo, anzi minimale, dei liberal-liberisti. In queste analisi, tutte ideologiche, manca del tutto l’approccio politico in senso stretto: considerata la realtà attuale, in quale modo, attraverso quali tappe intermedie, con quali costi sociali, sarebbe possibile arrivare all’ipotizzato traguardo dello Stato minimale? Come sarebbe possibile, in concreto, “restituire alla società” la gestione di primarie funzioni di interesse pubblico, eliminando le burocrazie esistenti? Io che pure capisco ed apprezzo le ragioni delle convinzioni ideali, non arrivo a tanto idealismo.
Come osservatore esterno, mi sarebbe piaciuto un cambio di segreteria. Chi ha rifondato il Partito e lo ha diretto e rappresentato per oltre un quindicennio, è abituato a ragionare come se ne fosse anche proprietario. Inoltre, c’è una mentalità piccina nel volere conservare una sigla, all’unico scopo di avere poi titolo a partecipare a combinazioni politiche, anche le più fantasiose (la fantasia non manca). Oggi non ci sono più né Cavour, né Giovanni Giolitti; né Croce, né Luigi Einaudi; né Malagodi, né Bozzi. Quelli erano altri tempi ed i meriti ed i demeriti di quegli uomini non c’entrano alcunché con i meriti ed i demeriti dei personaggi attuali. Da un po’ di anni a questa parte si sono visti soltanto gli accordi “politico-elettorali” con l’Associazione pensionati di Roccacannuccia, o le intese strategiche con il Movimento per l’Autonomia di Lombardo in Sicilia. Realtà misera. Altro che slancio ideale! Ed infatti la stragrande maggioranza delle persone serie che continuano a definirsi liberali si guardano bene dal confondersi con il PLI. Perché pensano che il pianeta Terra continuerà a rotare anche se l’ex deputato De Luca non riacciufferà il mandato parlamentare. Discorso che vale pure per tanti arzilli e sempre ambiziosi vecchietti che gli stanno intorno.
Un Partito non si attesta su percentuali di consenso dello zero virgola qualcosa perché gli organi di informazione faziosi non gli danno spazio. Se si dimostra incapace anche di raccogliere le firme per presentare proprie liste nelle competizioni elettorali, a qualsiasi livello di rappresentanza, di cosa si lamenta? Raccogliere le firme è faticoso, difficile, richiede capacità organizzativa, ma non è impossibile. Il giudizio però diventa di netta critica quando non si prova nemmeno a raccogliere le firme, perché, tanto, l’unica cosa che veramente interessa è rientrare in una combinazione politica con partiti già esistenti e ben strutturati.
Nella vicenda congressuale, il candidato antagonista si esprimeva in buon italiano, parlava di superamento dell’esistente per aprirsi al una Costituente dei liberali, poneva l’accento sull’organizzazione e sull’efficienza. Tutte cose sacrosante. Ma, immediatamente, mi ha fatto cascare le braccia, quando ha affermato, che bisogna subito realizzare il pareggio di bilancio «senza se e senza ma».
Ai liberali dovrebbe essere rimasto un certo amore per l’Italia. Siamo stati un Paese a sovranità limitata dal secondo dopoguerra ad oggi: i tempi della guerra fredda, della scelta di campo, laddove il nostro campo era saldamente guidato dagli Stati Uniti d’America. Ora siamo un Paese a sovranità limitata all’interno della nostra Europa.
Se si prende uno dei due Trattati che stanno alla base della costruzione europea, quello detto dell’Unione Europea (TUE), si legge all’articolo 2: «L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini». Perfetto, questa è l’Unione Europea nella quale vorremmo credere, portato del meglio della nostra storia.
Invece il volto concreto della UE è quello di una rete di Istituzioni in cui il Parlamento Europeo conta ancora troppo poco e tutti gli organi più importanti (Consiglio Europeo, Consiglio, Commissione) sono partecipi di un indirizzo politico che accetta in toto, senza alcun fermento critico, le ricette della politica economica liberista e monetarista e le traduce in norme giuridiche. Le istituzioni della UE non cercano di arginare lo strapotere dei mercati finanziari perché, fondamentalmente, ne condividono le logiche.
Si dirà che il problema deriva dal fatto che, al momento, tutti i principali Stati dell’Unione hanno governi con un indirizzo politico di centro-destra. Non credo si tratti soltanto di questo; abbiamo conosciuto tanti politici di centro-sinistra con un’imbarazzante subalternità culturale alla logica della destra finanziaria. Intanto, c’è una normazione che va avanti inesorabile, dai trattati, ai regolamenti, alle decisioni.
Limitiamoci a considerare il cosiddetto “fiscal compact”, ossia il “Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica e monetaria” (sottoscritto dal presidente Monti a Bruxelles il 2 marzo scorso). Ci siamo impegnati: a) ad azzerare il disavanzo di bilancio dello Stato, già nell’esercizio 2013; b) ad avviare, immediatamente, una manovra per ricondurre il debito pubblico italiano al parametro fissato dall’Unione Europea: cioè al limite del 60 per cento del Prodotto interno lordo nazionale. Posto che oggi il debito pubblico sta al 120 % del PIL, ridurlo di un ventesimo l’anno, significa che in ogni esercizio finanziario, per vent’anni di seguito, si dovrà ridurre il debito di un ammontare pari all’attuale tre per cento del PIL.
Realisticamente, si tratta di condizioni sostenibili? La conclusione è che i nostri governanti (gli attuali ed i precedenti), hanno accettato regole socialmente e politicamente insostenibili. Perché sono pazzi, o incoscienti? No, perché credono di essere “furbi”, italianamente furbi. Probabilmente, hanno firmato con una riserva mentale; confidando che, nel corso del tempo, in alcuni Stati europei saranno eletti governi con un indirizzo diverso, di centro-sinistra. Di conseguenza, secondo loro, a breve, si potrebbero determinare le condizioni per rinegoziare, al ribasso, quegli accordi. Intanto, si tratta di tenere buoni i mercati finanziari.
Viceversa, governanti seri avrebbero dovuto dire: ci dispiace, ma anche volendo, non saremmo nelle condizioni di onorare gli impegni che l’accordo sul fiscal compact richiede da noi. Quindi, non lo firmiamo. Le cose sono due: o il Consiglio Europeo individua altre soluzioni possibili e meno drastiche, o dovrà procedere senza di noi. Con le conseguenze che insieme valuteremo.
E’ l’onestà, la linearità dei comportamenti, che rende credibili. Mai la furbizia. Anche il servilismo non è mai un buon viatico per essere rispettati.
Per quanto riguarda l’inserimento della regola del pareggio di bilancio nella nostra Costituzione, qualcuno ha letto il testo frettolosamente approvato, con maggioranza superiore a due terzi, già due volte dalla Camera dei deputati ed una volta dal Senato? L’articolo 5, in particolare, vi sembra ben scritto, chiaro, tale da non comportare problemi in sede applicativa? Non c’è bisogno di possedere la scienza di Piero Calamandrei per accorgersi che non va bene. Continuano a pasticciare con la Costituzione, facendo diventare disposizioni costituzionali mediocrissimi compromessi raggiunti in sede politica. In questo caso, sempre per fare buona impressione nei confronti dei mercati finanziari.
Abbiamo un gigantesco problema di inadeguatezza della nostra classe politica; questa inadeguatezza ha aperto la strada al governo Monti. Il quale, tuttavia, per la propria fisionomia politico-ideologica, e perché deve fare i conti con i numeri dell’attuale Parlamento, potrà fare tutto tranne che difendere gli interessi dell’Italia nel contesto europeo ed internazionale.
Cosa può fare il povero PLI, da cui eravamo partiti, rispetto a questi giganteschi problemi? Quanto meno prenderne coscienza e comprendere che non basta dirsi a favore, a prescindere, di ogni scelta operata dal governo Monti. Servirebbe oggi la collaborazione fattiva di tutte le persone di buona volontà, per individuare ricette di politica economica e regole istituzionali adatte agli attuali, specifici, problemi italiani. Certamente, a questo scopo anche i liberali potrebbero dare un buon contributo.

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, bruxelles, camera dei deputati, casini, classe politica, commissione, consenso, conti, costi, costituzione, De Luca, debito pubblico, democrazia, discorso, europa, finanziaria, fini, fisionomia, governance, governo, governo monti, idealismo, impressione, informazione, valerio zanone

Info Livio Ghersi

Livio Ghersi, laureato in giurisprudenza, è stato funzionario dell’Assemblea regionale siciliana, con la qualifica di Consigliere parlamentare. Oggi, pensionato, si dedica a studi di storia, filosofia, teoria politica.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Massimo Stefanetto

    29 Marzo 2012 alle 14:09

    c’è bisogno di aria nuova, di giovani, di idee, di proposte e di un programma condiviso che riassuma il meglio della cultura liberale, repubblicana e socialista riformista Ma soprattutto c’è bisogno di coraggio cioe’ quello che manca alla dirigenza attuale del Pli, Pri, Ps e Nuovo Psi. Cordiali saluti

    Rispondi
  2. Paolo Marini

    28 Marzo 2012 alle 13:06

    Mi trovo a condividere (solo) alcune considerazioni contenute nel pur ottimo articolo di Livio Ghersi ed altre (ma anche qui non tutte le) considerazioni dell’amico Alberto Lopez.
    In realtà credo che:
    1) il vecchio PLI sia da tempo un cadavere di cui è rimasta solo la sigla, assieme ad alcuni militanti in tutta buona fede (come sicuramente è Lopez) e ad alcuni ‘capi’ che cercano di fare ciò che esprime efficacemente Ghersi
    2) lo Stato minimo resta un obiettivo importante, strategico; naturalmente, non è di per se, così come detto, un obiettivo del tutto preciso; né è a portata di mano, né realizzabile in poco tempo. Per il momento è un’indicazione (questa si) precisa per il superamento dello Stato sociale, rifacendosi molto semplicemente alla Scuola austriaca, a Luigi Einaudi, a Robert Nozick e a quanti altri: le strategie e le modalità, le caratteristiche e i tempi di un percorso per arrivarvi dovrebbero essere l’oggetto di un dibattito che dovrebbe animare la costituzione di una nuova forza politica liberale – liberale, aggiungo, senza altri aggettivi – che non assimigli né voglia anche lontamente scimmiottare il defunto PLI.
    Sono felice dell’esperienza maturata tra il 1984 e il 1993 nel PLI: questo è un passato che ‘esibisco’ con orgoglio ma del quale non ho davvero alcun rimpianto.
    Ho umilmente rivisto molte delle mie idee e teorie di allora, sono passato per quasi venti anni di lontananza da qualunque partito, ma non per questo non mi sono occupato di politica, coltivando un’integrità forse presuntuosa e snobistica nei confronti di ciò che passava il convento, e per questo non avrei a maggior ragione alcun motivo per farmi allettare da qualsivoglia ‘cadavere’.
    Non possiamo rimpicciolire i desideri in partenza.
    Se si svuole stare nel presente e soprattutto lavorare per il futuro, bisogna rompere ogni residua romantica debolezza verso il passato e dare vita a tutt’un’altra storia.
    Perdonate, come sempre, la mia franchezza.

    Rispondi
  3. Alberto Lopez

    28 Marzo 2012 alle 11:35

    Premessa: ho solo da imparare da Livio Ghersi. E senza che ce ne fosse bisogno la chiave di lettura suggerita, conferma l’acume dell’ Autore nell’interpretare nel modo più corretto la sostanza politica che sta dietro agli eventi consumatisi nell’occasione: non si spiega altrimenti così tanto accanimento ed interesse ad una leadership che ordinariamente è solo motivo di grattacapi. Data la premessa, mi rimane particolarmente difficile dissentire da alcune sue considerazioni. Ma, avendo partecipato al Congreso come delegato per la provincia di Firenze, non posso fare a meno di riportare qualche mia impressione.
    In primo luogo, i risultati dello scrutinio testimoniano che l’esito del confronto era tutt’altro che scontato: quelli che ….il Congresso lo celebrano davvero.
    La freschezza e la genuina carica ideale unitamente ai luoghi di provenienza dei delegati palesano un partito in crescita a dispetto del diffondersi dell’antipolitica. D’altra parte, da giovani al loro primo Congresso non mi sarei aspettato altro che un contributo ideologico, piuttosto che un approccio politico in senso stretto. Per il resto, mi pice pensare di far parte di quella sparuta minoranza di persone serie che continuano a definirsi liberali confondendosi (sì, confondersi è proprio il verbo giusto) con il PLI.
    Raccogliere le firme non è impossibile. E’ probitivo con queste regole. Pochi se lo possono permettere e rispettandole, queste regole. Quando l’obiettivo è stato realistico per i propri mezzi il PLI non ha esitato a scendere in strada: le settantamila firme raccolte per il referendum contro porcellum in un mese e mezzo in piena estate (le Amministrative della scorsa primavera a Cosenza, Lucca etc) ne sono la prova. E si prepara a promuoverne un altro (non indedito): quello per la privatizzazione della RAI.
    Il povero (ed è vero, non è finanziato con i milioni di denaro pubblico di cui godono molti altri partiti) PLI non è a favore del governo Monti a prescindere (basti consultare l’archivio del sito o quello del webmagazine Rivoluzione liberale).
    Comunque, ho sentito più di un convinto intervento severamente critico nei confronti dell’operato di questo esecutivo. Ed il sostegno dato con riserva in Paralmento è corente con la scelta del 2008 di presentarsi alle Politiche con liste autonome in opposizione a questo bipolarismo, del quale l’attuale governo di fatto ne ha sancito la fine, come auspicato e previsto con largo anticipo. Poi, riuscire a rassicurare i mercati, facendo tornare sostenibili gli interessi sul debito pubblico non è un fatto marginale, meramente finanziario. Il precdente governo, checchè ne dicano i vari Cicchito, ne aveva perso irresponsabilmente il controllo in seguito ad una perdita di credibilità internazionale.
    Se non ricordo male è stato lo stesso senatore Musso a dire che il six compacts è un obiettivo irraggiungibile con le sole attuali politiche di governo. Di qui la necessità di un drastico taglio della spesa pubblica, previa una solerte revisione di quest’ultima. Revisione di spesa da troppi anni iniziata e mai conclusa. E’ così impossibile pensare di ridurre razionalmente una spesa pari a metà del pil nazionale senza creare traumi sociali? Liberalizzazioni e privatizzazioni vere.
    Non credo che de Luca riuscirà a riacciuffare il mandato parlamentare per la semplice ragione che, se anche dovesse ottenere al PLI un diritto di tribuna, non sarà lui il candidato: “Non abbiamo saputo trovare le ragioni per scommettere sull’avventura del terzo millennio, che poteva essere esaltante. Anzichè innalzare un inno alla vita e alle emozioni che può riservare, alle grandi possibilità della scienza, ai percorsi della cultura e dell’arte nel nuovo scenario avventuroso della modernità, abbiamo preferito lasciarci morire un poco ogni giorno. Negli ultimi anni qualcosa veramente è cambiato, qualcosa si è rotto. Come classe dirigente, tutti ne portiamo la colpa.
    Questa amarezza, credo, mi accompagnerà per sempre.” ( da ‘Mi chiamavano onorevolino’. Stefano de Luca).
    Da parte mia continuo a seguire una sigla, che solo ingenerosamente si può dire priva di significato, perchè nonostante tutto è la meno peggio fra quel che resta. Nella speranza che possa essere superata da qualcosa di meglio.

    Rispondi
  4. Luca Bagatin

    27 Marzo 2012 alle 15:08

    Condivido le conclusioni.
    Diciamo che i Liberali, assieme ad altri laici, potrebbero finalmente trovare il coraggio per sciogliersi e dare vita ad un raggruppamento più ampio: nè di destra nè di sinistra, dalla parte dei cittadini onesti, delusi, tartassati.

    Rispondi

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IL CONGRESSO DEL PARTITO LIBERALE

Mi sono convinto che il laicismo non sia una linea politica. Hanno pieno titolo a richiamarsi al laicismo persone che storicamente hanno incarnato le più diverse tendenze politiche. E, per quanto riguarda le elezioni, meglio partecipare con spirito “sportivo” che fare carte false perché alla fine sia eletto qualche vecchio arnese della politica “politicante”. Di Livio Ghersi

di Livio Ghersi | 26 Gennaio 2009

Dal 20 al 22 febbraio 2009 si svolgerà a Roma il Congresso nazionale del PLI. Non parteciperò ai lavori congressuali, né ne avrei titolo, non essendo iscritto al Partito e non avendo intenzione di iscrivermi. La scelta di non essere presente mi ha portato a dovermi giustificare con tanti amici liberali che si sarebbero aspettati da me un comportamento diverso.
Nel mio idealismo, presumo di conservare un minimo di lucidità e di realismo politico. Proprio il realismo mi porta a concludere che la mia partecipazione sarebbe perfettamente ininfluente.
Al Congresso non ci sarà spazio per discorsi di prospettiva. Temo che i lavori congressuali avranno un andamento tumultuoso. Infatti, c’è un gruppo finora rimasto esterno che ha deciso l’iscrizione in massa perché contesta la linea politica di Stefano de Luca e vuole che il PLI esca dal Congresso collegato in modo inequivoco con lo schieramento di centro-destra. E’ come se, in termini economici, venisse lanciata un’OPA ostile, per la scalata delle posizioni di comando del PLI.
L’attuale gruppo dirigente, da parte sua, appare orientato ad opporsi con l’unico strumento di cui dispone: filtrare le nuove iscrizioni e rifiutarne la maggior parte, in modo che gli equilibri numerici non siano effettivamente messi a rischio.
Queste due volontà, fra loro confliggenti, inevitabilmente verranno fuori nella sede del Congresso, con tutto il prevedibile corredo di polemiche. E’ pure possibile che il vero obiettivo cui tende il tentativo di scalata del PLI sia quello di determinare commenti negativi nei giornali e negli organi di informazione, affinché la Segreteria di de Luca ne esca, comunque, delegittimata.
Nel merito della proposta di vincolare il PLI ad una alleanza «organica di centro-destra», osservo che se abitassi in Germania preferirei essere alleato della Merkel, piuttosto che dei socialdemocratici tedeschi. Ma la Merkel non è Berlusconi.
Ho apprezzato il fatto che Stefano de Luca abbia avuto il coraggio politico di staccarsi dallo schieramento berlusconiano e di assumere una linea politica “di centro”, distinta ed autonoma tanto dal Partito del Popolo delle Libertà, quanto dal Partito Democratico. La circostanza che gli elettori trovino nella scheda di votazione un simbolo liberale è, di per sé, un limite ed un danno per il Partito del Popolo delle Libertà, che si vede contestata la pretesa alla rappresentanza esclusiva dell’opinione pubblica italiana di orientamento liberale.
Poiché alcuni teorizzano che si debba essere «liberali-e-basta», è opportuno affrontare l’argomento delle possibili alleanze.
L’unica alleanza elettorale che io auspico è quella con i repubblicani. I repubblicani sono accomunati ai liberali da tanti punti (ne ricordo due: tradizione risorgimentale, da cui discende il riconoscimento del valore dello Stato unitario italiano; appartenenza all’ELDR in ambito europeo). Tuttavia, un’operazione di questo tipo andrebbe presentata in modo lineare al Paese. Mi sembra che il più importante riferimento dei repubblicani italiani, il PRI, stia oggi discutendo di entrare stabilmente a fare parte del Partito del Popolo delle Libertà; cioè, non è disponibile.
Sono, invece, nettamente contrario ad un eventuale aggregazione dei “laici” (socialisti, socialdemocratici, radicali, repubblicani, liberali). In una aggregazione di quel tipo (per la quale, oggi non esistono comunque le condizioni politiche) la componente liberale sarebbe del tutto marginale. Sarebbe altrettanto marginale quanto sono marginali i liberali dichiaratamente tali all’interno del Partito Democratico. In una «lista dei laici» prevarrebbe inevitabilmente una linea politica socialista-liberale, di fatto egemonizzata da dirigenti politici socialisti. Inoltre l’unico cemento di una «lista dei laici» sarebbe l’anticlericalismo, la polemica insistita e spesso pretestuosa nei confronti della Chiesa Cattolica. E’ quanto già si è visto con l’esperienza della lista della “Rosa nel Pugno”, ossia dell’intesa fra socialisti e radicali, per la quale pure io a suo tempo votai, poi pentendomene. Si tratta di una prospettiva che personalmente non mi interessa e che ritengo anche politicamente sbagliata perché un Partito liberale quale io lo concepisco dovrebbe cercare di entrare in sintonia con un’opinione pubblica moderata, che spesso è anche di fede cattolica.
Mi sono convinto che il laicismo non sia una linea politica. Hanno pieno titolo a richiamarsi al laicismo persone che storicamente hanno incarnato le più diverse tendenze politiche. Fu laico Francesco De Sanctis, che pure ci ha insegnato ad apprezzare il ruolo anche politico di Alessandro Manzoni e della «Scuola cattolico-liberale». Furono certamente laici i più antichi dirigenti del Partito socialista, da Turati a Bissolati. Quest’ultimo strettamente collegato alla Massoneria di Palazzo Giustiniani. Fu laico Giovanni Gentile, che contestò il Concordato del 1929 e conseguentemente uscì dal Gran Consiglio del Fascismo. Fu laico Benedetto Croce, che era autenticamente rispettoso del sentimento religioso. Furono laici Gaetano Salvemini e Ernesto Rossi, i quali però erano soprattutto anticlericali. Fu laico Antonio Gramsci, che definiva Croce il «Papa laico». Ciò, ovviamente non significa che gli eredi di Gentile, di Croce, di Turati e di Gramsci abbiano motivo di ritrovarsi insieme in uno stesso partito.
L’attuale Segreteria del PLI sembra perseguire un unico obiettivo: fare sì che il Partito liberale in qualche modo (ancora non è ben chiaro se da solo, oppure in alleanza con altre formazioni) riesca ad essere presente alle prossime elezioni del Parlamento Europeo, in modo da ottenere un seggio con i resti. Operazione non facile, per due motivi: 1) perché per aspirare ad un resto nazionale occorre avere proprie liste presenti in tutte e cinque le Circoscrizioni elettorali, mentre invece, per raccogliere il prescritto numero di firme per presentare la lista in ogni circoscrizione, si richiederebbero una mobilitazione ed un impegno organizzativo davvero straordinari rispetto alle attuali dimensioni del Partito; 2) perché, essendo diminuito il numero dei rappresentanti dell’Italia in seno al Parlamento Europeo, per ottenere un seggio con i resti sarà comunque necessario ottenere molti più voti di quanti ne occorressero in passato.
Le contraddizioni che imputo alla Segreteria del PLI derivano dal suo tentativo di aggirare le predette difficoltà facendo ricorso alle tradizionali risorse della politica “politicante”. Sono personalmente molto infastidito dalla apparente disponibilità a fare accordi elettorali con chicchessia: partiti dei pensionati, gruppi e gruppuscoli ex democristiani, forse addirittura il Movimento per l’Autonomia di Lombardo. Sono contrario alla logica delle liste “raccogliticce”, piene di vecchie glorie della politica e di giovani rampanti, in cui tutti potenzialmente si possono imbarcare. Mettere insieme una variegata compagnia con l’unico obiettivo di ottenere un seggio con i resti non può certo definirsi politica di grande respiro. Una logica di questo tipo toglie qualsiasi credibilità all’azione di rilancio di una presenza politica dei Liberali in Italia.
La mia proposta è presto riassunta: puntare sull’identità ideale liberale; sforzarsi di essere credibili politicamente; lavorare per il futuro. E, per quanto riguarda le elezioni, meglio partecipare con spirito “sportivo” che fare carte false perché alla fine sia eletto qualche vecchio arnese della politica “politicante”. Se la esprimessi nella sede del Congresso, tutti la riterrebbero “impolitica”. Scontenterei i seguaci di ogni tendenza: i politici “puri”, che non vedono l’ora di rientrare nel giro che conta ed hanno la fregola di candidarsi, sognando in cuor loro un seggio di parlamentare europeo; scontenterei quanti sono fautori di una «alleanza organica» con il centro-destra; scontenterei i fautori della «lista laica», che poi sono in prevalenza filo-socialisti, o filo-radicali.
Di conseguenza, meglio che resti a casa mia. Il 23 febbraio sarò comunque a Napoli per dare il mio piccolo contributo alla Scuola di Liberalismo.

Livio Ghersi – pubblicato nel sito www.livioghersi.it

Pubblicato in : Primo piano

Info Livio Ghersi

Livio Ghersi, laureato in giurisprudenza, è stato funzionario dell’Assemblea regionale siciliana, con la qualifica di Consigliere parlamentare. Oggi, pensionato, si dedica a studi di storia, filosofia, teoria politica.

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