
Il calcio si gioca anche nella nebbia. Non quella atmosferica, ma quella che avvolge accordi, silenzi, omissioni. Anche quest’anno, per il secondo consecutivo, la final six del campionato libico si gioca in Lombardia, in un clima surreale: partite a porte chiuse, poco pubblicizzate, ignorate dai media principali. Ma la vera partita, quella decisiva, si gioca altrove: tra Roma e Tripoli, tra il Viminale e le sale della Farnesina, tra Eni e i giacimenti di Zawiya.
Dietro questo evento sportivo apparentemente innocuo, si cela una rete fitta di interessi strategici, scambi politici, convenienze energetiche e, soprattutto, una precisa narrazione da confezionare: quella di un’Italia forte, capace di “trattare” con i Paesi africani per bloccare i flussi migratori e garantirsi le forniture energetiche in tempi di crisi globale. Una narrazione che però si infrange contro la realtà dei fatti, e contro l’etica.
Mentre le squadre libiche corrono su campi italiani ben curati, ci si chiede che ne sia della memoria corta della nostra politica. Solo pochi mesi fa, Al-Masri, uno dei più noti torturatori dei centri di detenzione per migranti in Libia, è stato rilasciato dalle autorità locali, nonostante fosse sotto mandato di cattura internazionale. Centinaia di testimonianze lo collegano a sevizie, stupri e omicidi nei campi-lager finanziati con milioni di euro provenienti anche da fondi europei. Eppure, nessuna parola è giunta dalla premier Meloni o dal ministro Abodi. Silenzio. Come se la memoria collettiva potesse essere barattata in cambio di barili di petrolio o di qualche partita di calcio “discreta”.
Parallelamente, il governo italiano continua a sostenere l’efficacia dei centri di detenzione per migranti in Albania, un progetto costosissimo, fortemente voluto da Palazzo Chigi e sbandierato come una svolta. In realtà, si è rivelato un flop operativo e inutile deterrente, con numeri irrisori e costi spropositati. Una vetrina propagandistica che serve solo a placare la pancia del Paese, ma non affronta minimamente le cause né le dinamiche reali delle migrazioni. La stessa premier Meloni, che pretende di avere un Piano Mattei per l’Africa, continua a evitare la realtà di un Mediterraneo che brucia.
A ciò si aggiunge un altro silenzio, assordante: quello sul riconoscimento dello Stato di Palestina. Mentre diversi Paesi europei, Spagna in primis, compiono atti simbolici e politici in nome della giustizia storica e del diritto internazionale, l’Italia si defila. Il governo Meloni continua a ripetere che “i tempi non sono maturi”. Ma quale tempo potrà mai essere maturo per riconoscere il diritto all’esistenza di un popolo? Forse, come per il calcio libico, bisogna attendere il momento più conveniente per fare cassa.
È vero, la Libia è il nostro primo fornitore di petrolio, copre oltre il 21% delle importazioni nazionali. E grazie al Piano Mattei si è rafforzato il rapporto con l’Algeria per il gas. Ma davvero possiamo parlare di “successo economico” quando in cambio accettiamo di ospitare regimi semi-autoritari, chiudere gli occhi davanti alle violazioni dei diritti umani, e trasformare lo sport in uno strumento di legittimazione geopolitica?
Il campionato libico in Lombardia non è una semplice iniziativa sportiva. È il simbolo di una resa morale, di uno Stato che svende la propria dignità in cambio di qualche favore energetico e del controllo delle frontiere. Ma mentre le luci degli stadi si spengono, resta acceso un interrogativo: quanto ancora siamo disposti a tollerare, in nome dell’“interesse nazionale”? E soprattutto, a quale costo umano?
Perché in questa partita non ci sono vincitori. Solo coscienze vendute.
Daniela Piesco

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