
di Serena Giusti
Dalle elezioni che si sono svolte domenica 15 ottobre in Polonia emerge un dato inequivocabilmente positivo: circa il 73% degli aventi diritto si è recato alle urne. È l’affluenza più alta registrata dal 1989 con le prime elezioni libere, quando al primo turno si recò il 62,7% degli aventi diritto. Un’alta partecipazione è sintomo non solo della fiducia dei cittadini nella politica e nei meccanismi democratici, nonostante essi siano stati messi sotto attacco da otto anni di governo guidato dai conservatori di Giustizia e Libertà (PiS), ma anche di una volontà di cambiamento e della consapevolezza che ciò può avvenire attraverso il momento elettorale. Del resto, la società civile polacca anche durante la lunga permanenza al potere del PiS (primo ministro e presidente sono espressione della medesima compagine politica) ha mostrato sempre segnali di vitalità, e non ha esitato a scendere in piazza per manifestare il proprio dissenso verso alcune decisioni controverse del governo come la legge sull’aborto (insieme a Malta, la Polonia è lo stato dell’Unione europea con la legislazione più restrittiva).
A giugno di quest’anno circa mezzo milione di polacchi hanno protestato a Varsavia contro il governo nazionalista e populista. I manifestanti, oltre alla bandiera nazionale sfoggiavano quella dell’Unione europea (Ue) e il leader del partito di opposizione Piattaforma civica (PO), Donald Tusk (ha ricoperto la carica di primo ministro tra il 2007 ed il 2014 e quella di presidente del Consiglio europeo dal 2014 al 2019) ha criticato il governo per “l’alto costo della vita, gli imbrogli e le bugie”. Al contempo ha richiamato alla necessità di schierarsi “a favore della democrazia, di elezioni libere e dell’Ue”. La presenza del leader di Solidarnosc, Lech Walesa, ha simbolicamente testimoniato la lotta che la Polonia aveva condotto contro il comunismo che le aveva consentito di “tornare in Europa”, la metafora che aveva guidato gli anni della transizione, di consolidare le proprie istituzioni democratiche e di crescere economicamente anche grazie agli abbondanti fondi europei.
Ora che lo spoglio delle elezioni è giunto al termine con la vittoria dei partiti di opposizione (Piattaforma civica conquista il 30,7% dei voti, la Terza via il 14,4%, la Nuova sinistra l’8,6% che insieme arrivano al 54% delle preferenze), nonostante il PiS rimanga il partito che ha ottenuto maggiori preferenze (35,4% delle preferenze), è chiaro che la posizione della Polonia nella Ue sarà meno improntata allo scetticismo e al conservatorismo. Insieme all’Ungheria, la Polonia è il paese che ha avuto un rapporto particolarmente teso con Bruxelles su questioni come la democrazia e i diritti civili a causa non solo della legge sull’aborto ma anche sulla limitazione di diritti Lgbt+ e sul deterioramento dello stato di diritto con le pressanti interferenze governative sul sistema giudiziario. Lo scontro con Bruxelles ha causato il blocco dei 36 miliardi del Next Generation EU che erano destinati alla Polonia e che con il nuovo governo potrebbero tornare ad essere disponibili insieme a quelli dei fondi della politica di coesione di cui la Polonia è il maggior beneficiario, tra i paesi europei.
Riverberi positivi potrebbero anche esserci nelle relazioni con l’Ucraina, che la Polonia ha sostenuto fin da quando fu attaccata dalla Russia mostrandosi generosa nell’accoglienza dei profughi (è il primo paese Ue per numero di ucraini titolari di protezione temporanea, circa 1,6 milioni di persone) ma con cui ci sono state recentemente tensioni. Questo è accaduto quando l’UE ha deciso di rimuovere le restrizioni rispetto alla commercializzazione del grano ucraino in Polonia appunto Bulgaria, Ungheria, e Romania. La Polonia ha addirittura minacciato di non voler più fornire armi a Kyiv e di poter ostacolare l’entrata del paese nell’Unione. Un cambio di governo dovrebbe perciò facilitare l’intesa degli Stati membri Ue su vari dossier, tra cui anche la gestione dei flussi migratori su cui il governo italiano è impegnato da tempo.
L’esito delle elezioni ha mostrato soprattutto i limiti della retorica populista, la contraddittorietà fra ciò che si proclama e ciò che si fa, come nel caso della questione dei migranti. In occasione delle elezioni politiche sono stati inseriti alcuni quesiti referendari tra cui uno che poneva il seguente quesito: “Sei a favore del meccanismo di rilocazione forzata imposto dalla burocrazia europea ovvero all’accoglienza di migliaia di immigrati illegali dal Medio Oriente e dall’Africa?” e questo mentre a settembre era scoppiato lo scandalo dei visti. Dal 2021, infatti, il governo polacco avrebbe venduto 250mila visti, in Asia e in Africa, al prezzo di 4.500 euro l’uno con la conseguenza che il vice ministro degli Esteri Piotr Wawrzyk, responsabile delle questioni consolari, è stato rimosso dal suo incarico.
Il risultato polacco, penalizzante per il governo in carica, pare segnalare anche una certa stanchezza dei cittadini rispetto alla securitizzazione di temi come i flussi migratori o a temi identitari che possono creare conflitti e tensioni verso l’esterno, con negligenza verso questioni prioritarie interne. Stanchezza anche rispetto a una continua polarizzazione della politica e della società. La campagna elettorale del ledear del PiS, Kaczyński, è stata aggressiva, arrivando ad accusare gli avversari di rappresentare una minaccia esistenziale per la nazione. Il partito di estrema destra Konfederacja, unico partito dichiaratamente contrario al sostegno all’Ucraina, si è fermato al 7,2%, confermando che le estremizzazioni non sono gradite alla maggioranza dei polacchi così come del resto è accaduto di recente in Slovacchia, dove l’estrema destra non ha sfondato.
La sfida interna che attende la nuova coalizione di governo sarà dunque quella di ricostruire e ricompattare la società polacca intorno ad alcuni temi, garantendo ricadute positive per i vari gruppi e di ridurre i divari fra città e campagna e tra regioni occidentali ed orientali. Il PiS aveva garantito fino al 2021 una buona crescita del Pil (intorno al 3.2%) e aveva investito nelle regioni povere, soprattutto nell’Est, dove infatti il partito è tradizionalmente più forte. Il nuovo governo dovrà anche mettere in campo politiche per i giovani e continuare a modernizzare il paese contrastando la corruzione, già causa di declino di varie forze politiche e governi. Il voto dei giovani potrebbe essere stato importante per l’esito di questa tornata elettorale e quindi il nuovo governo dovrebbe non tradire il credito di fiducia che essi gli hanno accordato.
Serena Giusti
(Associate Research Fellow, Russia Caucaso e Asia Centrale, ISPI; Docente, Scuola Superiore Sant’Anna)

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