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Il “Board of Peace” di Trump: la pace come club privato

C’è un presidente a vita con diritto di veto, una quota di ingresso di un miliardo di dollari e un mandato vago, ma che si estende ben oltre i confini della Striscia di Gaza: il ‘Board of peace’ (Bop) presentato oggi a Davos da Donald Trump assomiglia, di fatto, più ad un esclusivo club privato che a un organismo multilaterale tradizionale. Trump ha scelto la cornice del World Economic Forum (Wef) per firmarne la carta istitutiva definendolo “il perno” della sua strategia per “portare la pace nel mondo”. “Sono un esperto di immobiliare e per me la posizione è tutto, e ho pensato: guardate questa posizione sul mare, guardate questo splendido pezzo di proprietà, cosa potrebbe rappresentare per così tante persone. Sarà davvero, davvero fantastico.

di Alessia De Luca | 23 Gennaio 2026

C’è un presidente a vita con diritto di veto, una quota di ingresso di un miliardo di dollari e un mandato vago, ma che si estende ben oltre i confini della Striscia di Gaza: il ‘Board of peace’ (Bop) presentato oggi a Davos da Donald Trump assomiglia, di fatto, più ad un esclusivo club privato che a un organismo multilaterale tradizionale. Trump ha scelto la cornice del World Economic Forum (Wef) per firmarne la carta istitutiva definendolo “il perno” della sua strategia per “portare la pace nel mondo”. “Sono un esperto di immobiliare e per me la posizione è tutto, e ho pensato: guardate questa posizione sul mare, guardate questo splendido pezzo di proprietà, cosa potrebbe rappresentare per così tante persone. Sarà davvero, davvero fantastico. Le persone che vivono così male vivranno così bene”, ha detto Trump dopo che il genero Jared Kushner aveva mostrato mappe e diapositive di ‘New Gaza’ e ‘New Khan Younis’, che mostrano città futuristiche piene di grattacieli simili a Dubai e Doha. Il presidente americano ha rivendicato per sé la presidenza permanente del board, anche oltre la fine del suo mandato, e ha parlato di un organismo capace di “fare qualunque cosa”, operando “in congiunzione con le Nazioni Unite”. Una formulazione che ha alimentato perplessità diffuse tra gli alleati occidentali degli Stati Uniti, timorosi che possa rivelarsi un forum ‘anti-Onu’ modellato su equilibri politici favorevoli a Washington e non vincolato ai principi della Carta delle Nazioni Unite.

Chi c’è e chi no?

Accanto a Trump sul palco erano presenti i rappresentanti dei Paesi fondatori: Bahrein, Marocco, Argentina, Armenia, Azerbaigian, Bulgaria, Ungheria, Indonesia, Giordania, Kazakistan, Kosovo, Pakistan, Paraguay, Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Uzbekistan e Mongolia, oltre a leader come il presidente argentino Javier Milei e il premier ungherese Viktor Orbán. “Ci sono i paesi che sono qui, sono tutti miei amici, un paio mi piacciono, un paio no. Ma quelli che sono qui mi piacciono tutti, sono grandi leader, grandi personaggi”, ha detto Trump. Mancavano però, in modo evidente, delegazioni delle altre grandi potenze globali e dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, con l’eccezione degli Stati Uniti. La Cina non ha ancora preso posizione, la Russia ha fatto sapere di essere in fase di ‘consultazione’, mentre i paesi europei invitati – Francia, Italia e Regno Unito tra gli altri – hanno declinato l’invito esprimendo, in alcuni casi, profonde riserve sul mandato e sulla governance del board nel quale, alla fine, potrebbe rientrare Vladimir Putin. 

Uno strumento di pressione?

Nel suo intervento, Trump ha collegato il nuovo organismo ai risultati rivendicati dalla sua amministrazione, ribadendo di aver risolto “otto guerre” e di stare ottenendo “progressi evidenti” per la fine del conflitto in Ucraina. Ha anche rivendicato la linea dura verso l’Iran, sostenendo che le recenti minacce e i raid contro obiettivi nucleari sono stati “decisivi per arrivare al cessate il fuoco” tra Israele e Hamas. “Dichiarazioni – osserva il Financial Times – che rafforzano l’impressione che il Board sia concepito più come strumento di pressione politica” e come vetrina della dottrina ‘Donroe’ che come architettura stabile di sicurezza collettiva. Inizialmente sostenuto da un voto del Consiglio di Sicurezza nel contesto del cessate il fuoco a Gaza, il Bop presentato oggi in Svizzera appare concepito in modo unilaterale e fortemente sbilanciato sulla volontà americana. Il World Economic Forum ha precisato che la sua presentazione, e la firma dello statuto fondativo, è stata organizzata dal governo degli Stati Uniti a margine del meeting annuale e che il Wef si è limitato a “facilitare la sessione” mettendo a disposizione gli spazi del Congress Centre.

Un’alternativa all’Onu?

Secondo gran parte dei commenti presenti sulla stampa internazionale, la scelta dei leader europei di non aderire all’organismo – di cui fanno parte sei monarchi, tre ex leader sovietici, due regimi sostenuti dai militari e un leader (Benjamin Netanyahu) ricercato dalla Corte penale internazionale per presunti crimini di guerra – si è rivelata corretta. Il Bop, osservano, sembra riunire soprattutto autocrazie che cercano di ingraziarsi il presidente degli Stati Uniti, che avrà l’autorità di nominare e rimuovere gli Stati membri, una decisione che potrebbe essere annullata solo da una maggioranza di due terzi dei membri, e nominare il suo stesso successore. Trump –ostile all’Onu tanto da aver ritirato gli Stati Uniti da 31 entità delle Nazioni Unite che, a suo dire, operavano “contrariamente agli interessi nazionali, alla sicurezza, alla prosperità economica o alla sovranità di Washington” – nega che l’organismo sia concepito per fare concorrenza alle Nazioni Unite. Ma la sua struttura e governance sono un ulteriore colpo, dopo le controversie sull’Ucraina e la Groenlandia, all’alleanza transatlantica. Una fonte interna al governo tedesco ha ammesso che, se Trump dovesse riuscire a far aderire numerosi paesi al Bop, sarebbe il “chiodo sulla bara del diritto internazionale per come lo conosciamo”. Il tema e le sue implicazioni saranno affrontati anche durante il vertice di emergenza dei leader dell’Ue convocato per le prossime ore.

Il commento

Di Ugo Tramballi, ISPI Senior Advisor

“La presenza politicamente più interessante nel nuovo sistema per Gaza sarà quella del comitato di tecnocrati palestinesi che avrà il compito di gestire la fase della transizione dopo il ritiro israeliano e il disarmo di Hamas, necessari per riportare l’ordine e avviare la ricostruzione nella striscia. Riguardo al necessario disarmo di Hamas, Trump garantisce che sarà fatto con le buone o le cattive. Ma quale paese arabo, musulmano, europeo, Nato o della lontana Asia manderebbe i suoi soldati a Gaza a disarmare gli islamisti sopravvissuti a due anni di guerra con Israele e intimare a quest’ultimo di ritirarsi?”

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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