
di Ennio Ricanelo, nostro corrispondente dal Brasile
San Paolo – Il 2027 sarà l’anno più importante della storia del calcio femminile in Brasile: ospitare la più grande Coppa di tutti i tempi, nel paese del calcio, non potrebbe essere più rappresentativo. La storia della disciplina sportiva più perseguitata ci racconta il percorso dei diritti delle donne in una società maschilista e la combattività delle brasiliane.
Questa storia ha avuto inizio negli anni Venti, che aprirono le porte alle prime calciatrici in Brasile: fu proprio nella provincia di San Paolo che nel 1921 nacque il Senhoritas de Tremembé e Cantareiras, un movimento ancora oggi visto come rivoluzionario e d’avanguardia. Basta immaginare come queste donne fossero viste a quel tempo, un fatto che portò poco dopo alla proibizione della pratica.
Era il 1941, l’inizio dell’era dittatoriale del presidente Vargas, e, come tutte le dittature, portò con sé una serie di proibizioni e rappresaglie; il calcio femminile non ne fu escluso. Con la scusa di una presunta pericolosità per la capacità riproduttiva, alle donne, sin dal 14 aprile 1941, fu vietato di giocare a pallone, così recitava la legge: «È fatto divieto alle donne di praticare sport incompatibili con la loro natura».
Fu così per 42 anni, e la proibizione ha attraversato la nuova repubblica e la dittatura militare. Con la caduta del regime nel 1985 i diritti umani tornarono nel dibattito pubblico, portando alla cosiddetta nuova costituzione brasiliana, nata nel 1988: la cosiddetta “Costituzione cittadina” ha portato con sé la parità dei diritti tra donne e uomini alla luce della giurisprudenza.
Con l’effervescenza del nuovo paese che era appena rinato, le donne, soprattutto le donne di San Paolo, trovarono nella Juventus – squadra che rende omaggio al calcio piemontese con il nome della Juve ed i colori del Torino, fondata dagli immigrati italiani all’inizio del XX secolo – le porte aperte per ricominciare.
Allo stadio Conde Rodolfo Crespi l’allenatrice Magali Fernandes ha portato la squadra granata alla conquista del campionato di San Paolo nel 1987. Magali ha raccontato la sua lotta per mantenere vivo il progetto: «La squadra non aveva soldi nemmeno per pagare lo stipendio delle calciatrici, pagavo io per lavorare, ho venduto la mia macchina per aiutare il club», ha affermato al GE.com.
All’epoca lei conciliava il lavoro nella squadra con altri due lavori per pagare le bollette. È la realtà che accompagna ancora tante donne in Brasile, dai grandi capoluoghi all’entroterra: la lotta per mantenere una stabilità economica e vivere il sogno del calcio è quotidiana.
Questa realtà emerge nella famosissima Coppa San Paolo, la maggiore competizione del calcio giovanile a livello internazionale, che ha avuto una versione femminile soltanto nel 2023, pur essendo aperta ai ragazzi sin dal 1969. Ragazze di tutte le parti del Brasile sfidano non soltanto le difficoltà della vita per giocare a pallone, ma la discriminazione che accompagna questa disciplina.
La difficoltà all’interno del campo è la stessa vissuta dalle opinioniste in Brasile: secondo la ricerca realizzata dall’UOL, soltanto il 13% delle giornaliste che lavorano davanti alla telecamera, sul digitale terrestre, sono donne, e invecchiare in questo settore può essere qualcosa di impossibile, come ha dichiarato la giornalista Joana de Assis alla Folha de São Paulo.
Il pregiudizio sofferto dalle calciatrici non è un male brasiliano; sono innumerevoli le notizie che ci raccontano che la stessa battaglia è vissuta dalle ragazze italiane, come Clementina, una bambina di 8 anni, che nel 2020 a Brescia è stata esclusa dalla squadra del quartiere “perché era donna”. Secondo la FIGC, nel 2020, l’Italia aveva 2.955 società di calcio nel settore dilettantistico: di queste, però, meno di 100 avevano squadre femminili.
Il mondiale del prossimo anno ci darà una grossa opportunità, una porta aperta per fare meglio, per fare di più, per cambiare rotta; per noi brasiliani sarà la nostra grande occasione per rendere omaggio alla maglia che ha trasformato il re del calcio, Pelé, e coronare una volta per tutte la regina Marta, e festeggiare e ricordarci che la libertà delle donne non è un favore, ma un diritto e la base della nostra costituzione.
Ennio Ricanelo

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