La legge 300 del 1970 parla chiaro e all’articolo 4 stabilisce che “è vietato l’uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori”.
Chi ha redatto lo statuto dei lavoratori non poteva certo prevedere che a quasi quarant’anni di distanza le forme di controllo sarebbero state molto diverse. Anzi, al posto di controllare in molti casi ci si limita a leggere quello che il lavoratore racconta della sua vita privata su blog e social network.
Le aziende sempre più spesso, prima di assumere, fanno un salto su Facebook, Myspace e su altri servizi simili per avere un profilo più completo del candidato. In pochi click si scopre tutto quello che può essere utile e molte altre informazioni, senza ricorrere a mezzi da controspionaggio e senza violare alcuna privacy: infondo è il lavoratore stesso ad aver scelto cosa mettere online.
Mai più il malcapitato poteva pensare che una foto scattata a capodanno, un video un po’ sopra le righe girato con gli amici, uno scambio di battute al vetriolo con la ex fidanzata potessero finire sul tavolo del proprio responsabile in ufficio. Così accade, magari per una foto presa fuori contesto, non messa in rete dal lavoratore in questione ma da un amico che poi ha provveduto a taggarlo, vale a dire ad associare alla faccia il nome e cognome, che si possa incorrere nelle antipatie e in qualche pregiudizio.
In Italia, per ora, ci si limita al pettegolezzo e alla soddisfazione di curiosità morbose (anche se è di poco tempo fa la notizia di provvedimenti disciplinari nei confronti di infermiere che avevano messo in rete le proprie foto insieme a dei pazienti), ma non è escluso che prima o poi si arrivi a casi limite come quello in cui si è imbattuta Nathalie Blanchard, canadese di Bromont Quebec.
La donna, infatti, riceveva un’indennità assicurativa dopo le che le era stata diagnosticata una forte depressione. Durante l’autunno la sua compagnia assicurativa decide che non è più il caso di versarle un dollaro bucato: gli assicuratori hanno infatti trovato (su Facebook) foto della donna che si svagava tra party e vacanze (tra questi divertimenti serali ci sarebbe stato spazio per uno strip tease show maschile). Così l’hanno immediatamente battezzata guarita, senza aspettare un riscontro medico di nessun tipo.
Quanto passerà prima che in Italia a qualcuno venga la brillante idea di invocare la giusta causa in un licenziamento per qualcosa sbirciato da Facebook? Oggi è voyerismo , domani chissà.
Tomaso Greco ( da www.leragioni.it )

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