
C’è una strana abitudine che ormai attraversa ogni evento pubblico italiano: trasformare qualsiasi palco in una tribuna morale. Non importa che si tratti di cinema, sport o musica. Sembra che ogni occasione debba diventare una lezione collettiva, un momento pedagogico, un richiamo ai valori condivisi. Anche quando la gente ha acceso la televisione solo per ascoltare una canzone, un pò di musica o quello che resta di quest’ arte meravigliosa.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Un festival musicale che dovrebbe vivere di note, parole, arrangiamenti e interpretazioni finisce spesso per essere caricato di significati extra, dichiarazioni, prese di posizione, messaggi obbligatori. Non è una questione politica. È una questione di misura. Quando il messaggio diventa centrale e la musica accessoria, significa che qualcosa non funziona più.
Il buonismo pervasivo funziona in modo sottile, non ci sono dubbi. Non urla, non impone apertamente. Subdolamente suggerisce cosa è giusto dire, quale tono adottare, quali temi toccare. Se provi a far notare che forse un palco musicale non è il luogo adatto per l’ennesimo discorso edificante, rischi di essere etichettato come cinico o insensibile se va bene; altrimenti sei il classico reazionario fascista. Così molti preferiscono restare dentro un perimetro rassicurante. Temi condivisi, frasi prevedibili, cause inattaccabili. Tutto corretto, tutto allineato, tutto innocuo.
Ma questa non è arte.
Una canzone dovrebbe colpire allo stomaco o accarezzare l’anima. Dovrebbe raccontare una storia, creare un’immagine, evocare un ricordo. Quando invece diventa il veicolo di un messaggio già confezionato, perde forza e senso. Diventa didascalica. E la didascalia non è certo emozione è l’ ennesimo esercizio di auto assolvimento delle proprie coscienze.
Il paradosso è che questa continua ricerca della “parte giusta” finisce per svuotare anche le cause che si vorrebbero sostenere. Se ogni esibizione è accompagnata da una dichiarazione morale, l’effetto si attenua. Si crea assuefazione. Lo spettatore ascolta, annuisce, poi dimentica. Non perché sia indifferente, ma perché è saturo di immondizia culturale.
La musica italiana ha una tradizione enorme. Ha saputo raccontare l’amore, il disagio, la rabbia, la speranza senza bisogno di trasformare ogni brano in un manifesto. Ha saputo essere popolare e profonda allo stesso tempo. Oggi invece sembra che la leggerezza sia quasi sospetta, come se divertirsi fosse una colpa e non un diritto.
Forse il vero atto controcorrente sarebbe tornare alla sostanza. Scrivere canzoni solide, lavorare sugli arrangiamenti, rischiare musicalmente. Lasciare che sia il pubblico a trovare il proprio significato, senza guidarlo per mano verso una conclusione predefinita.
Non serve trasformare ogni palco in un pulpito. A volte basta una melodia sincera, una voce che trema, un testo che parla senza voler spiegare tutto. La musica non ha bisogno di essere moralmente certificata. Ha bisogno di essere vera.
E quando è vera, non deve convincere nessuno. Si limita a restare.
Arrivato alla soglia dei 70 anni, ricordo quando a 14 anni, i capelli lunghi e il basso in mano, perculavo mia nonna, in poltrona in estasi per Claudio Villa; beh… Lo rimpiango anche io; non ci sono più le Antonelle Ruggiero di una volta…
Piero Terracina

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