
Il rito del Botafumeiro nella Cattedrale colma di pellegrini e viandanti è il fulcro dell’intero cammino di Santiago.
Il Botafumeiro, enorme e luccicante incensiere, incombe dall’alto, con le sue volute d’argento, al centro dell’area presbiteriale, legato a poderose gomene a loro volta ancorate all’incrocio delle lesene che innervano la cupola chiusa sopra la navata centrale in corrispondenza del transetto.
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Quando ci giungo in compagnia di Maurilio la Cattedrale è già in gran parte piena di pellegrini.
Troviamo posto, fortunatamente, in un banco del braccio trasversale sufficientemente vicino alla zona presbiteriale dove fervono i preparativi della messa serale riservata ai pellegrini.
La cattedrale di Santiago, impianto romanico arricchito o compromesso e sopraffatto, a seconda dei punti di vista, da successivi interventi rinascimentali e quindi barocchi e rococò, é a croce latina.
Entrambi i bracci, quello verticale e quello orizzontale, contengono tre navate.
Quando entri ti senti sopraffatto dalla enormità degli spazi che ti si aprono intorno, da tutte le parti.
La zona presbiteriale è dal canto suo delimitata da un ampio porticato che la dilata ulteriormente creando un effetto labirinto con gli ingressi che portano giù nella cripta dove si trova il sarcofago con le spoglie dell’Apostolo ed in cima all’altare dove si trova il trono dello stesso.
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La fantasmagoria del presbiterio raccolto intorno all’altare monumentale immerso nello splendore dell’oro che accende i fregi, gli stucchi, le nicchie, le volute, le ampie vesti degli angeli, ti affascina.
Tutto conduce verso la statua dell’Apostolo Santiago che domina all’apice del trionfo absidale.
Così anch’io lascio andare per una volta le riserve estetiche e mi abbandono all’immensità che mi avvolge e che fa il vuoto dentro e fuori di te.
Siamo entrati in cattedrale alle sei di pomeriggio dopo aver fatto una fila che cominciava dalla scalinata della facciata laterale e continuava lungo la piazza che tutta la gira.
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Gli altri del gruppo erano rimasti in camera.
Per una volta, grazie alla caparbietà di Salvatore che con pazienza l’aveva cercato allorquando aveva preparato in ogni passaggio la spedizione che poi era stato costretto ad abbandonare, avevamo preso alloggio in un bell’appartamento signorile a cinquanta metri dalla stessa facciata laterale dove é posto l’ingresso in Cattedrale da quando quello centrale è stato inibito.
Ad accoglierci un’anziana signora, gentile e gioviale, che ha riservato per sé delle stanze all’ultimo piano del palazzo che ospita quella che, verosimilmente, deve essere stata la sua dimora di famiglia.
La trasformazione del centro storico di Santiago è evidente.
Non solo l’antico, enorme e massiccio palazzo storico costruito per ospitare i pellegrini sul lato esterno della piazza della cattedrale, lo stesso a cui si accede dalla Porta Francese, é stato trasformato in albergo di lusso, anche tutti i palazzi del centro storico stanno subendo la stessa sorte, trasformati in hotel, case vacanze, alloggi per turisti, viandanti e pellegrini ormai tutti confusi in un medesimo calderone.
I locali a pian terreno vengono occupati da negozi, bar-caffè, ristoranti.
Anche i prezzi sono ovviamente lievitati.
Il singolo posto letto lo abbiamo pagato 35 euro a notte laddove solo un paio di anni addietro costava, mi dice Diego, 17.
L’aumento dei prezzi lo riscontri dappertutto.
Al mercato, nel padiglione della ristorazione dove il servizio di cucina costava cinque euro a persona, mi racconta ancora Diego, oggi lo paghi nove euro.
É evidente la progressiva deriva turistica. Sempre più numerose sono le comitive che arrivano vestite con lo stesso giubbotto e lo stesso zainetto nella piazza della cattedrale a fare le foto di rito sotto la regia di chi ha organizzato l’escursione.
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La Gentrification è palpabile .
Il popolo di Santiago si è trasferito in periferia, una periferia ordinata ed armoniosa con piazze, parchi, giardini e ampie strade piene di alberi e inframezzate da aiuole ricolme di fiori.
L’anziana signora che ci ospita è probabilmente una delle poche sopravvissute che ha mantenuto la sua residenza nel palazzo trasformato in alloggio per pellegrini e turisti.
In prospettiva anche i locali da lei oggi occupati verranno messi a reddito. C’è da giurarci.
É triste l’avanzata della Gentrification, peraltro ormai comune con tutte le capitali e le città storiche del mondo occidentale.
Alcuni anni addietro, nelle mie peregrinazioni in Finlandia mi ritrovai a visitare i centri storici delle capitali delle Repubbliche baltiche trasformati in altrettanti borghi delle favole ad uso e consumo di turisti in vena di facili emozioni e stereotipate meraviglie o di gente ricca desiderosa di residenze esclusive.
Roma, Firenze, Venezia e mezza Italia ha subito lo stesso destino.
Sfugge alla deriva Napoli nei cui vicoli tra cardini e decumani continua a zampillare la vita nonostante i fiumi di turisti che giungono da ogni dove…
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Ma quando oltrepassi il portone d’ingresso della Cattedrale di Santiago, tutto questo scompare e tu ti ritrovi immerso in un mondo ancestrale che senti appartenere alla tua anima e che riflette il destino dell’umanità in cammino, alla ricerca di un approdo che sia autentico, non finto, non turistico, profondamente primordiale e tale da intercettare il tuo desiderio di fermare la deriva massificante, obnubilante, violenta, egoistica e cinica che sta minando l’umanità intera.
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Quando entri nella Cattedrale senti di appartenere, al di là delle tue convinzioni religiose o laiche, atee o agnostiche, ad una comunità integra che si riconosce e che senza proclami si pone in comunione come una barriera di compassione, misericordia, tolleranza a quella deriva.
La fatica del cammino ti libera dalle scorie dei caravanserragli in cui é stato ridotto il mondo e ti proietta verso orizzonti di autenticità in cui non vi è posto per infingimenti, ambiguità, ipocrisie, violenze, sopraffazioni.
La fatica dilata i pori della tua pelle, moltiplica la sensibilità della tua anima, amplifica le vibrazioni del tuo essere e ti fa sentire parte dell’Universo che ti circonda.
Anche quando sei in preda all’affanno, il respiro diventa grosso e devi fermarti per prendere fiato, quando ti vengono i dubbi sul perché di tanto sforzo, basta che tu alzi gli occhi per dimenticare ogni pressione.
Ti fermi, lasci che il tuo corpo si ricomponga, la tua anima si immerga nel creato entrando in simbiosi con esso e ti dici che la tua fatica è giusta…
Ho visto ragazzi e ragazze con tutori alle ginocchia e fasce elastiche alle gambe, alle cosce, uomini e donne mature, grassi e magri, persone anziane che si aiutavano con i bastoni e caracollavano come un pendolo sulle gambe, avanzare in silenzio e scambiarsi l’augurio di buon cammino con quanti li raggiungevano e li sopravanzavano e sempre con il sorriso ad illuminate il loro sguardo ed il loro volto.
Mai un’espressione di stizza o di delusione, di ansia o di fretta.
Anche quando sopraggiungevano ragazzi che ti superavano di slancio, addirittura in corsa, vi era sempre un momento per un sorriso, un augurio di buon cammino.
Un cammino che inizia con la decisione di lasciare le comodità della casa, di interrompere il tran tran della quotidianità, le certezze della vita sino ad allora accumulate per andare a vedere altro, scoprire i tuoi limiti, avventurarti nel tuo fuori, intercettare l’afflato umano, sacro e divino che respira da qualche parte sui monti, tra le valli, nelle antiche città, nei santuari, sui territori e nelle terre dimenticate presidiate da gente sopravvissuta, legata alla dimensione universale ormai deflagrata non solo nelle metropoli e megalopoli ma anche nei centri urbani minori vittime sacrificali, come quelle, della globalizzazione perversa che non ha liberato gli uomini dalla fame e dalla miseria ma li ha precipitati nella schiavitù del consumismo trasformato nel moderno leviatano, nel contemporaneo Moloch che tutto distrugge per innalzare templi, altari ed idoli ai nuovi potenti che abusano dell’umanità tutta intera.
E finalmente tutto questo flusso di umanità che si rivolta si ritrova in cattedrale. Nella cattedrale di Santiago.
Qui il mondo mostra il suo anelito di liberazione.
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Dalle sei di pomeriggio sono rimasto seduto al mio posto per oltre due ore e mezzo, forse tre ore, senza stancarmi, senza annoiarmi, desideroso di assorbire quell’atmosfera, farmi permeare da essa. Lasciarla sedimentare nei miei occhi e nella mia anima oltre che nel mio cuore.
Intanto pellegrini, viandanti, camminatori continuavano ad entrare.
Fluivano come la corrente di un grande fiume che giunto al mare si dirama in infiniti rivoli creando un delta che da tutte le direzioni cerca l’approdo, la confluenza, l’osmosi e la simbiosi.
Chi si avviava per le navate centrali, chi attraversava quelle laterali, chi esplorava i banchi in cerca di un posto a sedere, chi si appoggiava alle monumentali colonne, chi si sedeva sui cornicioni dei loro possenti basamenti, chi infine si sedeva per terra…
Intanto nella zona presbiteriale fervevano i preparativi.
Ad intermittenza una voce dolce e suadente raccomandava il silenzio…
Poi una giovane sorella, vestita con un abito grigio lungo sino alle caviglie ed un velo a trattenere i capelli, é andata al microfono, in spagnolo ha raccontato lo spirito di quella comunione.
Ha invitato ad unirsi a lei nel canto.
Con voce trasparente e fresca ha intonato dei canti.
Cantava a cappella.
Perfettamente, senza la benché minima sbavatura…
Conosceva bene la musica oltre che il canto. Le sue mani danzavano battendo il tempo mentre dirigeva il coro degli astanti invitato a seguirla replicando il ritornello che Lei proponeva, proponeva sino a farlo diventare patrimonio dei peregrini e di tutti i presenti che in comunione han preso a cantare anch’essi. Io non mi stancavo di guardare, ascoltare, mentalmente unirmi a quel coro di cui pure non ero parte.
Quindi son cominciate le letture.
Una, due, tre… in Spagnolo…
Non è vero che lo spagnolo è facile da intendersi per un italiano.
É, come l’italiano, il francese, il rumeno, una lingua di derivazione latina ma é altrettanto difficile da comprendere. E tuttavia lo spirito si, quello era comprensibile ed arrivava. Arrivava attraverso la voce della sorella musicista, l’espressione del suo volto e quella di quanti mi circondavano.
La campana del presbiterio infine ha suonato.
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Dalla navata centrale ha preso ad avanzare in processione la teoria dei presbiteri.
Han fatto l’ingresso dal transetto. Si sono disposti nell’abside, intorno all’altare di dio. Erano dodici, vestiti con la pianeta rossa sulla cotta bianca che li ricopriva sino ai piedi.
Han preso posto negli scranni del coro.
Il presidente dell’ecclesia comunitaria con il capo coperto da un berretto nero dalla foggia di una torre quadrata a significare l’autorità di cui era investito si è recato al trono laterale a lui riservato.
Io lo avevo praticamente di fronte e potevo, osservarne i movimenti, percepirne le espressioni del volto, cogliere le indicazioni delle mani protese verso i fedeli.
La sorella con voce mite e sommessa ha introdotto la sequenza del “verbo” quindi il Presidente dell’Assemblea ha invitato i presenti a riconoscere i propri peccati e poco dopo ha intonato il “Confiteor Deo omnipotenti”.
Io seguivo con inusitata attenzione…riconoscevo quelle parole il cui senso mi era noto sin da bambino per averle ascoltate accanto a mio padre nella chiesa del paese e poi, da fanciullo, nel santuario in costruzione dedicato ad una madonna nera giunta chissà da dove tra i boschi di querce dell’Incoronata, nel Tavoliere delle Puglie ai piedi del Gargano dove ero stato trapiantato per inseguire un desiderio ed una vocazione che strada facendo mi resi conto non mi appartenessero…
I presbiteri a turno sono andati al microfono per le letture delle epistole e degli atti degli apostoli. Infine é stato il turno del presidente dal berretto a torre che ovviamente aveva dismesso per la celebrazione.
Piccolo e minuto nella pianeta che gli scendeva abbondante sulle esili spalle, ha invitato gli astanti ad alzarsi in piedi.
Si è toccato la fronte, le labbra ed il petto facendo il segno della croce ed ha letto il Vangelo.
Nell’omelia, con voce dimessa come in una conversazione intima, ha parlato di peregrini, dell’apostolo Santiago, di nostro signore, del mondo e dell’umanità errante e di preghiere… io seguivo il senso delle parole più comprensibili e facili, intuivo il resto e mi bastava.
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L’inizio del rito eucaristico è stato introdotto dalla esplosione della musica d’organo.
Piena avvolgente, celestiale mentre i concelebranti intorno all’altare replicavano l’ultima cena cibandosi del corpo di Cristo e dissetandosi del suo sangue.
Nella cattedrale stracolma in ogni posto vi era un silenzio profondo di partecipazione e comunione.
Io osservavo e per un momento mi sono sentito parte di quel popolo dimenticando i miei alterchi con dio ed anzi essendogli grato per quel miracolo.
All’invito a scambiarsi un segno di pace prima della partecipazione al banchetto eucaristico, la cattedrale è stata invasa da un movimento corale sussultorio ed ondulatorio, in ogni parte. Le persone si cercavano, pur non conoscendosi, per stringersi la mano, abbracciarsi, sorridersi, augurarsi ogni bene. Anch’io vi ho partecipato sia pure con intimo pudore.
L’assemblea era diventata un mare increspato da tenere onde che giungevano e partivano da ogni dove prima di tornare al precedente stato di quiete.
Un popolo numeroso, ordinato e conscio del proprio privilegio si è avvicendato alle soglie del transetto presidiate dai presbiteri per partecipare alla mensa del Signore… “Domine non sum dignus …”
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Per ultimi si sono avvicinati i volontari del Cammino vestiti di una casacca gialla con la scritta “Santiago”.
Ho riconosciuto tra loro Virgilio.
Lo avevo incontrato al termine della penultima tappa, nei pressi di Pedrouzo da cui il giorno successivo avremmo imboccato il tratto finale del cammino verso Santiago.
Spronava i Pellegrini alla gioia e li invitava a partecipare la sera alla messa ad essi dedicata nella chiesa di Sant’Eulalia protettrice di Arca “che è il nome dell’antico borgo di cui Pedrouzo non é che la periferia moderna” precisava… Era italiano e mi chiese da dove venissi. Scoprimmo che eravamo entrambi messapi. Lui di Brindisi io delle più estreme terre post oppidum… Nell’Impero romano Brindisi era il porto per antonomasia che apriva all’oriente. Il resto erano le terre lontane della Messapia ormai prive di importanza. Le terre “post oppidum” ossia poste al di là della città. “Allora sei poppite” mi aveva apostrofato Virgilio con un termine dialettale divenuto ironicamente sminuente se non proprio offensivo, sentendo la mia provenienza…Tanto era stato sufficiente per riconoscerci. Ora lo rivedevo in cattedrale insieme ai suoi compagni volontari.
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Infine il presidente dell’Ecclesia chiuse il rito benedicendo i fedeli. Si coprì il capo e con i confratelli si avviò all’uscita per la navata centrale.
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La cattedrale rimase immersa in un silenzio pieno di attesa. Quella sera al termine della Liturgia eucaristica, vi sarebbe stato, come ogni venerdì, il rito del “Botafumeiro”.
Gli occhi dei peregrini convergevano da ogni parte verso il gigantesco incensiere sospeso in alto.
Quattro uomini, vestiti di una tunica di broccato rosso intessuta d’oro alla foggia degli antichi cavalieri templari, avevano preso posto al centro del presbiterio.
Il silenzio era intenso come l’attesa che sembrava crescere in maniera spasmodica.
L’incenso é l’essenza riservata ai re.
Con l’incenso lasciato ardere in un braciere si omaggiavano nei tempi antichi i potenti e gli ospiti.
I re maghi ne fecero dono a nostro Signore avendo riconosciuto nel bimbo di Betlemme il re divino, il salvatore del mondo. Ed il re divino aveva insegnato che la divinità é in chiunque ed ovunque, là dove un gruppo di donne e di uomini si riuniscano in assemblea per riconoscersi in dio e la Chiesa, memore di tale insegnamento, aveva istituito il rito dell’incensiere per onorare Dio, i suoi sacerdoti ed il popolo tutto.
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A Santiago, nella Cattedrale dedicata all’apostolo Boanèrghes, figlio del tuono, quel rito era assurto alla sua dimensione più alta di omaggio all’uomo peregrinante, all’umanità in cerca della sua sacralità.
Qualcuno disse che l’uso dell’incenso fatto bruciare in abbondanza in un grande braciere serviva a coprire i cattivi odori dei pellegrini giunti dopo giorni, settimane, mesi di cammino in condizioni non certo ideali di igiene e pulizia…
Il che non è lontano dalla verità se si pensa che il cammino iniziò come pratica di penitenza e di purificazione tra l’ottavo ed il nono secolo dell’era cristiana. Dai Pirenei, dalla Cordigliera cantrabica, dalla costa atlantica, dal Portogallo, dal Centro e dal Sud della Spagna i peregrini presero a muoversi in direzione di Santiago in cerca di pace, perdono, misericordia, compassione. Identità anche, personale e di popolo,oltreché di nazione.
Con il tempo la pratica del Botafumeiro divenne rito di riconoscimento della dimensione sacra di ogni essere umano che si fosse messo in cammino alla ricerca della salvezza…
E dio sa quanto bisogno vi sia al tempo attuale di ritrovare la proiezione sacra degli uomini massacrati da guerre, violenze e sopraffazioni che stanno distruggendo il mondo.
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Dei quattro epigoni dei templari uno si era collocato al centro della zona presbiteriale esattamente sotto al Botafumeiro. Gli altri tre si erano posti all’angolo dell’ultima colonna della navata centrale in corrispondenza dei cordame. Ciascuno aveva afferrato una delle tre gomene a cui eta ancorato il Botafumeiro.
Piano lo avevano fatto scendere sulla testa del loro compagno.
Questi, le braccia protese verso l’alto, aveva afferrato la base dell’enorme incensiere già fumante e dopo una breve rincorsa lo aveva lanciato in alto per imprimere il primo necessario movimento di oscillazione.
Non volava una mosca.
L’organo, dopo l’avvio del rito, aveva increspato l’aria con una musica mite che via via era salita di intensità sino ad assumere toni liberatori.
Sotto la spinta degli esperti eredi dei templari il Botafumeiro aveva preso ad oscillare raggiungendo altezze sempre più elevate mentre la musica d’organo esplodeva in tutta la sua gloria.
Il Botafumeiro attraversava per intero l’area presbiterale estendendo la sua parabola sui fedeli da una parte e dall’altra della navata. Tutto il mondo lì presente guardava in alto seguendo le oscillazioni del Botafumeiro mentre gli ultimi cavalieri imprimevano con sapienza la spinta necessaria alle gomene ormai sciolte del tutto.
Il Botafumeiro raggiungeva altezze estreme, sino a sfiorare il soffitto della navata da una parte e dall’altra e passandomi sulla testa come la pietra lanciata da una fionda.
Le nuvole d’incenso permeavano l’aria e impregnavano con il loro afrore acre e pungente la gola di tutti gli astanti che respiravano a pieni polmoni lasciandosi avvolgere dal messaggio della sacralità di ciascuno e dell’umanità tutta intera che quel rito trasmetteva…
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Anch’io avevo preso a respirare quell’atmosfera piena di mistica ascesi.
Il mio sguardo correva inseguendo le oscillazioni del Botafumeiro e cercando quelle nuvole di incenso per farmene avvolgere. Intanto il Botafumeiro andava e veniva.
Sempre più in alto.
Sempre più veloce.
Tutta l’assemblea si elevava in una dimensione mistica strana quanto coinvolgente.
I pellegrini e viandanti erano diventati davvero Ecclesia…
Espressione di una comunione che li aveva trasformati in un corpo unico come i tralci intorno alla vite.
E mentre il Botafumeiro volava ed oscillava tutto era scomparso intorno…
Anch’io come tutti avrei voluto che quel rito non finisse mai.
Esattamente come gli apostoli che estasiati davanti alla trasfigurazione del Maestro lo imploravano perché quella visione continuasse per l’eternità.
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Invece il Botafumeiro rallentò le sue oscillazioni.
Gli uomini alle gomene gradualmente ridussero la potenza della loro spinta ed il Botafumeiro lentamente contrasse la sua corsa.
L’uomo che aveva impresso il primo movimento si fece trovare al punto giusto. Il punto più basso dell’oscillazione.
Con un agile salto afferrò la base del Botafumeiro e con una torsione decisa ne fermò il movimento.
I suoi compagni lo issarono nuovamente in alto, quindi bloccarono le gomene alla colonna esattamente come si lega una nave al molo.
Il rito del Botafumeiro era terminato.
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Maurilio era stato sempre accanto a me anche se me ne ero dimenticato.
Intravidi più in là Diego e Claudio in piedi ed ancora più in fondo Salvo ed Ausilia che ci avevano raggiunto da qualche giorno.
Erano le nove…
Era tempo di cenare e magari andare a riposare. Ma come si fa ad andare in camera con Santiago che pullula di pellegrini e viandanti giunti da ogni parte del mondo?
Ci sarà tempo per restituire al corpo quanto ci ha regalato.
La sera é ormai scesa.
Le luci delle lanterne diffondono un chiarore tenue e caldo.
La cattedrale è immersa nell’oscurità interrotta solo da qualche riflesso che arriva dai radi lampioni.
Anche la grande piazza è avvolta nella semi oscurità.
Il cielo è nuvoloso e di tanto in tanto piove.
Ma Santiago dispone di splendidi portici e noi ce ne andiamo in giro. Felici. Mangiamo anche un “Caldo Callego” la zuppa di verdure, patate e legumi arricchita di pezzi di carne tipica della Galizia, che, ahimè, non è proprio il massimo come non lo è la “paella”. Ma non importa. É il prezzo da pagare alla Gentrification da overturismo.
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Ho ancora la testa in cattedrale ad inseguire il Botafumeiro e ad inalare l’acre profumo delle nuvole d’incenso. E tanto mi basta.
É notte. Ma prima di raggiungere il nostro alloggio cerco il fantasma del pellegrino. Me ne aveva in precedenza accennato Maurilio e certo non andrò via da Santiago senza averlo incontrato.
Antonio Corvino

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