
Eccolo qui, il grande palcoscenico del midterm, il giudizio di Dio di un’America spaccata in due, dove non si salvano né i vincitori né i vinti. Da una parte c’è lui, Donald Trump, con quella sua criniera sfacciata e quel tono da padrone del vapore che parla alle pance, ai rancori, alla rabbia cieca di una provincia dimenticata. Non cercate in lui la nobiltà di Washington o il rigore dei Padri Fondatori; c’è solo l’istinto primordiale del predatore mediatico, un uomo che ha trasformato la presidenza in un’estensione del proprio ego, un ciclone che travolge le istituzioni con la stessa disinvoltura con cui si firma un assegno. Dice cose sacrosante sulla cecità delle élite, sì, ma lo fa con la volgarità di chi confonde la forza con l’arroganza, la leadership con il bullismo.
Ma non provate a chiedermi di applaudire i suoi avversari, per carità. Quello che si contrappone a questo uragano populista è il vuoto cosmico. Una sinistra democratica isterica, bigotta nel suo moralismo da salotto, incapace di esprimere uno straccio di visione che non sia il solito piagnisteo politicamente corretto. Si scandalizzano per i tweet del Presidente ma non hanno più un’anima, non sanno più parlare alla gente comune, arroccati come sono nelle loro torri d’avorio nelle grandi metropoli costiere.
Queste elezioni di mezzo mandato non sono uno scontro di idee, sono una guerra di trincea basata sull’odio reciproco. Da un lato il populismo becero che usa i sogni della gente come carburante per il proprio potere, dall’altro un’opposizione che si dichiara tollerante ma che sputa veleno su chiunque non la pensi come loro. È la morte del dibattito civile, il trionfo della tifoseria più becera. Un Occidente che si sbrana da solo, mentre i veri nemici della libertà, fuori dai nostri confini, guardano e ridono.
Giuseppe Basilico


Bce, successione sotto pressione
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