
L’extragettito dei carburanti rimpingua le casse dello Stato, mentre la sanità pubblica viene dissanguata da tagli continui.
Come un ingranaggio rugginoso ma implacabile, la soglia dei due euro al litro torna a colpire i portafogli degli italiani, trascinando con sé il consueto, stanco teatrino della politica: l’indignazione a orologeria, gli accorati e sterili moniti alla moderazione, il rituale sbandieramento di ricette miracolose. Un copione già scritto dove l’ultima illusione venduta agli automobilisti è la favola del taglio di 17 centesimi.
Eppure, se si scrosta la patina della propaganda istituzionale e si scende nei meandri della contabilità pubblica, la realtà si svela in tutta la sua cruda gravità: quello a cui assistiamo è un vero e proprio “bluff di Stato”, un cinico gioco delle tre carte orchestrato dal governo, in cui il cittadino si finanzia da solo il finto sconto propinato da Palazzo Chigi.
Di fronte a una gestione pubblica che fa cassa sulle emergenze senza mai risolvere i nodi strutturali, torna alla mente l’invettiva dantesca: «Ahi serva Italia, di dolor ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!». È il ritratto di un Paese governato da una classe politica incapace — o deliberatamente riluttante — di guidare l’economia, in cui i ministeri festeggiano micro-sconti propagandistici mentre i servizi essenziali crollano.
A rendere il quadro ancora più surreale è la spaventosa disonestà intellettuale esibita dai vertici delle istituzioni. Impossibile dimenticare i video girati sui piazzali dei distributori da Giorgia Meloni dai banchi dell’opposizione: in quelle riprese di propaganda, la futura premier tuonava contro i governi dell’epoca denunciando come uno Stato “pizzo” ed “estorsore” frodasse i cittadini incassando miliardi con le accise, promettendone a gran voce la completa ed immediata abolizione. Una volta insediatasi a Palazzo Chigi, tuttavia, la narrazione si è capovolta.
Non solo quelle promesse sono state spazzate via con giustificazioni di comodo, ma la situazione è persino peggiorata: gli sconti strutturali sono stati cancellati, il prelievo fiscale è stato blindato e il governo si è perfino detto pronto a riallineare verso l’alto le accise sul diesel. Un voltafaccia senza precedenti, in cui la rabbia popolare è stata usata come mero carburante elettorale per poi tradire ogni impegno una volta conquistato il potere.
Questo inganno odierno non nasce da un sacrificio di bilancio dello Stato, ma da un automatismo contabile che pesa interamente sulle tasche degli automobilisti. Il trucco sta nel fatto che l‘IVA al 22% si calcola anche sulle accise fisse, generando un gettito extra quando il petrolio sale. L’esecutivo si limita a prendere questo surplus e a riutilizzarlo tramite le “accise mobili” per abbassare temporaneamente il diesel. Lo Stato non perde un centesimo: restituisce a valle ciò che ha prelevato a monte. Inoltre, ignorando i costi insostenibili della benzina, il governo garantisce alle casse pubbliche un bancomat continuo e silenzioso alimentato dai rifornimenti quotidiani.
Questo meccanismo mette a nudo la spietata scala delle priorità dell’esecutivo. Mentre alla sanità pubblica si impongono tagli continui con la scusa del “non ci sono i soldi” — lasciando ospedali al collasso e liste d’attesa interminabili — lo Stato incassa cifre record dall’inflazione sui carburanti. Una vera sterilizzazione dell’IVA permetterebbe di azzerare l’extragettito speculativo e proteggere in modo permanente i cittadini dai rincari alla pompa; in alternativa, quelle risorse extra dovrebbero invece essere destinate a tutelare il diritto fondamentale alla salute, anziché servire solo a fare cassa.
D’altronde, il confronto con il passato rende la beffa ancora più evidente. Nel luglio 2008, con il petrolio Brent al record di 147 dollari al barile, la benzina costava 1,50 euro; oggi, con il greggio a quotazioni nettamente inferiori, si sfiorano i 2 euro. Questo accade perché la politica si rifiuta di agire sui fattori chiave: la svalutazione dell’euro sul dollaro, il peso della pressione fiscale (tra IVA al 22% e accise blindate lo Stato trattiene oltre il 60% del prezzo) e la totale passività di fronte all’esplosione dei margini di raffinazione delle grandi compagnie energetiche.
In questo scenario di totale irresponsabilità istituzionale, l’effetto finale è sotto gli occhi di tutti: il prezzo del carburante si è trasformato in una vera e propria tassa patrimoniale mascherata sulla mobilità. Fino a quando chi governa continuerà a rifugiarsi in decreti farsa invece di attuare una riforma profonda delle accise e dell’IVA, i cittadini rimarranno ostaggi di un sistema cinico: uno Stato che guadagna di più proprio mentre il Paese affonda nella tempesta economica.
Antonio Laraia

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