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Il bluff della crescita

di Davide Giacalone | 20 Novembre 2011

Se qualcuno crede che tassando gli italiani, e dando i loro soldi alle banche francesi e tedesche, in modo che ci rivendano i titoli del debito pubblico, si arrivi da qualche parte, ebbene, non si tratta di un illuso, ma di un colluso.

Angela Merkel ha detto, rivolgendosi a Mario Monti: “l’eurozona conta su di lei”. E fa male. Non perché Monti non meriti fiducia, che, anzi, proprio in queste ore la ottiene: ottima e abbondante. Ma perché il governo italiano ha già agito meglio degli altri europei, portando il bilancio pubblico in avanzo primario. Ci viene rimproverata una crescita troppo bassa, il che è musica per le orecchie di chi, come noi, ripete da anni la tiritera delle riforme, delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni, ma evitiamo di prenderci in giro: se si somma alla crescita del pil italiano il differenziale di deficit pubblico primario, ad esempio con la Francia, i livelli si pareggiano. Anzi, sono a nostro vantaggio. Ecco perché la signora Merkel fa malissimo a contare su Monti, giacché il problema non è il governo italiano, ma quello tedesco.

Alziamo lo sguardo sull’orizzonte, o, almeno, un po’ oltre le nostre vicende interne. Quel che vedo è che l’estate scorsa il presidente statunitense è stato massacrato da un congresso che si rifiutava di elevare il tetto al debito pubblico, spingendo il bilancio federale verso la bancarotta. Fu un dibattito lungo e umiliante, che mostrava il lato nascosto di una debolezza istituzionale. In capo alla più grande potenza economica e militare del mondo. Cosa è rimasto di quelle difficili settimane? Nulla. Anzi, gli Usa possono autorevolmente indicare agli europei qual è la via giusta per uscire dalla crisi dei debiti, vale a dire quella che hanno seguito loro: immettere valanghe di moneta sui mercati.
Rivolgiamoci all’altra parte del globo: la Cina vide di buon occhio la nascita dell’euro, è pronta a sostenerlo ed ha in portafoglio molti titoli dei debiti pubblici dell’eurozona. I nostri meno di quelli altrui, il che ci dispiace. Tale atteggiamento non è frutto di benevolenza, ma di convenienza: nel momento in cui la Cina esce dai sui confini e dalla miseria, divenendo protagonista sui mercati globali, gradisce che la valuta di riferimento non sia una sola, per giunta amministrata da chi ha interessi geostrategici potenzialmente non collimanti con i propri. L’euro era una buona alternativa. Guardate un po’ più in basso, nel globo, dove trovate l’Australia: gode di un giudizio tripla A, circa l’affidabilità del proprio debito pubblico; offre tassi d’interesse convenienti; ora gli statunitensi hanno deciso di spedire colà 2.500 marines. Ciò non fa un gran piacere ai cinesi, ma è assai indicativo per gli investitori, mettendo in evidenza una buona occasione, non quotata né in dollari né in euro.
Allora, se ci si guarda in giro cosa si vede? Che l’euro come valuta di riferimento internazionale sta affondando. Se il Fondo monetario internazionale dovesse intervenire a sostegno di uno dei paesi dell’eurozona sarebbe il de profundis. Questa è una partita globale, nella quale l’Europa fa la parte del ricco imbecille. La colpa di ciò ricade prima di tutto su tedeschi e francesi, sulla premiata ditta Sarkel, che ha distrutto un lavoro iniziato dopo la seconda guerra mondiale. I mercati stanno spiegando ai francesi quel che noi scriviamo da mesi: partirà l’attacco contro di loro e, a quel punto, non avendo reagito prima e avendo cercato di fregare gli altri, resteranno senza difese. In quanto ai tedeschi, sarà difficile, un giorno, spiegare ai loro giovani che la grande Germania s’è giocata il ruolo europeo per cercare di far vincere alla Merkel almeno un’elezione provinciale. Senza neanche riuscirci. Un tempo si diceva del “gigante dai piedi d’argilla”, ma l’Europa d’oggi è un obeso decerebrato. Dopo di che, per carità, discutiamo anche del governo italiano e mandiamo in onda l’orrido spettacolo di cancellerie che festeggiano e mercati che se ne fregano. Noi italiani abbiamo solo che da guadagnarne, ha ragione Francesco Profumo a ricordare che la crisi è una meravigliosa occasione per uscire dall’immobilismo inconcludente. Ma se qualcuno crede che tassando gli italiani, e dando i loro soldi alle banche francesi e tedesche, in modo che ci rivendano i titoli del debito pubblico, si arrivi da qualche parte, ebbene, non si tratta di un illuso, ma di un colluso.

Pubblicato in : Primo pianoTag: angela merkel, bilancio pubblico, governo italiano, mario monti

Info Davide Giacalone

Dal 1980 al 1986 è stato segretario nazionale della Federazione Giovanile Repubblicana e dirigente del PRI. Dal 1981 al 1982 è stato Capo della Segreteria del Presidente del Consiglio dei ministri, Giovanni Spadolini. Dal 1987 al 1991 è stato consigliere del Ministro delle poste e delle telecomunicazioni Oscar Mammì. È stato consigliere d’amministrazione e membro del comitato esecutivo delle società SIP, Italcable e Telespazio. Pubblicista dal 1985, lasciata la politica, è direttore de La Ragione e di Smoking, ed editorialista de L’Opinione. È stato anche consulente della Fininvest. Attualmente è una delle firme di Libero e collabora con l’emittente radiofonica nazionale RTL 102.5 dove ogni mattina, da lunedì a sabato, alle 7:10 circa durante la rassegna stampa contenuta nel programma Non stop news, commenta una notizia apparsa sulle prime pagine dei quotidiani nazionali. Da questa esperienza è nato il libro Diario Civile, edito nel 2005. Scrive inoltre articoli pubblicati sul suo sito www.davidegiacalone.it.

Nel gennaio 2010 il consiglio dei ministri (Governo Berlusconi IV) lo nomina presidente di DigitPA, nuova denominazione del “Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione” [5]. Nel 2011 è nominato Presidente dell’Agenzia Nazionale per la Diffusione delle Tecnologie dell’Innovazione, creata da Renato Brunetta, allora Ministro della Funzione Pubblica e l’Innovazione.

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