Secondo Oscar Giannino è bastata la visita in Italia del premier greco Tsipras e del Ministro dell’Economia Varoufakis per “scoprire” il bluff di Syriza. Ecco il suo articolo pubblicato su Leoniblog all’indomani della visita.
Forse è il caso che l’informazione italiana ed europea si diano una regolata. La vittoria di Syriza alle elezioni di due domeniche fa è stata salutata da un torrente di entusiastici commenti. S’inneggiava alla svolta salvifica. L’Europa non avrebbe potuto che acconsentire alla promessa più importante fatta da Syriza ai greci, l’abbattimento del 50-60% del debito pubblico che all’80% è detenuto dalla BCE, dall’Eurosistema delle banche centrali dell’euroarea, e dai paesi membri dell’euro tramite l’EFSF. Perché non si poteva chiedere ai greci, con il loro 26% di disoccupazione e un quarto del PIl 2008 finora evaporato, di addossarsi ancora il 175% di PIl di debito pubblico.E invece no. Aveva ragione chi si è permesso di obiettare che quella promessa era impossibile. Aveva ragione – pradossalmente e diamogliene atto – l’attuale ministro Varoufakis, che due anni fa sul suo blog invitava chi sa far di conto a non credere alla lettera al programma di Syriza, “molte delle cui promesse sono irrealizzabili a cominciare dall’abbattimento del debito” (sue testuali parole).Proprio così. Infatti, nelle parole di Renzi e di Padoan Schioppa ieri seguite agli incontri con la delegazione greca, troverete detto e scritto che con Tsipras e Varoufakuis il governo italiano non è entrato nel merito delle loro proposte, esattamente come Renzi aveva concordato domenica scorsa a telefono con la Merkel. E quanto alle proposte concrete di Syriza, Varoufakis e Tsipras nelle loro dichiarazioni hanno abbandonato anche solo l’idea di abbattere il debito. Chiedono per una parte di trasformarne le cedole, cioè i rendimenti, agganciandoli alla crescita del PIL (proposta non nuova: qui un paper – di econoministi tedeschi! – che la illustra, quiuna valutazione tecnica del FMI, qui la stroncatura di operatori del mercato), e di allungarne ancora la durata (che già oggi, nella media del debito esistente, grazie alle due ristrutturazioni assistite dalla Ue e dalla BCE, è superiore ai 16 anni rispetto ai 6,5 del debito italiano attuale) attraverso la conversione da trentennale a perpetual dei titoli greci detenuti dalla BCE. L’idea di una conferenza europea sul debito, l’esca verso Italia Spagna Portogallo e Francia per verificare se tutti insieme avrebbero fatto fronte comune contro il resto dell’Unione europea, è sparita anch’essa.Nella sostanza, Tsipras chiede invece tre cose. Lo scalpo da consegnare ai greci per mostrare che non si torna indietro è la rinuncia alla trattativa con il Fondo Monetario Internazionale, per regolare la faccenda all’interno degli organi europei. E in questo sarà accontentato, anche Juncker è già a favore. Al FMI si dovette ricorrere quando gli strumenti d’emergenza europea, l’EFSF e l’EMS, o non esistevano o esistevano solo sulla carta. La seconda cosa è rinunciare al 4,5% di Pil che la Grecia è impegnata a ottenere ogni anno come avanzo primario di bilancio, per farlo scendere all’1,5%. E dunque poter contare su 3 punti di Pil di spesa pubblica in larga parte in deficit (così sarebbe, visto che a oggi il 4,5% nopn è raggiunto.., anche se Varoufakis dice ora che la Grecia non farà mai più deficit, come non fosse conseguente alla richiesta avanzata!), per pagare almeno alcune delle promesse fatte ai greci: il ritorno alle assunzioni pubbliche, il riabbassamento dell’età pensionabile, l’elettricità gratis a 300mila famiglie, l’abbattimento delle imposte immobiliari e via continuando. Cioè il ritorno della Grecia allo statalismo assistito che l’ha rovinata, e che oggi viene rigiustificato per sostenerne la domanda attraverso la spesa pubblica. La terza cosa è un ulteriore spostamento in avanti degli oneri da pagare sul debito, per effetto dello swap verso i due nuovi tipi di rendimento – GDP-linked e perpetual – proposti sui titoli esistenti.Vedremo come vanno le cose al primo incontro diretto del governo Syriza con il governo tedesco. Ma di fatto il bluff di Syriza è già finito. Perché Tsipras e Varoufakis parlano di un negoziato lungo sei mesi, ma in realtà le banche greche hanno munizioni solo entro fine febbraio. E questo lo sanno i mercati come lo sanno gli altri governo europei. Già a metà gennaio due rilevanti banche greche hanno dovuto ricorrere all’ELA, la linea di liquidità straordinaria provvista dalla BCE agli istituti di credito in difficoltà. A dicembre i greci hanno ritirato 3 miliardi di depositi, a gennaio non sappiamo ancora ma si ritiene molto di più. Lo Stato drena dal sistema bancario per le sue esigenze in media 3 miliardi di euro al mese, dando in garanzia titoli pubblici a breve. Entro fine febbraio, se i greci avanzassero richieste non componibili con l’assenso europeo, la BCE dovrebbe negare l’assistenza di liquidità straordinaria. Prima di uscire o meno dall’euro o di qualunque altro negoziato, il governo di Syriza si troverebbe a non poter più pagare stipendi e pensioni. Perché nel frattempo a dicembre il gettito fiscale greco è stato del 17,7% inferiore alle attese e il 2014 si è chiuso con 3,2mld mancanti rispetto ai 55 programmatici, e a gennaio le prime stime parlano addirittura di un meno 40%, contando sugli effetti miracolosi della vuittoria di Syriza. Questa è l’amara realtà dei fatti.Ed è un’amara realtà che avrebbe dovuto indurre a qualche senso misura, invece di promettere ai greci la luna.La soluzione europea non può riguardare solo la Grecia. Non può includere alcun condono del debito, mentre sui tassi e sulla durata dei titoli si può discutere. Ma i tassi applicati ai debiti non possono essere inferiori ai costi sopportati dai paesi euromembri tramite Efsf ed EMS – Italia per prima – altrimenti il principio che vale per uno vale per tutti. Un meccanismo di iniziale federalizzazione del debito tramite l’abbattimento degli interessi, se la quota del debito in questione è solo quella a carico del bilancio della Bce e non degli Stati membri – può essere ipotizzata solo a patto che chi è finito sotto FMI non sia trattato meglio di chi, come l’Italia, non ne ha avuto alcun bisogno. Altrimenti li chiedessero a Putin, i soldi e gli aiuti. Né le riforme per accrescere produttività e apertura dei mercati possono essere buttate a mare, altrimenti la debolezza dell’economia greca continuerà ad eternarsi fino a un nuovo default sotto un nuovo governo dalla spesa facile (e dalla pressione fiscale di 10 punti inferiore alla nostra).E’ bene che ci riflettano, quelli che in Italia vogliono imitare Syriza, e che l’hanno dipinta come la grande svolta contro il cieco rigore. Il governo greco in soli 10 giorni ha dimostrato una sola cosa: che promettere l’impossibile può far vincere le elezioni, ma poi ottenerlo impossibile resta. E il conto, se si continua a fare i velleitari, si rischia di presentarlo proprio a quei cittadini economicamente in ginocchio che hanno creduto per disperazione a miracoli impossibili.

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